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Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.3

L’ultima delle ipotesi riguarda un uomo molto ricco che ama fare acquisti nei negozi della Rodeo Drive. Una delle vetrine lo specchia con indosso una giacca gialla dai profili luccicanti e dei pantaloni blu a zampa di elefante. Anche la camicia bordeaux ha lo stile retrò. Porta un paio di occhiali da sole con lenti ovali arancioni, grandi ed avvolgenti.  Nonostante l’età avanzata in testa ha praticamente tutti i capelli che sistema periodicamente dal parrucchiere dei vip a Los Angeles. Proprio in quel rinomato salone ha incontrato colui che è diventato il suo compagno attuale. Un ragazzo di mezza età, di origine cubana, con un passato abbastanza oscuro. Pochi si chiedono come sia giunto a frequentare gli ambienti di lusso viste le umili origini. In realtà qualche malalingua sospetta che abbia concesso il proprio corpo a gente facoltosa pur di sistemarsi definitivamente a Beverly Hills. Fatto sta che l’incontro tra i due era stato subito proficuo. Un appuntamento al ristorante, una cena romantica, parole e sorrisi, la complicità davanti ad una bottiglia di vino pregiato francese, uno sfioramento delle mani e poi il fine serata nella villa ad Hollywood. Fondamentalmente quello era stato l’inizio di una storia che sigillava il passato dei due. Si godevano i loro momenti fatti di shopping, bagni rinfrescanti nella piscina di casa, massaggi e regalini reciproci. Poi c’erano le partecipazioni alle cene in cui capitava spesso di incrociare i calici con personaggi affermati o starlet dell’alta società californiana. I rapporti con le famiglie erano nulli per quanto riguarda l’uomo dalla giacca gialla e ridotti all’osso per il ragazzo cubano. Nel primo caso il motivo era dovuto al fatto che i suoi due fratelli non avevano mai accettato il rapporto che intercorreva tra lui ed il cubano che accusavano di opportunismo; da parte di quest’ultimo le tracce della famiglia si erano sbiadite con il passare degli anni e della lontananza. Un mix di invidia, gelosia e risentimento che li avevano condannati al loro esilio dorato ma a cui loro non davano alcun peso.

L’ambientamento dalla ricchezza alla povertà è un dato che cambia notevolmente se invertiamo i fattori. Il rischio di dimenticare le proprie origini è inoltre una delle cause più frequenti di chi si ritrova benestante dal oggi al domani. Il ragazzo cubano aveva rimosso la sua fervida partecipazione ai discorsi politici che lo distinguevano da adolescente; il pathos che lo faceva litigare per difendere a spada tratta le sue idee. Da ragazzino sognava di sfidare verbalmente qualche politico di grosso calibro, quelli che hanno i fili mossi dalle enormi multinazionali, per capirci. Mai si sarebbe immaginato di condividere un banchetto assieme a loro in qualche lussuosa villa. Frequentandoli non solo ha dimenticato il suo passato ma si è anche adeguato al loro presente che è fatto di scambi di parole ponderate e di cortesia, di finta ammirazione, di baciamani e scatole infiocchettate; macchine prestigiose che riempiono i viali delle case sulle colline californiane o mogli avvenenti con il corpo in visita ufficiale insieme al marito affermato e la mente in braccio all’amante surfista. Forse tutti questi artifizi gli hanno spinti per un pomeriggio a fare qualcosa di diverso. Ritagliare un po’ di tempo esclusivamente per loro. La radio della Bentley spesso viene  mutata dalle loro battute seguite da grasse risate. Prendono in giro i conoscenti creando delle simpatiche caricature ed enfatizzando quelli che le vittime pensano essere grandi pregi. La macchina si sta dirigendo verso Santa Monica. Il buonumore li segue anche quando devono parcheggiare la macchina sulla sabbia in mezzo alle decine di altre autovetture popolari. Attraversano il molo passeggiando e guardandosi in giro mentre delle nuvole avanzano gonfie, scure e minacciose verso di loro. Non trascorre troppo tempo da quando le prime gocce d’acqua cominciano ad inumidire la passerella e le persone che ci camminano sopra. Decidono di ripararsi e di acquistare due bevande gassate sentendosi di nuovo ragazzini. L’alternanza della pioggia permette loro di arrivare fino alla fine del pontile e guardare l’Oceano che si sta agitando minaccioso. Lo fissano pensierosi. Di tanto in tanto bevono dalle loro bottiglie di vetro attaccandosi al passato. Entrambi da ragazzini erano stati poveri. Invecchiando si capisce che per quanti soldi uno possa avere niente può ridare la giovinezza andata. Se lo ricordano a vicenda.

