Settembre. Il mese ideale per…
Settembre è il mese della calma, della riflessione.
Forse il mese più adatto all’involontaria semina della nostalgia che germoglierà nei mesi autunnali, quelli più freddi.
A settembre chi ha il privilegio di viaggiare potrà farlo con dei ritmi più rilassanti e costi ragionevoli rispetto a quelli sostenuti dagli affannati turisti del mese precedente.
Il giorno le spiagge si rimodellano lasciando ampi spazi che anche il mare sembra gradire rallentando il suo impeto ondoso.
La sera motorini e schiamazzi scompaiono a beneficio di persone silenziose amanti delle camminate e già muniti di indumenti meno variopinti e più funzionali.
Ecco, settembre si può definire un mese gentile.
Correre diventa più piacevole; con la diminuzione del caos aumentano i percorsi ed anche la temperatura gratifica lo sforzo. Chi avrà resistito ai mesi torridi di piena estate persistendo negli allenamenti raccoglierà i suoi frutti e potrà beneficiarne durante le numerose competizioni che si svolgono in quasi ogni parte del mondo. Chi non partecipa alle gare potrà semplicemente godere di gradazioni fresche ed asciutte che renderanno i movimenti più fluidi e normalizzeranno il respiro durante le attività all’aperto.
Per molte aziende, specie nell’ambito turistico, comincia il tempo dei bilanci e si apre il mercato della compravendita di manager che come calciatori cambiano casacca riciclando i vecchi umori con nuove ambizioni. Figli di lunghe stagioni accumulate qua e là che passano la spugna sulla lavagna di settembre in attesa di riscrivere nuovi versi su quelle dei mesi successivi.
Settembre è tempo di vendemmia e profumo di mosto che può ingannare l’olfatto degli inesperti inebriandoli con il suo profumo corposo e definito, celando in sé un’annata formidabile oppure al contrario un fallimento. In un caso o nell’altro, anno dopo anno, la vigna è la stessa. Su di essa determinano gli eventi trascorsi.
Settembre sono i saluti e le strette di mano a persone che crediamo importanti e che magari per qualche mese lo sono state, ma pronte a svanire nel nulla come le centinaia di teli stesi sul bagnasciuga o gli ombrelloni cui l’ombra non sembra più necessaria nonostante il persistere di caldi raggi solari.
E godere di ciò che rimane e che, al solito, è l’essenza.
September (David Sylvian)
The sun shines high above
The sounds of laughter
The birds swoop down upon
The crosses of old grey churches
We say that we’re in love
While secretly wishing for rain
Sipping coke and playing games
September’s here again
September’s here again
Settembre (David Sylvian)
Il sole splende su, in alto
Il suono delle risa
Gli uccelli si posano
Sulle croci di antiche chiese grigie
Noi diciamo d’essere innamorati
Mentre in segreto speriamo che piova
Sorseggiamo Coca Cola, giochiamo
Settembre è qui, di nuovo
Settembre è qui, di nuovo
Why do you fuckin run?
La domanda è posta da un ragazzo ubriaco trasportato da uno sfuggente pick up nella parte del cassone, in piedi, mentre si regge alla barra metallica posta a ridosso del cabinato: “Why do u fuckin run? Why?” Intuibile il significato, che comunque possiamo tradurre in “Perché minchia corri? Perché?”
L’involontario destinatario è un signore di 42 anni suonati che di corsa sullo stesso versante di strada sta intraprendendo la discesa che coincide con gli ultimi 4 km di percorso appena beatamente e pacificamente svolto.
Non trovano immediata risposta né uno, né l’altro.
Il primo probabilmente già dopo qualche metro avrà evaporato attraverso il suo sguardo ebete l’immagine di un distinto signore con due dita medie alzate a lui rivolte, il secondo, riacquisita la forma più consona agli sportivi che non agli ultrà, ha riflettuto a lungo sul: “Perché corro?”
