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Invenzioni

Il Prof. J.B. nacque a Lafayette il 2 marzo 1833.

La sua vita per lunghi anni fu monotona e solitaria.

Ogni mattina si recava nella sua scuola dove insegnava storia da quasi 40 anni.

In una di queste mattine del 1888, il Professore si presentò in aula come sempre e, dopo aver aperto il registro delle presenze, cominciò a fare il solito appello. Qualche alunno ricorda d’esser stato chiamato con un nome sbagliato quel giorno, così come per tutta la durata dell’anno scolastico. Ma c’era da capire, il professore era ormai vecchio e stanco. Era anche deluso di quello che fin’ora la vita gli aveva riservato.

Ai tempi dell’Università J.B. era forte e robusto, oltre che a scuola era considerato un primo della classe anche negli sport.

Egli praticava il calcio, nuoto, corsa, salto in alto ed in lungo e qualche volta si dilettava in qualche torneo di pindul pandul. Alto, moro, dal fisico scolpito, era un ragazzo molto ambito dalle sue coetanee e non.

Così, all’età di 20 anni s’innamorò perdutamente di C.O., una ragazzina di Youngsville che frequentava il suo stesso corso di letteratura presso l’Università di Lafayette. Anche per lei sbocciò l’amore ma per i due fu impossibile frequentarsi. I genitori di lei l’avrebbero voluta a fianco di un uomo dello spettacolo, possibilmente un pagliaccio, mentre i genitori di J.B. lo costringevano a studiare giorno e notte per diventare un professore stimato e ricercato come il padre W., direttore di una scuola elementare e come la madre S.T., insegnante di storia presso il liceo.

La distanza tra Lafayette e Youngsville fece il resto.

J.B. rimase solo fino a 58 anni, mentre si dice che la povera C.O. morì a 24 anni investita da un autobus di linea guidato da un autista ubriaco. (Si dice messicano)

Persi in seguito anche i genitori, anche loro investiti da un autobus di linea, si dedicò anima e corpo agli studi.

Viveva da solo nella buia casa ereditata dai compianti e passava ore intere a correggere i compiti nell’ampio salone dove tutto era rimasto identico per lunghi anni. Gli stessi mobili, gli stessi quadri, le stesse foto. Amava ascoltare musica classica di sovente e raramente invitava qualche studentessa nella sua abitazione per dare ripetizioni. Dicono fosse davvero bravo. Preferiva accogliere studentesse minorenni, le quali, dopo qualche lezione, passavano gli esami con voti stratosferici.

Una di queste rimase addirittura incinta durante degli studi di anatomia. Tutti gridarono al miracolo, in quanto la ragazza era vergine e single.

Il tempo intanto passava, il mondo si evolveva, cominciavano delle guerre e finivano delle altre.

Accanto a lui, la sera, davanti al camino, riposava la sua amata gatta Greta (in onore di Greta Garbo). Un gatto nero che più di una volta era scampata al peggio. Per ben due volte finì infatti investita dall’autobus di linea, ma ne uscì miracolosamente illesa.

In una di queste sere, mentre il professore rileggeva un suo scritto, avvenne la svolta.

Greta infatti miagolava ripetutamente fino al punto di infastidire il docente. Cercò di farla smettere dando lei del cibo, ma la gatta non ne volle sapere. Il professore allora la mise in una bacinella, con la speranza di farla addormentare. Nulla. Escogitò allora un altro sistema. Prese uno scatolone e ci ripose all’interno la bacinella con la gatta dentro. Poi chiuse.

I miagolii erano finiti.

J.B. però si preoccupò di tutto quel silenzio e volle accertarsi che la gatta si fosse effettivamente addormentata. Ritagliò allora nella scatola un foro abbastanza grande da poterne vedere l’interno e lo chiuse con una lastra di vetro per far si che il gatto non uscisse. Poi ripiegò la bacinella in verticale in modo tale da poter vedere il gatto.

Il gioco era fatto. Aveva scoperto un modo per isolare i miagolii del gatto, pur vedendolo dall’oblò ricavato nella scatola. Passarono i minuti, le ore e il professore si addormentò.