Tra questo turbinio di gioie, malinconie e temporali si presenta nella storia un apparentemente inutile insetto. E’ un ape che attratta dallo zucchero della bevanda si infila dritta nella bottiglia dell’uomo descritto all’inizio con la giacca gialla che tra i due, destino vuole, è allergico proprio al veleno di questi preziosi insetti. Avvicina la bottiglia, un sorso, una puntura in bocca. Poi un angiodema che occlude le vie respiratorie… Il resto è un assurdo agonizzare fino alla perdita della coscienza e la conseguente morte.

Questa è anche la descrizione che il ragazzo cubano fornisce agli inquirenti che, richiuso il cadavere nel sacco, lo catalogano come un decesso per anafilassi.

 

 

 

Valloire: di chi è quel corpo?

La fitta nevicata notturna era terminata all’apparire delle prime luci dell’alba.

Il bosco imbiancato ricominciava ad emettere i suoi caratteristici suoni attutiti dallo spesso manto nevoso.

Le indicazioni scolpite nel legno erano le sole a rendere riconoscibili i sentieri a quell’ora inviolati.

Un’aria lieve, ma severa, soffiava scuotendo gli alberi quel tanto dal consentirvi di scaricare dai loro rami il ghiacciato carico in eccesso.

In un tratto del cammino, a pochi passi da un deformato pupazzo di neve, un cumulo; anch’esso di neve.

Nascondeva il corpo di una persona ormai senza vita. Il cadavere dello sfortunato individuo, visto l’imponente strato bianco che lo ricopriva, sicuramente aveva passato la notte nel bosco.

Attorno a quel episodio di morte qualche timido raggio di sole rimetteva in moto la vita, spronando a danzare sugli alberi gli scoiattoli e far cinguettare gli uccelli.

Quella mattina la vecchia sveglia meccanica del parroco aveva suonato regolarmente alle 4:30, come di consueto, ma stavolta il suo grosso indice non aveva premuto il pulsante dello spegnimento. La sveglia continuò ad emettere energicamente una ripetuta vibrazione metallica per un bel po’ prima di far ripiombare il silenzio nella cameretta. Il prete si alzava molto presto tutti i giorni, regolava di due scatti la stufa in modo da rinvigorirne la fiamma e riversava dell’acqua nel pentolino appoggiato sopra ad essa per mantenere la giusta umidità all’interno del suo modesto dormitorio. Appena in piedi, prima di pensare allo stomaco, si preoccupava di nutrire il suo spirito. Eseguiva le sue preghiere in ginocchio sul ruvido pavimento in legno della stanza rivolto ad un grande crocifisso nero di mogano che portava con sé in ogni diocesi cui prestava servizio. Ormai da anni era finito sulle montagne francesi, a Valloire, un luogo talmente piccolo ed ostile che a detta dei malpensanti significava una sorte di punizione inflitta dal Vaticano per qualche sgarbo o peccato commesso.

L’omone che con iniziali difficoltà era entrato a far parte della comunità montana, dentro al suo grande corpo vigoroso esibiva un carattere altrettanto forte ma celava un animo buono. Caratteristiche che aveva sviluppato nelle missioni, in luoghi dove le difficoltà derivavano da fattori climatici opposti e sicuramente più ostici di quello in cui si trovava ora e che, se non altro, era meta ambita dai turisti che lo rendevano spensierato.