Naturalmente di primo acchito i pensieri postumi si focalizzano a ripetere la scena con il finale più adeguato, come nei film riguardanti il conflitto tra yankee e viet cong in Vietnam, ad esempio, dove gli americani nella finzione si rimodellano vincitori morali o di battaglie di una guerra che nella realtà hanno sonoramente perso su tutti i fronti. Nello specifico il finale più adeguato sarebbe forse stato un bel “fatti i cazzi tuoi!”.
Anche in questo caso però sarebbe andato perso il piccolo patrimonio concesso da qualcuno che manovra i fili dall’alto e che quella mattina, forse stanco di pensare a cose più impegnative, ha deciso di mettere sulla strada del riservato e silenzioso omino un disturbatore filosofo. (L’omino ultimamente di squinternati ne incontra parecchi tra l’altro)
Se niente è per caso, lo stesso dicasi del meraviglioso libro “L’arte di correre” di Haruki Murakami, che è stato regalato al runner di mezza età da un suo caro amico, con il quale condivide anche questa piccola grande passione e che mai suggerimento di lettura migliore avrebbe potuto fare; perché tra i vari piacevoli e scorrevoli versetti dell’ebook (o libro cartaceo) c’è la chiave per trovare risposta al cerebroleso ubriaco che si è fatto inconscio interprete della domanda che si pongono migliaia di persone; siano esse appassionate di corsa, sportive o meno.
Corro perché mi va. Semplicemente.
Ci possono essere altrettante migliaia di motivazioni per spingerci a correre, ognuno avrà la sua personale.
I più giovani saranno alla ricerca di record da battere o per modellare il proprio fisico, i meno giovani per tenersi in forma, eliminare la pancetta e forse regolarizzare la propria vita, altri ancora lo faranno per avvicinare mete spirituali, chi lo fa per scaricare tensione o per respirare aria pura e via dicendo.
Motivazioni che, condivido con lo scrittore e maratoneta giapponese Haruki Murakami, devono nascere dal profondo di noi stessi.
Ecco perché d’istinto la risposta che scaturisce nei pochi secondi che seguono la domanda dell’ubriaco che te lo chiede alla sprovvista difficilmente sarà diversa da un vaffanculo. Un’autodifesa del nostro ego più profondo che è appena stato colpito e proprio durante il culmine dell’approfondimento.
Ma non è la risposta giusta. Quella corretta è: corro perché mi va.
A differenza della prima cavernicola reazione, questa risposta per se stessa infonde tranquillità, sicurezza e fa sì che appaia anche un sorriso a chi la pronuncia. Sorriso che è consigliato mantenere stampato sulla faccia proprio durante le ultime fatiche di una gara o esercizio in quanto aiuta a rilassare i muscoli del corpo ed inspirare più aria, che è la prima energia vitale del corridore.
Consapevolezza e libertà sono parole di grande intensità e significato ma non tutti colgono occasione per catturare lo stato di forma che questi elementi determinano.
Se ci pensiamo tutti gli uomini sono in eterno movimento spirituale, chi camminando o chi di corsa, tutti quanti percorriamo un percorso lungo e tortuoso dal finale ignoto.
Ognuno è libero di scegliere come arrivare al traguardo. L’esperienza accumulata suggerisce che scorciatoie ed artifizi non portano mai al raggiungimento di grandi risultati, qualcuno prima o poi lo coglie, qualcun altro no. Pazienza.
Se l’ebete ubriaco non poneva la domanda (quando scrivo ebete non si senta coinvolto Renzi), probabilmente l’omino avrebbe continuato a correre senza sapere fondamentalmente il perché, cercando risposte illuminanti che spesso e volentieri si trovano tra i versetti delle frasi a concorso pubblicate nelle riviste specializzate o in qualche aforisma dettato da filosofi della Magna Grecia.
Invece…
“Perché minchia corri? Perché?”