Il suo risveglio fu angosciante. Greta non dava segni di vita. Cercò di scuotere la scatola ma niente. Urlò forte e disperato il nome del gatto, ma ancora niente. Prese allora una caraffa d’acqua e la gettò all’interno dello scatolone.

La gatta si svegliò all’improvviso e dalla paura cominciò a correre come una forsennata cercando una via d’uscita. La scena che si presentò agli occhi del professore fu racapricciante: la gatta rinchiusa in una scatola che faceva roteare la bacinella come i criceti e lui inerme, che assisteva alla scena che gli si presentava nell’oblò.

Greta dalla paura lasciò uscire dal suo corpo qualche escremento e questo fu il lampo di genio.

Il professore si accorse che, nonostante tutto, la gatta era sempre più pulita. Giro dopo giro il nero di Greta era di un nero mai visto prima.

Ho inventato un lavagatti, pensò soddisfatto il vecchio professore. Pensò anche ad un nome da dare alla sua invenzione. Lavagatti era banale e scontato, ci voleva qualcosa di diverso. La sua Greta, la sua Greta Garbo, la sua meravigliosa attrice aveva ispirato tutto questo. Chiamò allora l’invenzione lava-attrice.

Il prof. J.B. cercò di brevettare l’idea, ma ricevette solo risate e derisioni anziché proposte di sviluppo e lavoro. Così fino alla fine dei suoi giorni, quando spirò in un bar vicino alla stazione degli autobus di linea di Lafayette. Correva il 1891 quando fu colpito da un infarto. Un presente, si dice messicano, avrebbe omesso di chiamare i soccorsi.

Solo anni dopo qualcuno si accorse che la scatola lava-attrice avrebbe cambiato le abitudini di milioni di persone. Non dovette far altro che sostituire i gatti con panni sporchi.

Si mormora sia stata proprio una delle ex allieve del professore a fare fortuna. Ulteriore indizio il fatto che riferendosi alla temperatura dell’acqua da mettere nello scatolone, la studentessa avrebbe dichiarato agli esperti: al professore piaceva a 90.

Infine l’errore nella trascrizione di lava-attrice che, omesse le doppie per ignoranza del responsabile brevetti, fu denominata lavatrice.

Non credo che la necessità sia la madre delle invenzioni – le invenzioni, a mio parere, nascono direttamente dall’inattività, probabilmente anche dall’ozio, forse addirittura da una certa pigrizia. Per risparmiarci fastidi.”

Agata Christie

San Diego. Incontro

Un signore distinto di mezza età si allontana dalla cassa dopo aver ritirato le sue cibarie. Si avvicina ad un tavolo occupato da una ragazza a cui si rivolge educatamente

“Buongiorno, se questo posto è libero le dispiace se mi siedo qui di fronte a lei?”

Lei alza lo sguardo e risponde abbozzando un sorriso di cortesia.

“Sì, è libero, si accomodi pure”

Lui ringrazia, appoggia il vassoio al tavolo e prende posto.

“Sbaglio o parliamo la stessa lingua? Che combinazione! Ci sono parecchi posti liberi ma stanno lavando il pavimento e sono tutti inaccessibili. Grazie ancora e scusi se la disturbo”

La ragazza da un piccolo morso al panino che tiene tra le mani. L’uomo scarta il suo e fa lo stesso. Tra un boccone e l’altro ha inizio una conversazione

“Come mai è da queste parti? Lavoro, turismo? Se posso chiaramente…”

Chiede il signore. Lei non sembra infastidita dalla domanda e risponde

“In questo periodo io e mio marito ci dedichiamo ai viaggi un po’ più impegnativi rispetto ai week end fuori porta. Gli USA sono una di quelle mete che ci ha sempre incuriosito per la varietà del paesaggio e per la vastità degli spazi”

L’uomo ascolta attento sorseggiando da un bicchierone di plastica una bevanda esageratamente zuccherata e gassata.

“Quindi è sposata. Ma suo marito l’ha abbandonata in questo misero fast food ed è scappato in Messico?”

I due ridono alla battuta

“No, è nei dintorni anche se mi ha fatto venire il dubbio che abbia trovato qualche giovane messicana e sia fuggito oltre confine. Lei invece come mai si trova in California?”