Di chi era quel corpo senza vita nel bosco ricoperto dalla neve? Era il suo? Era successo qualcosa mentre rientrava a casa la sera prima dopo essersi recato nella Chiesa di Saint Pierre?

Il cane abbaiava ininterrottamente da una decina di minuti richiamando le attenzioni che il suo padrone ogni mattina e ben più presto di quell’ora, gli prestava riempiendo la ciotola di crocchette e dispensando qualche energica carezza. Il proprietario del peloso cane di grossa taglia oltre a gestire un negozio di articoli sportivi rappresentava il paesino di Valloire in veste di Sindaco. La casa in cui abitava era una bella villa in legno chiaro e di recente costruzione e di cui le ampie vetrate della zona giorno si affacciavano sulla valle. I primi raggi di luce penetrati nella casa fecero brillare le cornici di alcune foto che lo ritraevano sorridente assieme alla sua famiglia in posa con caschetti colorati e bacchette in mano su una pista da sci nel circondario. Da qualche giorno la moglie, accompagnata dai due figli, si era recata in visita dei genitori a Bordeaux lasciando così solo a casa il marito. La signora era una bellissima quarantenne dagli occhi verdi, le punte di capelli lisci e biondi appoggiate sulle spalle ed un atteggiamento signorile che la rendevano attraente alla vista di tutta la cittadina. La bambina di sette anni, stava crescendo seguendo le orme della madre; sia fisicamente che caratterialmente.

Il fratello di tredici anni invece, ricordava di più il padre, specie sorridente: il Sindaco era molto affabile e ben voluto ed anche per questo non gli fu difficile raggiungere l’ampio consenso che gli consentì di ricoprire la prestigiosa carica istituzionale. Ogni mattina, dopo aver provveduto a nutrire la sua bestiola, scendeva nel viale a spalare la neve in eccedenza per far sì che i suoi figli salissero senza problemi sulla Range Rover che avrebbe poi guidato fino all’ingresso delle scuole. Nonostante dovesse percorrere il medesimo tragitto per giungere al suo piccolo negozio, non sempre portava con sé i bambini. Con le giuste condizioni metereologiche lasciarli liberi di camminare era un gesto responsabilizzante, pensava.

Il corpo senza vita ricoperto dalla neve avrebbe potuto essere il suo? Poteva essere successo qualcosa la sera precedente quando come di consuetudine si era addentrato nel bosco in compagnia del suo cane? Dopo averlo riportato a casa e rinchiuso era tornato sui suoi passi?

I minuti trascorrevano e l’allarme di qualche presunta sparizione non si era ancora diffuso a Valloire.

Certo, il prete era una persona molto solitaria e di tanto in tanto si prendeva i suoi spazi mistici lontano dai parrocchiani, pertanto niente faceva presagire una sua sparizione. Così come il negozio del sindaco che quel giorno osservava il giorno di chiusura e che quindi non evidenziava anomalie ed in Comune non era previsto nessun incontro istituzionale.

Anche il capo della Gendarmerie che generalmente era tra i primi ad entrare nel bar del paese quella mattina pareva ritardare. Non era l’unico, notarono il suo collega, presente al banco con una tazza di caffellatte fumante e la giovane mascolina barista che l’aveva servito. Infatti anche il padrone del bar non si era fatto ancora vivo, stranamente. Nessuno dei due ebbe il minimo dubbio riguardante il fatto che avrebbero potuto essere stati ostacolati dalle strade innevate. In montagna le persone erano abituate a convivere in situazioni ben più difficoltose.