“Perché mi va”
Grexit: Scemo e più Scemo
Alzi la mano chi tra i comuni mortali non ha tifato Grecia durante il tormentone di inizio estate denominato Grexit. Nella partita a poker decisiva che avrebbe potuto far saltare il banco europeo in molti han creduto in Tsipras ed i suoi rilanci, all’all in di Syriza che per qualche attimo ha fatto sobbalzare sulla sedia anche la Merkel ed i suoi compari. Le richieste della Grecia erano chiare e minacciose: o si riducono i debiti pregressi e continuiamo a giocare o facciamo saltare il banco. Il grande bluff per qualche attimo era riuscito a trarre in inganno un pò tutti, tranne i proprietari della bisca Bilderberg che ben sapevano di poter contare su una scala reale di contro ad una semplice e misera coppia di due formata, tra l’altro, da Tsipras e Varoufakis. Come facevano a saperlo? Il mazzo è truccato, le regole sono precise: dalla bisca non si esce vivi senza aver saldato il proprio debito.
Vanno a braccetto gli scemo e più scemo europei che hanno meravigliosamente e forse inconsciamente inscenato il teatrino estivo che ha rafforzato l’idea di folle onnipotenza ed arroganza finanziaria della cupola europeista alla quale in confronto la mafia italica sembra avere i baffetti sporchi di latte.
Avere il privilegio di assistere all’Europoker direttamente dalla Grecia lascia un retrogusto ancor più amaro perché, ce ne fosse ancora necessità, oltre a svelare la miseria di idee e la pochezza di programmi dell’Europa meridionale a fronte di un attacco economico paragonabile ad una ipotetica terza guerra mondiale, conferma la completa maliziosità fuorviante dei mass media, italiani in primis ovviamente, che hanno subissato di notizie invereconde migliaia di concittadini che ancora guardano con la bocca aperta il cielo in attesa del promesso asino che vola mentre il cane gli piscia sulla scarpa.
Scenari apocalittici che in qualche caso si sono rivelati veri nel continente; code ai bancomat e sgomento tra la popolazione che, almeno nelle isole, non ci sono mai state.
Ma questo è il vizietto di molti iscritti all’ordine dei giornalisti a conferma di quanto assistito personalmente a Sharm El Sheik nel 2002 quando appariva sul televisore sintonizzato TG5 un abbronzato e scenicamente sconvolto Carlo Rossella che dal Resort Domina Bay descriveva scenari silenziosi e saturi di sgomento ed incredulità dei turisti dovuti alla caduta di un aereo della Flash nel golfo di Naama Bay (Tiran per la precisione) mentre dalle finestre di camera di chi scrive e che guardavano esattamente nelle vie cui il Dottor Rossella si riferiva, continuava imperterrito il solito ritmo artificioso e pulsante della nota cittadina egiziana con i fastidiosi acuti di trombette disaccordate e tamburelli spremuti al limite della decenza sinfonica.
Certo la situazione in Grecia non è rosea e sicuramente a breve avrà ripercussioni ben più nefaste delle prove di giugno, d’altronde non può essere diversamente. Nelle isole non si pagano le tasse; tutti conoscono tutti, le parentele abbondano ed i favori anche. Lo spirito di comunità non manca e l’attitudine a non rispettare le regole perché protetti dal sistema è più che consolidata abitudine.
Diciamo che è ancora attuale la figura del fatalista, fannullone e spendaccione Zorba il greco che rigetta l’idea del risparmio e della programmazione futura limitandosi a vivere giorno per giorno senza preoccuparsi dell’avvenire.
Interessante punto di vista per chi come Zorba non ha legami o responsabilità alcuna se non le proprie; discutibili e controproducenti se applicate a realtà comunitarie dove il destino di migliaia di persone è a rischio sopravvivenza.
TomTom Runner Special Edition: affidabile compagno di corsa (il test)
Se state leggendo questo post è probabile che siate alla ricerca di informazioni che vi possano aiutare nella scelta di un orologio gps con il quale misurare e confrontare le vostre prestazioni e, altrettanto probabilmente, da runners neofiti o amatoriali, non vi sentite ancora pronti ad affrontare un elevato impegno economico per quello che pensate sia uno strumento d’aiuto che ancora non ritenete indispensabile.