“Anch’io sono attratto dagli States per gli stessi motivi. A volte mi capita di venirci per lavoro, altre, come in questo caso, per passarci le vacanze. La California è uno Stato particolarmente ricco ed interessante ma apprezzo anche altri luoghi meno sfavillanti. Lei viene spesso a mangiare nei fast food?”

Chiede lui mentre vengono distratti dal passaggio di un’impiegata di colore dalla mole gigantesca intenta a trasportare faticosamente il carrello dei detersivi. Ad ogni passo il suo fondoschiena si scuote come in una danza hawaiana a ritmo con il liquido contenuto nel  secchio.

“No, non ci vengo quasi mai. Trovo questo tipo di cibo piuttosto insano

Risponde la donna  e questa volta è lui a sorridere

“In effetti , così a prima vista, ho avuto l’impressione che lei sia un po’ sofisticata. Nemmeno io amo questi posti. Anzi, le dirò, questa costante puzza di fritto e la discordanza tra le foto dei prodotti  della pubblicità e la realtà mi infastidisce proprio”

Mentre lo dice preme con le dita il panino risaltando la mollezza del pane

“Sì vero. Ma allora perché è venuto a mangiare qui scusi…”

“Me lo chiedo anch’io. Ecco a dire il vero avevo un incontro con una persona”

La ragazza evita di porgere ulteriori domande per educazione. Si guarda in giro distratta dai clienti che passano a fianco a loro in cerca di tavolini disponibili. Fuori dalla vetrina scorge un senza tetto intento a racimolare qualche soldo o del cibo che gli consenta di passare la giornata. Anche lui lo nota e vuole approfondire.

“Ha notato quanti homeless ci sono a San Diego? A me pare che in tutti gli USA siano in forte aumento. Certo qui è davvero impressionante vedere tutte queste persone buttate in mezzo alle strade”

La ragazza è d’accordo.

“Il paradosso è che se attraversa il ponte e va a Coronado Beach il più povero è come minimo proprietario di qualche villa”

Lui annuisce e da un altro morso a quello che rimane del suo panino striminzito

“Indubbiamente sapere che gli abitanti dell’isola hanno a disposizione il campo da golf municipale e da questa parte ci sono persone che vagano nel nulla come gli zombie fa impressione”

“D’altronde questo è il Paese dei paradossi. Il sogno americano e la povertà estrema, la libertà e Guantanamo, l’uguaglianza ma prima gli americani… E’ un Paese bellissimo da visitare ma dal punto di vista politico è davvero un disastro. Diciamo che i Repubblicani bombardano con il petto in fuori, i Democratici bombardano lo stesso ma con più discrezione”

La donna alleggerisce subito la conversazione

“Ma dobbiamo parlare proprio di politica? Con questa meravigliosa giornata?”

“Non mi fraintenda ma davanti a me di meraviglioso vedo solamente i suoi occhi

Replica sfrontatamente l’uomo.

“Così però mi fa arrossire…”

La ragazza abbassa lo sguardo cercando di nascondere un po’ il suo imbarazzo

“E’ la verità. Non mi spingo oltre perché non vorrei mai arrivasse suo marito a gonfiarmi di botte”

Ancora una volta la coppia improvvisata si mette a ridere.

“Mio marito non so neanche se è geloso. A volte sembra non mi consideri proprio”

“Magari è solo una sua impressione. Ognuno è fatto a modo suo. Mi creda che il suo sguardo, la sua bocca, il suo sorriso non passano certo inosservati. Se l’ha sposata vuol dire che è rimasto folgorato sulla via di Damasco…”

“Lei dice?”

“Sì, lo dico e lo penso”

“Non ne sono così sicura…”

“Che dice se ce ne andiamo da questo postaccio che ho gli abiti impregnati di fritto?”

“Sì, sì, non vedo l’ora anch’io di levarmi questo odore di dosso”

Dopo aver ripulito dai residui cartacei i vassoi i due lasciano il locale.

“Ma davvero pensi che io non ti consideri?”

Dice lui mentre apre la porta della loro macchina

“A volte. Non capisco come tu faccia a non essere geloso… Se m’avessi veramente trovata seduta con uno sconosciuto come avresti reagito?”