Il giovane gendarme, sicuramente più interessato a far colpo alla ragazza dietro al banco che a scoprire l’accaduto, la seguiva con lo sguardo mentre lei trascinando un secchio si muoveva tra la stanza del locale lasciando dietro sé un’odorante scia d’acqua e detersivo, ipotizzando a testa bassa i motivi del ritardo dei loro superiori.

Lo storico gestore del bar abitava da solo, abbandonato dalla moglie bielorussa cui aveva chiesto ed ottenuto il divorzio pochi anni dopo averla sposata. Lui ormai aveva una cinquantina d’anni portati piuttosto male, montanaro francese nato e cresciuto nei paraggi di Valloire. Terminati gli studi primari si era messo subito a lavorare: in un primo momento nella falegnameria del padre, poi come sguattero nel ristorante dell’hotel dove sua madre lavorava come aiuto cuoco. Negli anni, tra piccole eredità ed il lavoro, era riuscito a mettere via qualche soldo fino a riuscire a comperare il bar che ancora oggi gli procurava da vivere. Nel frattempo il turismo si era sviluppato piuttosto bene tanto da far salire le quotazioni del modesto locale che prima o poi avrebbe voluto vendere. Si era stancato di rientrare a casa molto tardi la notte con addosso l’odore di alcool, fumo e dei sacchi d’immondizia che gettava ad ogni chiusura. Anche per questi motivi aveva preso l’abitudine di fare una passeggiata nel bosco a notte fonda e nonostante avesse buttato in corpo qualche distillato per far compagnia a qualche cliente bevitore di grappa dell’ultima ora. Il sentiero lo conosceva meglio delle sue tasche ed il silenzio della notte lo rigenerava. Più di una volta era rimasto nel buio a fissare i giganti occhi luminosi di qualche gufo.

Le probabilità che fosse lui il morto sepolto dalla neve erano decisamente alte viste le premesse.

Era quindi suo il cadavere nel bosco?

L’ultimo a mancare all’appello, come detto, era il comandante della stazione della Gendarmerie.

Di origine italiana, si era ben presto adeguato ai ritmi lavorativi piuttosto blandi che il luogo imponeva, nonostante non fosse certo entusiasta dell’ambiente che lo circondava. In quasi quindici anni di servizio l’episodio più impegnativo che ricordava era quando lui ed il suo precedente collega, da due anni sostituito da quello attuale, si trovarono in alta montagna a mantenere dei paletti durante gli scavi a seguito di una valanga. Non fece nulla di straordinario nemmeno in quell’occasione, ma vedere il gran movimento di elicotteri e soccorsi gli fecero credere d’esser stato utile alla causa.
Trascorreva la maggior parte della giornata nei bar, con la scusa di tenere sotto controllo i forestieri. Anni prima quando in uno degli hotel di Valloire degli incauti ragazzi inglesi, ovviamente ubriachi, molestarono gli avventori dell’albergo, non si preoccupò minimamente di intervenire salvo poi scoprire che uno dei britannici, dopo aver ricevuto un dritto sulla tempia da parte di uno spazientito montanaro locale, era finito all’ospedale in coma ad un passo dalla morte.

Nessuno aveva visto niente e lui certificò che si era trattato di un incidente; non dopo aver convinto il gruppo di inglesi a ritirare la denuncia e far cadere così ogni accusa anche nei loro confronti.

Insomma, un lavamani.

Ora che un cadavere giaceva abbandonato nel bosco, fatto eccezionale per Valloire e che avrebbe sicuramente procurato delle indagini insolite, sarebbe stato il colmo per il capo della Gendarmerie non poterne essere parte come investigatore in quanto protagonista della scena.

Era lui il morto sepolto dalla neve nel bosco?

Di chi è quel corpo?

Lago di Como: l’abitudine alla ricchezza

 

 

Oltre all’azzurro del lago c’è un altro colore che riflette accecante nella mia memoria quando penso all’infanzia: il bianco.