In realtà per godere appieno dell’attività cui stiamo parlando, non c’è un ordine di importanza preciso negli acquisti irrinunciabili a far sì che la corsa sia e rimanga un piacere, seppur faticoso, piuttosto che una progressiva distruzione fisica e mentale. Per correre servono delle scarpe adatte ai propri piedi, calze rinforzate, un abbigliamento confortevole dal materiale non irritante, un orologio gps (cardio ancor meglio); Prima però c’è un investimento, questo sì più importante di tutti quelli elencati, che non si trova nei negozi ma negli ambulatori: una visita dal cardiologo dove fare un test sotto sforzo. Pensate di essere sani come dei pesci? Mentre starete correndo potrete concentrarvi su altro che non sia: “sto bene, ma se ho qualcosa e non lo so?” Ecco, dopo la visita avrete fugato tutti i dubbi e vi concentrerete solo su cose positive.
Fatte queste premesse passiamo ad illustrare il nostro TomTom Runner Special Edition che fino a poco tempo fa l’azienda olandese produceva con il marchio Nike per poi recentemente decidere di proporlo al pubblico dei runners direttamente.
La fascia di prezzo è tra le più interessanti in assoluto visto che, come vedremo, le prestazioni di questo orologetto sono assolutamente sufficienti per le necessità di un corridore amatoriale e forse anche qualcosa di più. Tra tutti quelli visionati è stato l’unico ad avere caratteristiche combinate tali da avvicinarsi di moltissimo al più blasonato Polar M400 che però ha un costo superiore.
La confezione in cui vi verrà consegnato il TomTom è essenziale e pratica come l’oggetto contenuto. All’interno oltre all’orologio ci sono anche un libretto d’istruzioni parecchio ridotto e il cavo per collegarlo al pc ove scaricare i nostri dati e ricaricare il runner che non ci metterà molto ad essere pronto per l’uso. Il cinturino, intercambiabile con la possibilità di acquistarne altri dalle diverse colorazioni è adattabile a tutti i polsi e grazie ai numerosi fori presenti risulta leggero evitando sudorazioni esagerate. Certo parliamo di un oggetto in plastica, ma dalla buonissima traspirabilità e leggerezza.
A differenza del Polar M400, tanto per fare un confronto, è preferibilmente indossabile solo nelle occasioni sportive, vista la colorazione abbastanza vistosa e la struttura dell’orologio stesso.
Il quadrante ha una dimensione interessante sul quale si riesce a leggere perfettamente le informazioni sia durante il giorno che durante la notte grazie all’illuminazione facilmente disponibile con la funzione touch screen presente sullo schermo appunto. I caratteri sono ben visibili e si può scegliere cosa far comparire sul quadrante tra ora, tempo percorso, media velocità, metri percorsi e via dicendo.
Il tasto di navigazione è unico e di una comodità estrema specie negli ultimi passi della nostra corsa dove, a differenza di altri orologi in cui diventa inevitabile mettersi alla ricerca del tasto giusto perdendo concentrazione e secondi inutilmente con il rischio di alterare le nostre prestazioni, basterà premere ripetutamente per due volte il cursore verso sinistra per archiviare i dati a conclusione della prestazione. Premendolo una sola volta il TomTom Runner si posizionerà in pausa.
Sempre con il nostro cursore, inizieremo la regolazione con il tasto di destra che ci porterà alla schermata base ove scegliere tra modalità corsa, tapis roulant o cronometro. Selezionando la modalità corsa, sempre scorrendo verso destra, comparirà un omino stilizzato mentre corre e partirà la ricerca del segnale gps che, per esperienza, si sintonizza molto velocemente. Si leggono recensioni che parlano di problemi di aggancio satellite in caso di nuvolosità o nel mezzo di boschi… Sarà ma finora ha funzionato in ogni condizione. Se con il cursore durante questa schermata andiamo verso sopra entreremo nel calendario dati dove sono registrate le nostre prove da consultare, scorrendo verso il basso tra le opzioni di impostazione dove compariranno le scritte allenamento e metriche. Se nelle seconde potremo scegliere se avere come riferimento miglia o chilometri e cosa visualizzare sullo schermo, nella voce allenamento potremo scegliere tra obiettivi (cioè distanza, tempo o calorie), Intervalli (le famose ripetute facilissime da impostare), giri (anche con funzione manuale), zone e gara.