“Avrei stretto la mano al tuo nuovo pretendente e sarei scappato in Messico con una giovane messicana”

“Che scemo…”

 

“Nei momenti sereni ricordati di temere sempre le avversità e nelle avversità ricordati di sperare sempre in cose migliori.”
Catone il Censore

Atlanta: la resa dei conti

Atlanta è una città visibilmente stanca, avvolta da un opacizzato smalto fine anni 90.

L’affascinante strascico delle Olimpiadi del 1996 è presente quasi ovunque, in particolare a South Downtown nel Centennial Olympic Park. I ragazzini si arrampicano sui cinque cerchi colorati eretti all’ingresso del parco.  Nella vasta area verde sorge anche il museo del simbolo commerciale americano più invasivo e potente al mondo, la Coca Cola. La bevanda creata dal farmacista John Stith Pemberton nel 1886 è l’esempio lampante di come la sete di consumismo stia pericolosamente guidando il mondo verso il baratro. Il marketing della bevanda color marrone è vincente perché maledettamente semplice: il prodotto è alla portata di tutti e piace a tutti, dal Presidente degli USA al senza tetto. Ognuno di noi può avere un dollaro in tasca per acquistarla, moltiplicato per i 7 miliardi di abitanti che popolano il mondo i conti sono presto fatti.

Atlanta è la capitale dello Stato della Georgia che nel 1929 vide nascere il Reverendo Protestante ed attivista politico pacifista Martin Luther King al quale fu assegnato nel 1964 il Nobel per la Pace. Nella città è stato costruito il Martin Luther King Jr. National Historic Site in sua memoria ed anche una via principale porta il suo nome. Il Reverendo King cominciò il suo cammino di lotta pacifica contro l’ingiustizia civile in una piccola chiesa a Montgomery, cittadina dell’Alabama non troppo distante da Atlanta e resasi nota per episodi di impegno civile quali il boicottaggio dei mezzi pubblici in seguito al rifiuto della coraggiosa Rosa Parks di rinunciare al suo posto sul bus riservato ai bianchi ed il Bloody Sunday, la celebre marcia da Selma a Montgomery. Nella cittadina sorgono il National Memorial for Peace and Justice ed il Civil Rights Memorial luoghi dove sono conservate le memorie del lungo periodo in cui la parte di popolazione più forte ha approfittato dei più deboli con reiterate e consapevoli ingiustizie e soprusi. Fatti di cronaca che ancora oggi penalizzano la libertà e giustizia di alcune etnie.

Sarebbe impossibile riassumere in poche righe ciò che centinaia di pubblicazioni autonome stanno cercando di far emergere senza essere disinnescate dai tentacoli della censura occidentale, ma la situazione che si è creata è evidente a tutti. Tutto ha inizio con il colonialismo spagnolo, portoghese, quello inglese e le conquiste di nuovi territori perpetrati da ciechi soldati di Dio, presuntuosi della loro evoluzione in ambito di medicina e scienza, spesso trainata da esigenze belliche. L’imprinting del conquistadores è ancora oggi caratteristica europea, la stessa che ha di fatto sterminato l’intero popolo di nativi americani che oltre ad essere stati usurpati di terre e diritti sono stati umiliati per anni dalla rivisitazione storica hollywoodiana specialista in indottrinamento delle masse occidentali. In tutti i film, poche le eccezioni, tutti i nemici di zio Sam sono dipinti come spietati e crudeli assassini, malvagi terroristi privi di scrupolo ed immorali, contrapposti all’esercito dei buoni e comprensivi americani intenti a distribuire cioccolate e chewing gum alle mani tese delle popolazioni liberate. Siano questi soldati, cowboy, pugili o combattenti di qualsiasi tipo sono caratterizzati da un’infinita umanità, solidarietà, calma e sicurezza anche quando scaricano interi caricatori addosso al truce nemico. Quanti telefilm polizieschi indottrinano intere generazioni che un uso lecito delle armi porta benefici alla comunità? I videogame sparatutto non hanno la stessa funzione? Chi non è dalla nostra parte va eliminato per il bene comune. Le campagne mediatiche di questo tipo sono una prassi che utilizza sistematicamente anche Israele per dimostrare al mondo di essere nella parte del giusto mentre giornalmente compie atroci ed efferati delitti contro la Palestina che sta, passo dopo passo, sgretolandosi con il tacito consenso del mondo occidentale. Ma perché l’ingiustizia trionfa senza che nessun Paese così detto democratico di fatto prenda una ferma e decisa posizione in tal senso? Perché a muovere i fili delle marionette del teatrino del mondo ideale ci sono gli interessi economici. Il razzismo fondamentalmente riguarda i poveri. Il terrore dei privilegiati che i ruoli si possano invertire. Nel 1865 a seguito della guerra civile venne emanato il XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che decretò la fine della schiavitù. Questo fatto comporterà paradossalmente un ulteriore disagio sociale enorme in particolar modo per quelli che oggi chiamiamo afroamericani. Essendo stati prelevati forzosamente dalle loro terre native, una volta terminata la condizione di schiavitù almeno dal punto di vista legislativo, si trovarono abbandonati a loro stessi senza poter contare su nessun sostegno economico.  Questo è stato il vero disastro.