Non è riferito a nessun luogo, bensì al colore dei pantaloni che mia madre si ostinava a farmi indossare quasi ad obbligarmi ad osservare le regole dello stare attento, del non macchiarmi. Dipendesse da me proibirei di produrre capi d’abbigliamento bianchi per bambini.

Ardua l’impresa di non macchiarli sedendosi sulle lavorate sedie di ferro, anch’esse bianche, del gazebo nel giardino della villa sul lago; sforzi vanificati durante i rari momenti di contatto con la mia sorellina che altro non poteva fare, come tutti i bambini più piccoli d’altro canto, di impiastricciarsi le mani con qualsiasi materia terrosa o liquida presente nella circonferenza delineata dalla sua larga gonna; la faceva sembrare una bambolina curiosa dalle movenze incerte. Mia madre la piazzava ferma e seduta sul prato. Giocavano con le margherite che spuntavano a centinaia nel giardino dai fili d’erba maniacalmente regolari come in tutti i migliori parchi del circondario. La piccola sorrideva ad ogni soffio di mia madre al quale corrispondeva una silenziosa esplosione di un tarassaco; il fiore chiamato volgarmente soffione per intenderci.

Non posso dire che mio padre non sia stato presente nella famiglia, anzi. Il suo apparente distacco era dovuto ai continui incontri di lavoro che spesso avvenivano proprio tra le stanze della nostra enorme dimora. Nei ricordi, sta chiacchierando con un altro uomo mentre sorseggiano una bevanda rossastra con una fetta d’arancio al bordo della piscina. Magari sarà stato un Campari, un Negroni o che so io.

Era vestito in modo sportivo, ricercato, principalmente di bianco. Pure lui come me. Forse l’adorazione di mia madre per quel uomo inconsciamente la spingeva a vestirmi seguendo il suo stile. Non so se per far felice lui o indirizzare me a seguirne le orme.

Spesso mi ritiravo a cogliere i luminosi fotogrammi della mia famiglia dal molo dove era ormeggiato il nostro Riva. Adoravo quel motoscafo. Il suo legno, le sue cromature, l’odore della pelle dei sedili. Mi ci sedevo e sognavo ad occhi aperti di pilotarlo attraverso le onde del lago. Fantasticavo di raggiungere Varenna, sull’altra sponda. O Bellagio. Di queste cittadine scorgevo le luci dalla mia camera che era stata ricavata nel sottotetto della villa. All’epoca non sospettavo minimamente che la metratura della mia cameretta avrebbe potuto accogliere tranquillamente un’intera famiglia di quattro persone. Non appena mia sorella diventò abbastanza grande da poter dormire da sola, la camera fu divisa in due senza che io me ne accorgessi praticamente. Ascoltavo i racconti dei domestici per i quali dimostravo ammirazione. Erano portatori di storie venute da fuori. Fuori dalla villa c’era chi viveva diversamente da me o almeno così mi raccontavano loro. Tra le labbra della servitù le storie vibravano e prendevano forma; venivano spezzate dal rombo della macchina di mio padre che si materializzava sorridente portando con sé gli ultimi raggi di luce della giornata. Si spegnevano con la chiusura dell’enorme portone in ferro battuto che si lasciava dietro. Lui era amante dei motori. Grande appassionato di barche, automobili e motociclette. Possedeva ognuno di questi mezzi. A dire il vero una coppia di ognuno. Oltre al Riva al lago di Como, ormeggiato sulle coste liguri ad aspettarci ogni estate c’era un Ferretti. Tradiva la famiglia con la sua Citroen DS con la quale amava scorrazzare con la capotta aperta principalmente in solitudine. Le domeniche mattina mi portava con sé tra i tornanti che costeggiano il lago. Guardavo fuori dal finestrino con il vento che mi spettinava e tra le mani tenevo il vassoio dei dolci che comprava ritualmente in pasticceria a Menaggio. L’altra vettura invece era un’enorme Mercedes 500 SEL. Di quella macchina ho ricordi di lunghi viaggi e di infinite dormite sui sedili posteriori. La musica di Ivan Graziani e dei Genesis ci accompagnava durante i trasferimenti che raramente mi vedevano ospite nelle sue trasferte di lavoro. Ed io guardavo il mondo fuori dalle finestre di ognuno di questi mezzi e dalle finestre della villa.