Quest’ultima funzione interessante perché consente di sfidare se stessi ed i tempi precedentemente effettuati che possono essere aggiunti a quelli già inseriti di default.
Non ci sostituiremo al libricino delle istruzioni perché l’intento è quello di dare un’opinione riguardante il TomTom Runner e nulla di più. Naturalmente non mancano le note stonate e la rilevazione dell’altitudine pare essere una di quelle. Non sempre la rilevazione delle altezze corrisponde a realtà, ma sinceramente ce ne se può fare una ragione.
Molto essenziale anche il software pensato per questo gps che è di facile lettura e contiene tutti i dati necessari per monitorare la propria tabella di allenamenti. Forse qualche soluzione grafica ed interattiva più accattivante non starebbe male. In tal senso il confronto con il Polar M400 vede più brillante la strategia di questi ultimi, senza menzionare Garmin che è indiscutibilmente tra i migliori, se non il migliore, anche dal punto di vista software e connettività con i vari social network.
Comunque sia il TomTom Runner Special Edition, nella sua essenzialità, è un prodotto assolutamente interessante e consigliabile che vale il prezzo richiesto ed anzi offre prestazioni simili o addirittura superiori a gps appartenenti a prodotti di maggiori pretese. Compatibile ed acquistabile come optional la fascia cardio di cui sentiremo parlare sempre meno perché, ad iniziare dai modelli TomTom più evoluti ed emulati da altre case, il sensore cardio è e sarà integrato nella cassa dell’orologio direttamente, eliminando così il fastidioso accessorio toracico.
Kastellorizo: Dedicato a tutti quelli che stanno scappando
“Ci stavano mandando in missione a Megisti, un’isola sperduta dell’Egeo, la più piccola, la più lontana; importanza strategica zero” Queste sono le parole che introducono la storia del film Mediterraneo, girato nell’ormai lontano 1991 dal regista Gabriele Salvatores ed ambientato nell’esistente isola di Castelrosso, Megisti o meglio conosciuta come Kastellorizo.
In quello che di
venterà un film cult per gli amanti della Grecia e che sarà pluripremiato con diversi Oscar, non mancano le inesattezze storiche, verità tralasciate che ad ogni modo non solo non intaccheranno il successo della pellicola ma anzi, contribuiranno a rendere una piccola e davvero sperduta isoletta dell’Egeo meta di pellegrinaggio quasi ossessivo da parte di milioni di italiani.
A distanza di oltre vent’anni resiste il fascino ed il richiamo delle immagini girate sapientemente da Salvatores che ci spingono a voler visitare di persona quell’isola che durante la Seconda Guerra Mondiale ha ospitato un gruppo di goffi, a volte disperati, a tratti goliardici soldati, frutto della fantasia del regista e dell’immaginario collettivo. Un ritratto stereotipato ma innegabile che contraddistingue gli italiani nel mondo: burloni, approssimativi, sbadati, furbetti e romantici; con una forte dose d’umanità.
L’atavica pigrizia dei greci che certo non si contraddistinguono per saper cogliere e sfruttare le occasioni che piovono dal cielo, non facilita il compito del visitatore nello scoprire o identificare i luoghi esatti ove sono state girate le scene più emblematiche di Mediterraneo. A Kastellorizo non esiste nessuna indicazione, targa o cartello turistico ad indicare con esattezza qualche posto riconducibile al film. Certo non ci si aspetta un museo a cielo aperto né tantomeno un parco tematico, ma sarebbe carino riuscire a toccare con mano, o perlomeno credere di farlo, porzioni di isola immortalate nel lungometraggio di cui non c’è più traccia. Eppure Mediterraneo ha trasformato la vita di questa piccola isola che fino ad allora non se la passava molto bene.