In Europa stiamo pagando scelte di alcune centinaia di anni fa quando l’osannato statista inglese Sir Winston Churchill si ricoprì di fama e gloria grazie alle strategie vincenti che consentirono gli alleati di sconfiggere i temuti nazisti cui scopo finale era lo stesso di chiunque scateni o partecipi ad una guerra: annientare l’avversario possibilmente cancellandolo dalla faccia della terra. L’hanno fatto gli americani con i coreani o gasando i vietnamiti, sganciando bombe atomiche in Giappone; tutt’oggi lo fanno gli israeliani bombardando i civili palestinesi o con escursioni belliche in Siria dove colpiscono ospedali e scuole. Per non parlare di ciò che avviene in Afghanistan, Iraq, Yemen e via dicendo. Churchill tracciò con righello e matita i confini del Medioriente separando pacifiche tribù di beduini. Lo fece senza interpellare nessuno durante un caldo pomeriggio, dopo aver pranzato e bevuto abbondantemente come suo solito.

Eppure sui libri ufficiali è quasi impossibile leggere versioni realistiche di quanto avvenuto.

Chi vince scrive la storia.

Poi c’è lo stato di polizia che serve a mantenere chiaro il concetto che al povero non è consentito partecipare alla spartizione del bottino. Per mantenere vivo il decadente equilibrio del capitalismo c’è necessità che una piccola parte di mondo goda del prodotto, gli altri devono lavorare duramente per produrla. L’abolizione della schiavitù non comporta l’acquisizione dei diritti fondamentali. Nativi americani, afroamericani, asioamericani ed ispanici sudamericani, hanno continuato ad essere discriminati perché poveri. Negli anni c’è stata un’evoluzione economica e tra questi molti sono emersi. Anche in questo caso sono stati i mass media occidentali a sdoganare l’immagine del poveraccio che cavalca il sogno americano sostenendo che è merito della democrazia liberista delle pari opportunità se qualcuno di loro è diventato ricco e famoso. Sappiamo che non è così. L’etnia bianca si tramanda il senso di superiorità verso le etnie di origini povere o dissociate al capitalismo che si traduce in sguardi languidi e comprensivi che in realtà sono un sommario lavaggio di coscienza.

Per sancire dei diritti fondamentali si è dovuta scatenare una guerra civile che evidentemente non è bastata. Non sono bastate le manifestazioni pacifiche di Martin Luther King né tantomeno quelle violente delle Pantere Nere o Malcom X. Non sono bastati i disperati gesti simbolici durante le manifestazioni sportive. Non bastano i movimenti artistici. Non bastano i morti che ci sono stati e ci saranno.

Il capitalismo è una guerra giornaliera in cui tutti siamo illusi di correre sulla stessa pista ma la cui distanza è variabile per ognuno e ad alcuni non è manco consentito di partire.

Una cosa è certa: non si può più procrastinare la propria presa di posizione. L’attendismo di comodo si sta crepando sotto i colpi di una parte di società che non è più disposta ad alimentare il mondo dei potenti in cambio di infelicità. Se fortunatamente ci si trova tra i pochi che usufruiscono di privilegi sarà il caso di agire in modo tale da ripensare le regole ed inglobare nel progetto l’intera popolazione mondiale raggiungendo traguardi di uguaglianza e sostenibilità. Altrimenti si dichiari apertamente la volontà di salvaguardare il sistema attuale, dove l’uso della forza fisica e psicologica perpetrata dai potenti consenta di mantenere la supremazia a danno dei soliti poveri.