La cosa piuttosto interessante è che a casa nessuno parlava mai di soldi. Era ritenuta una forma di scortesia chiedere il costo di un oggetto o di un bene. Mio padre aveva diviso il mondo in due categorie: chi se lo può permettere e chi no. Sosteneva che se appartieni alla prima categoria non hai bisogno di sapere il prezzo perché puoi permettertelo; se la sfortuna ti ha assegnato alla seconda hai il motivo inverso per evitare di chiederlo.

In realtà non credeva nemmeno nella sfortuna: ognuno è artefice del suo destino. Diceva.

L’evidenza di vivere sommersi dal denaro era coperta da uno stile di vita sobrio e naturale anche se era evidentemente improbabile riuscire ad esternarlo essendo circondati da servitù ed oggetti lussuosi.

Negli anni avevamo acquisito l’abitudine alla ricchezza.

Il tempo passava tra lunghe giornate estive nella villa al lago all’interminabile inverno nella scuola privata di Como. Tra tuffi e spensierate avventure al mare a bordo del Ferretti ai dispetti degli amici, gelosi dei miei possedimenti. Crescevo e riflettevo: cosa avevo fatto per meritarmi tutto questo?

Ecco il ricordo della vita al lago. Seduto a bordo del motoscafo mentre mi nascondo al saluto delle centinaia di visitatori a bordo di quei lenti e goffi barconi che di buono portavano solo le risacche utili a dondolare il Riva ormeggiato in villa ed a movimentare le mie fantasie. Alle barche a vela che rubando il vento gonfiavano le vele fino a spingerle a Colico. Penso ai capelli lunghi profumati di mia madre ed alle mani piccole ed indifese di mia sorella. A mio padre che sorride mentre guida tra i tornanti.

Penso a ciò che era e ciò che rimane.

Il lago.

 

La Brianza è il paese più delizioso di tutta l’Italia, per la placidatezza dei suoi fiumi, per la moltitudine dei suoi laghi, ed offre il rezzo dei boschi, la verdura dei prati, il mormorio delle acque, e quella felice stravaganza che mette la natura né suoi assortimenti

(Stendhal)

La porti un bacione a Firenze

novembre 14b

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Firenze è stato un abbraccio ed un affettuoso saluto ad un amico, quelli che si contano sulle dita della mano.

Ci siamo incontrati in Via del Santo Spirito, a pochi metri dal Ponte alla Carraia in uno dei locali che preferisco ogni volta che torno nel capoluogo toscano, Il Santo Bevitore.

Santino

Santino

DSC_0255In realtà i nostri racconti di vita han risuonato tra le mura del piccolo ma gradevolissimo Il Santino, facilmente riconducibile al più ampio fratello maggiore Santo Bevitore situato di fianco, per l’appunto.

In uno dei tre o quattro modesti tavolini dove potersi accomodare i nostri racconti scorrevano piacevolmente come il calice di vino Vermentino che abbiamo scelto di consumare. Un vino bianco particolarmente luminoso come la splendida ed inusuale giornata soleggiata novembrina di cui stavamo godendo.

Il banco dei salumi e formaggi de Il Santino ricorda una vecchia macelleria o, meglio, una salumeria e tutti gli insaccati esposti in vetrina sono invitanti come i profumi, che si librano in una danza olfattiva all’interno del piccolo locale. I formaggi insaporiti dalle conserve intervallavano le nostre parole, a volte dolci, a volte amare, necessarie per descrivere la vita.

Vermentino e formaggi

Vermentino e formaggi

 Ma Firenze non è stato solo l’incontro con un amico, è stato condividere  bellissimi momenti con la mia amata.