Anche i collegamenti con la vicina Rodi sono piuttosto scarsi.
Kastellorizo al di là del passato cinematografico, si sviluppa per lo più attorno al porto principale con le solite classiche casette color pastello affacciate sul mare e decine di tipiche taverne che offrono ai visitatori intensi momenti di rilassatezza. L’isola è molto silenziosa e tranquilla così come gli abitanti che hanno dei ritmi, se possibile, ancor più blandi rispetto agli altri greci. Le ore calde della giornata contribuiscono ad abbassare ulteriormente la pressione così che anche gli ultimi neuroni scalpitanti in cerca di nuove idee finiscano per arrendersi e parcheggiarsi in qualche remoto angolino di cervello.
Buon segno per la salute del mare anche la presenza di tartarughe, che salgono in superficie a respirare quasi con timidezza protette dal loro milionario carapace e che ovviamente diventano interessante preda dei turisti in cerca di foto; tra loro c’è chi usa il richiamo del gatto per farle avvicinare (ma è una tartaruga), altri che buttano pezzi di pane (si nutre di pesci, crostacei, calamari…), altri ancora che cercano di tuffarcisi sopra (e lei si immerge).
Oltre al porticciolo è suggerita la visita al Castello di Kastellorizo, che come tutte le fortezze porta con se una storia ricca di episodi epici. La vista che si prospetta dalla roccaforte è molto suggestiva sia per una visione panoramica del porto sia per il circondario dell’isola pieno di spiagge meravigliose. Tra l’altro, a proposito di spiagge, dal porto principale si possono raggiungere con piccole imbarcazioni taxi proprio alcune delle più caratteristiche come la piccola grotta marina di Saint George.
La vista migliore in ogni caso è il premio dei più audaci, ossia le persone che nonostante le temperature pomeridiane ai massimi livelli intraprendono il cammino su una scala in pietra non proprio agevole che promette di vedere l’antica Kastellorizo, una volta giunti a destinazione. Sarà, ma dopo aver inzuppato la maglietta ad accoglierci ci sarà un paesaggio carsico in un assordante silenzio scandito dall’incessante suono delle cicale. In compenso sarà proprio quello il punto migliore dove scattare foto suggestive e realmente panoramiche.
“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” si legge nella frase incipit del film Mediterraneo, scritta da Henry Laborit, tra le altre cose filosofo francese e sostenitore del fatto che l’uomo è alla costante ricerca del piacere e con una innata necessità di cambiamento.
Uomo, aggiungiamo noi, che ha sempre più mezzi per comunicare ma sempre meno pensieri da esprimere, partecipe di una società contemporanea basata sul commento e non sulla riflessione.
Il film si conclude con tre reduci facenti parte del gruppo di soldati di stanza a Megiste, che si ritrovano molti anni dopo nello stesso luogo, seduti in una taverna e che, ovviamente stanchi ed invecchiati, tirano le somme della loro vita; amareggiati dagli illusori inganni e false promesse del dopo guerra e certi che l’unico potere di sopravvivenza nelle nostre mani, alla fine dei conti, altro non è che l’incoscienza ed intraprendenza della fugace giovinezza cui tutti abbiamo transitato o stiamo transitando e che ci da la forza di scappare; fino ad arrivare al punto in cui capiremo che forse è proprio da noi stessi che cerchiamo di fuggire.
“Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”
p.s.: Caro Gabriele Salvatores, sarebbe davvero bello girare la scena finale del film Mediterraneo vent’anni dopo con gli stessi attori senza dover ricorrere allo stratagemma del trucco per invecchiarli. In fin dei conti quale truccatore migliore se non il tempo stesso?”
Le foto di Kastellorizo su Instagram @controviaggio
