Consapevoli di questo prepariamoci alla resa dei conti.

 

Il capitalismo corre sempre il rischio di ispirare gli uomini ad essere più interessati a guadagnarsi da vivere che a vivere

(Martin Luther King)

 

La Mezza Maratona di Donostia San Sebastian

I motivi che spingono molti appassionati, perlopiù europei, a partecipare alla maratona o mezza maratona a Donostia San Sebastian sono principalmente le caratteristiche del percorso, prevalentemente flat, il fattore climatico, che offre temperature miti e naturalmente la bellezza della cittadina stessa.

Ma perché mai un italiano dovrebbe fare tutti questi chilometri per partecipare ad una 42K o 21K all’estero piuttosto che correrle a casa sua? Le principali motivazioni sono queste: unire la passione del viaggio con quella della corsa e l’eliminazione delle pratiche che in Italia sono un costoso fardello burocratico.

A San Sebastian la partecipazione non è eccessiva nonostante l’accorpamento in un’unica giornata delle due competizioni, di conseguenza anche il ritiro del pettorale non è accompagnato dai soliti expo che abitualmente sono luminose vetrine colorate di articoli settoriali.

Nel caso specifico ci sono solo alcuni stand posizionati all’interno del palazzetto dello sport di cui l’ingresso è anche segnalato approssimativamente. Certo se uno è abituato alle manifestazioni statunitensi o quelle che si svolgono in città più grandi dove gli sponsor fanno a spallate per rifilarti mille gadget e venderti qualunque cosa rimarrà un po’ spiazzato da tutta quella semplicità.

In realtà questo aspetto scarica l’atmosfera da fattori esterni che ci allontanano da quello che è il nostro obiettivo reale: la gara.

La mia esperienza personale non è stata delle migliori a causa di fastidi fisici che mi portavo dietro da un po’ di tempo probabilmente causati da una preparazione mal gestita, ossia un sovraccarico di lavoro che ha causato l’irrigidimento di entrambi i polpacci. Specifico per chi non mi conosce che sono un maratoneta amatoriale con tempi medio alti per la fascia d’età cui appartengo e che pratico allenamenti fai da te con tabelle scaricate da una rivista specializzata. Vero è anche che ho sposato una fisioterapista ma si sa che il figlio del calzolaio ha sempre le scarpe bucate.

Tornando a San Sebastian la vigilia non è stata delle migliori dato che la cittadina basca è stata investita da una vera e propria tempesta che ha causato parecchi danni materiali. La pioggia ma soprattutto il fortissimo vento hanno celato molte delle bellezze che si presentano agli occhi dei visitatori che si addentrano tra i vicoli della parte vecchia, rimandando di fatto alle ore seguenti le romantiche passeggiate tra i caratteristici negozietti ed i rumorosi aperitivi dei numerosi locali affacciati nelle strade.

Oltre quindi alla preoccupazione di non terminare la gara per motivi fisici ecco subentrare anche quella delle condizioni climatiche. In Spagna a Las Palmas già mi era capitato di dover rinunciare alla mia prima mezza maratona, rinviata per analoghi motivi. Sei mesi di preparazione buttati per colpa di una bufera.

La notte della vigilia l’ho passata con un bendaggio all’ossido di zinco sui polpacci pazientemente applicate dalla mia fisiowife, mentre il giorno della gara sperimenteremo il taping.

Il meteo nel frattempo non sembrava intenzionato a darci tregua con la pioggia che ha infastidito partecipanti ed accompagnatori fino ai nastri di partenza a pochi metri dallo stadio comunale e dal palazzo dello sport preposto al ritiro del bib. Con un ponte a fungere da parziale copertura sopra le teste, i massaggi scaldamuscoli pre-gara e l’incertezza di riuscire a completare la mezza maratona è cominciato il countdown che da li a poco ha dato il via alla manifestazione.

Quasi in contemporanea con lo sparo, anche il cielo si è schiarito regalandoci un’inaspettata  tiepida ed asciutta mattinata priva di vento. Le condizioni ideali per correre.