La Sorgente di Francesca è stata scelta da Lei, location nella zona alta di Firenze, nel verde delle colline di Fiesole e non proprio vicinissima alla città. Una suggestiva alcova d’amore in una Corte dall’aspetto rassicurante, una Villa dalla storia percettibile e stanze vissute nei quadri, molti dei quali probabilmente dipinti dai padroni di casa.

La Sorgente di Francesca

La Sorgente di Francesca

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Nell’atmosfera un po’ retrò che ho voluto creare nel mio racconto mi riesce enormemente difficile parlare di wifi o segnale del telefono di cui, quasi fortunatamente, abbiamo dovuto fare a meno durante la nostra permanenza nella splendida camera Mimosa.

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Firenze è intimità ma anche condivisione ed aver scelto un locale storico come Fiore (a Scandicci) per sigillare il momento positivo che stiamo vivendo si è dimostrata l’ennesima scelta perfetta, figlia della pazienza e del raziocinio che grazie a dio possediamo entrambi. Ai palati la fiorentina di carne Chianina si è dimostrata una pietanza eccezionale che farebbe vacillare le pupille gustative anche al più convinto dei vegani. Superlativa. Menzionare i contorni, che erano delle verdure cotte, sembra quasi inopportuno ma necessario visto la bontà di pure queste ultime.

Chianina

Chianina

Si è mangiato molto e bene ma si è passeggiato anche nel centro città, dove i rinascimentali monumenti di Piazza Signoria, il Duomo, la Galleria degli Uffizi, Ponte Vecchio, la Cappella dei Medici e la stessa Piazza Santa Maria Novella si sono crogiolati tra i raggi di sole primaverili ed esposti fieri alle migliaia di obiettivi di smartphone e macchine fotografiche puntate, come di consueto, su di loro, le vere Star di questo luogo al centro del mondo.

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Tra un bacio ed uno sguardo intorno, altro non si può fare che sorridere vedendo le decine di ambulanti abusivi tentare di vendere estendibili per smartphone in stile GoPro e pensando che gli antenati delle stesse persone che oggi sono impegnate ad immortalarsi in improbabili selfie sono gli stessi che hanno ideato e costruito ciò che rende Firenze meravigliosamente ed eternamente unica.

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Bellezze a confronto

Bellezze a confronto

Irresistibile Firenze

 Ma io che farò in questa città fottuto di malinconia e di lei intonava il compianto Ivan Graziani nel suo brano Firenze (Canzone triste). Beh, di sicuro la cosa alla quale non si può rinunciare è mangiare e bere.

Il fantastico capoluogo toscano offre una quantità innumerevole di locande, brasserie e ristoranti  per ogni gusto e tasca e l’innamoramento è inevitabile mentre si percorrono i vicoli del centro, tra Chiese e Cattedrali, musei e monumenti, palazzi rinascimentali e negozi di prestigio con i profumi che ci avvolgono in quasi ogni istante della visita. Sapori medievali come alla Loggia del mercato nuovo dove esistono e resistono chioschi che offrono  il lampredotto, cibo dalla carta d’identità toscana. Il lampredotto è uno dei quattro stomaci dei bovini che, dopo essere stato bollito, viene servito con pomodoro, cipolla, prezzemolo e sedano. Il classico piatto povero diventato parte integrante della cultura toscana.

Loggia del Mercato Nuovo

Loggia del Mercato Nuovo: lampredottaro

Il nostro blog dovrebbe essere contro, ma a Firenze di contro c’è ben poco da trovare perché la qualità dei prodotti e la professionalità è davvero di altissimo livello.

Tra i tanti è il caso del Santo Bevitore, situato nella medesima via a pochi metri dall’Arno, ambiente spazioso, sapientemente arredato, pulito e curato nei particolari. Il personale gentile e preparato serve nella giusta velocità delle ottime pietanze e numerose tipologie di vini di squisita fattura. (http://www.ilsantobevitore.com)

Santo Bevitore. Scorcio sulla via.

Santo Bevitore. Scorcio sulla via.

Essendo nati a parecchi chilometri di distanza dalla Mecca non dobbiamo privarci di vassoi caricati con prosciutto crudo, salame, finocchiona. La loro morte naturale è con il fantastico pane casereccio, accompagnati da vari tipi di formaggio più o meno stagionato ulteriormente insaporito da favolose mostarde.

Per poi continuare con dei pici (pasta fatta in casa, tipica toscana pure quella) al ragù di carne altamente selezionata che mette l’ennesimo accento a quello che è un tripudio culinario.

Tripudio culinario

Tripudio culinario

Ed a proposito impossibile non citare la chianina, tipo di carne utilizzata per grigliare le famose fiorentine (che per un periodo erano state vietate, ricordate la mucca pazza?)

A questo proposito mi vengono in mente quelle domandine idiote dal taglio adolescenziale che di tanto in tanto capita di fare: ma tra una fiorentina ed un limonino con Belen (o metteteci chi volete a vostra scelta) tu cosa sceglieresti? E’ eccitante vederla in piedi per qualche minuto, prima di sdraiarla su un lato, ammirarla, girarla dall’altro ed al momento giusto gustarcela in tutta la sua magnifica consistenza. Belen? No, la fiorentina!

La fiorentina

La fiorentina

Numerosi anche i luoghi dove poter alloggiare durante la permanenza nel capoluogo: questa volta è toccato al Park Palace, comodo perché nelle vicinanze di Porta Romana e di conseguenza al centro. Struttura affascinante dal sapore nobiliare, di proprietà svizzera. Prezzi consoni ad un 4 stelle situato in una suggestiva e tranquillissima posizione. Stanze in ordine e pulite, personale professionale. (http://www.parkpalace.com/it‎)

Park Palace

Park Palace

Per chi non ha interesse ad alloggiare necessariamente a Firenze c’è la possibilità di dormire presso Villa Murray ad Impruneta, immerso nel verde tra cerbiatti e scoiattoli e la gentile signora Silvia con le sue ricette delle torte che troverete durante le interminabili colazioni. (http://www.villamurray.it)

sala colazione a Villa Murray

sala colazione a Villa Murray

Per spingersi verso Siena, nel delizioso borgo di San Gimignano, alla Collegiata, splendida struttura trasformata da monastero ad hotel che offre agli ospiti una cucina di altissimo di livello ed un altrettanto curata cantina di vini.

La collegiata: cantina vini

La collegiata: cantina vini

Per i più esigenti, come chi scrive, c’è la possibilità di alloggiare all’interno della torre dove è situata la suite con  al piano inferiore la camera da letto ed in quello superiore una piscina jacuzzi con vista panoramica delle mura e torri medievali di San Gimignano appunto. (http://www.lacollegiata.it)

La collegiata. Suite.

La collegiata. Suite.

Abbiamo cominciato citando un brano di Ivan Graziani, terminiamo riportando l’intero testo di Firenze Sogna di Claudio Villa che meglio descrive i nostri sentimenti e che dedichiamo a Firenze che ci ha ospitato ed alle coppie (poco litigiose) che sapranno apprezzare e vivere queste magiche atmosfere.

Firenze stanotte sei bella

in un manto di stelle

che in cielo risplendono

tremule come fiammelle.

Nell’ombra nascondi gli amanti,

le bocche tremanti si parlan d’amor.

Intorno c’è tanta poesia

per te vita mia sospira il mio cuor.

Sull’Arno d’argento

si specchia il firmamento

mentre un sospiro e un canto

si perde lontan.

Dorme Firenze

sotto il raggio della luna,

ma dietro ad un balcone

veglia una madonna bruna.

Sopra i Lungarni

senti un’armonia d’amore,

sospirano gli amanti

stretti stretti cuore a cuore.

Lungarno

Lungarno