Il percorso come anticipato facilita la ricerca di tempi abbastanza veloci ed offre un panorama molto interessante specialmente nel passaggio del lungomare. Per quanto mi riguarda era già un miracolo poter correre e tenuto conto delle complete sessioni d’allenamento saltate e la totale mancanza di una recente preparazione alle lunghe distanze ritengo d’esser stato anche bravino ad aver gestito la situazione. Che stavo correndo al limite delle mie possibilità fisiche lo dimostra il fatto che all’ultimo chilometro, animato dall’euforia d’essere arrivato alla fine nonché da un partecipante che mi respirava sul collo ho cominciato a spingere quasi a voler lasciare indietro tutti i problemi fisici. Risultato? I miei polpacci si sono irrigiditi come due tocchetti di legno che fosse successo 6K prima non arrivavo alla fine.

Peggior tempo personale di sempre.

L’arrivo situato nella pista d’atletica dello stadio suscita sempre belle emozioni agli atleti che hanno la fortuna di attraversarlo per essere investiti della simbolica medaglia che premia lo sforzo compiuto. Sforzo doppio è invece quello che aspetta chi affronta la maratona dato che anziché infilarsi nello stadio dovrà proseguire per compiere un secondo giro da 21,097K e rimandare per un po’ di tempo i suoi meritati momenti di gloria.

Ci vuole solo coraggio, o forse buon senso, per capire che le lezioni migliori sono di solito le più dure; e che spesso fra queste ultime c’è la sconfitta.
(Anthony Clifford Grayling)

Louisville. Talent scouts.

Avevo del tempo rimanente prima di incontrare i miei due ex compagni del college, così che lo impiegai gironzolando il piccolo Ohio State Park. Il vento soffiava molto forte e non riuscì a fare ciò che avrei voluto. Qualche foto panoramica della città, alcuni scatti al fiume e poi al caratteristico orologio del museo Colgate Palmolive.

Lo skyline di Louisville si ripresentò davanti a me mentre attraversavo il Big Four Bridge.

Alle mie spalle lasciavo lo Stato dell’Indiana che si ferma qualche metro di terra prima del fiume Ohio. Entrambe le rive bagnate dal corso d’acqua appartengono infatti allo Stato del Kentucky.

A quell’ora la città era deserta e questo mi consentì di oltrepassare downtown piuttosto velocemente. Volevo raggiungere il più in fretta possibile l’ippodromo di Churchill Downs dove si corre il leggendario Kentucky Derby. Essere a Louisville e non fare una visita ad una delle istituzioni sportive più antiche di tutti gli Stati Uniti lo consideravo un delitto.

Per raggiungere Churchill Downs dovetti spingermi fino alla Old Town ma, come detto, non essendoci traffico impiegai davvero poco tempo per arrivarci. La luce del sole veniva riflessa prima dalle vetrate dei grandi palazzi, poi man mano che mi addentravo nella periferia, dalle casette in legno bianche. Bianca era anche la lunga staccionata che delimitava la strada principale diretta all’ippodromo.  Parcheggiata la macchina rimasi subito colpita dalla statua in bronzo di un cavallo che galoppa verso la vittoria: Barbaro. Il suo nome a carattere cubitali spiccava fiero sul basamento.

Che emozione il Kentucky Derby. Nasce nel 1875 ed è una competizione per cavalli purosangue dell’età di tre anni che si corre sulla distanza del miglio e un quarto. Da allora si è svolta regolarmente tutti gli anni alimentando storie e leggende come quella del cavallo che detiene il record della gara, Secretariat, stabilito nel 1973 o quella di Barbaro appunto. Già, perché dedicare proprio a lui un monumento all’ingresso? Premesso che stiamo parlando di una tomba dove si trovano i resti dello sfortunato purosangue, è stata edificata all’esterno su volere dei suoi proprietari per dare così la possibilità a tutti di visitarla senza pagare il costo d’ingresso all’ippodromo. Il purosangue inglese nato il 29 aprile 2003 e deceduto il 29 gennaio 2007 è stato un campione imbattuto e che godeva di ogni entusiasta parere degli esperti che lo giudicavano un fuoriclasse assoluto. Ma il destino non guarda in faccia nessuno così che a seguito di una caduta al Preakness Stakes-G1 si distrusse la gamba posteriore destra fratturandola in tre punti. Subì diversi interventi ma alla fine dovette arrendersi alla laminite che nel frattempo si era presentata agli arti anteriori. Non potendosi più appoggiare a nessuna delle sue gambe i proprietari decisero di praticare l’eutanasia. Moltissime furono le persone che rimasero scosse dalla perdita dell’animale tant’é che il proprietario Roy Jackson dopo la morte del cavallo dichiarò: “Non so spiegare cosa abbia colpito l’immaginazione di tutti per questo cavallo, la gente ama gli animali e probabilmente ci sono tante di quelle cose negative nel mondo che alla fine si erano aggrappati a lui”.

Il tempo scorreva velocemente mentre nella mia immaginazione si susseguivano le immagini di leggendari cavalli, spinti al massimo da gloriosi fantini. Zolle di sabbia e terra sradicate dal suolo dalla potenza devastante scaricata al suolo ad ogni galoppata. Polvere e fango contrapposte alle facoltose signore dai loro eccentrici cappelli ed abiti dai colori sgargianti. Il nitrito delle bestie spinte al limite, lo schioccare dei frustini, le urla degli appassionati e degli scommettitori. Miriadi di emozioni compresse in pochi numeri. Profumo di rose, soldi e sapore di champagne nel palato dei vincitori. Delusione, polvere e rassegnazione nelle menti degli sconfitti.

Competizione è eccellere, l’eccellenza fa parte del percorso di evoluzione di una specie. I migliori, i più forti, si guadagnano il diritto alla sopravvivenza. Qualunque sia il punto di vista etico riguardo le competizioni trovo affascinante pensare che l’uomo sia riuscito ad incanalare in rappresentazioni sportive la forza della selezione naturale. Una sorta di esperimento da laboratorio.

Ripresi la macchina e lasciai dietro a me quel luogo sacro e mi diressi nuovamente verso downtown.

L’appuntamento con i ragazzi era in prossimità della gigante mazza da baseball sulla W Main Street. Non fu difficile riconoscere il palazzo in questione. Anche in questo sport le storie e le leggende hanno riempito pagine di migliaia di libri ed impresso altrettante pellicole. Nella memoria di ogni cittadino americano risuona il colpo sordo di una palla che colpisce la mazza ergendosi in aria oltre ad una rete. Oppure oltre una barriera o mentre si schianta sui lampioni dello stadio. Nel momento in cui rimane impigliata nel guantone di un giocatore o afferrata dai tifosi eccitati ed accalcati sugli spalti. Questo da tempo immemore o più precisamente da quando nel 1927 la leggenda Babe Ruth bussò alla porta della fabbrica di Hillerich & Bradsby e si fece costruire la R43 che gli consentì di battere il suo record personale. Quell’anno infatti furono sessanta i fuoricampo che fece. Gli eroi e le loro imprese vanno omaggiate, così che la stessa azienda produttrice delle epiche mazze Slugger  ben pensò di realizzare una replica della R43 alta 36.576 metri e pesante di 30845Kg. Quella appoggiata allo stabilimento di Louisville che stavo guardando.

Attendevo l’arrivo dei ragazzi e pensavo al lavoro che avevano scelto. Talent scouts. Bisogna avere vocazione nel girare il mondo in cerca di talenti. Trovare il giusto blocco di marmo da consegnare a scultori che dedicheranno il loro tempo, martellando e scalpellando, in attesa di scoprire se il materiale si plasmerà come un Donatello o si sgretolerà sotto i primi colpi. I dialoghi con i ragazzi per capire le loro velleità. Le parole di convincimento per i genitori. Le porte chiuse in faccia, le telefonate infinite. I giorni trascorsi seduti sulle tribune di legno o cemento dei college o delle università con il capo chino a raccogliere informazioni, a prendere appunti. Poi, tra tanti, il campione e la soddisfazione immensa d’averci creduto. Il merito di aver tracciato la strada che potrà intraprendere emergendo tra tanti. Un prezioso pass per praticare l’infinita ed entusiasmante corsa alla sopravvivenza della specie dove solo i migliori sono ricompensati.

Intanto che li aspettavo mi godei ancora un pò Louisville.

 

“E’ difficile battere una persona che non si arrende mai” (Babe Ruth)