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Lubiana: il Professore

La macchina percorreva velocemente l’autostrada che ci avrebbe riportato a casa.

Stavamo lasciando le nuvole dietro a noi.

“Che dici se facciamo una breve tappa a Lubiana? E’ da un po’ che non ci torno”

Il passeggero annuì senza proferire parola. Eravamo a circa 60Km dalla capitale, di rientro da un servizio girato nella parte alta della Slovenia, non troppo distanti dal confine croato.

Avevamo passato alcuni giorni tra gli ampi spazi, verdi colline e lo snodarsi di sentieri e piste ciclabili alla ricerca di immagini e parole che potessero essere utili al nostro scopo.

La redazione mi aveva assegnato un cameraman con cui non avevo mai lavorato prima. Un ragazzo taciturno ed introverso che si era rivelato un po’ noioso ma se non altro poco invadente. Quest’ultimo aspetto m’aveva convinto di proporgli di fare tappa a Lubiana.

Dopo quasi un’ora di viaggio presi la deviazione per il centro città.

“Provo a parcheggiare qui. Se non ricordo male dovremmo essere in prossimità del fiume Ljublijanica

Lungo il corso d’acqua si presentano molti locali di ultima generazione e molte attività quali mercatini e negozi di articoli d’antiquariato.

“Lasciamo pure l’attrezzatura nel bagagliaio, tanto non ci sono grossi pericoli”

Così facemmo, anche se lui si portò dietro uno zaino bello carico di corpi macchina ed obiettivi che al solito risultava piuttosto pesante da trasportare. Ci era abituato, anzi, il fatto che non avesse dietro gli altri due borsoni lo facevano sentire leggero come una piuma.

“Sei comodo?” chiesi più per tentare l’ennesimo approccio umano che per reale interesse e la risposta si limitò in un sì ripetuto due volte durante il gesto di slancio nel caricarsi lo zaino in spalla. “Ok andiamo” Aggiunse mentre cominciò ad incamminarsi.

Non avevo voglia di confondere quella sosta di piacere con nessun evento che potesse minimamente ricordare il lavoro. Cominciai ad avvicinarmi al ponte che guardava la passeggiata lungo al fiume con un passo piuttosto rilassato e le mani in tasca. Il collega era già avanti a me di un bel po’. Dove cazzo corre quello pensai tra me e me; lo scorgevo posizionarsi sui ponti e scattare foto.

Nonostante la giornata fosse soleggiata, c’era un’aria fredda piuttosto pungente ed anche il Ljublijanica contribuiva a rendere la temperatura particolarmente umida.

Il clima non favorì le soste lungo la strada ad ammirare gli oggetti esposti ai mercatini o le vetrine dei negozi.

Avevamo percorso praticamente tutta la zona più interessante lungo il fiume, così ci addentrammo tra le vie interne. Lubiana è una città molto particolare. La mondanità è composta ed ordinata. Emana consapevolezza del passato, maturità nel vivere il presente ed uno sguardo ampio e speranzoso rivolto al futuro.

“Che dici se ci facciamo qualcosa di caldo?” Chiesi al collega muto che sembrava piuttosto a suo agio tra le rigide temperature della capitale “Buona idea” bisbigliò sorprendendomi.

Da lì a poco ci trovammo seduti all’interno di una pasticceria storica al piano terra di un bellissimo palazzo d’epoca. Fuori dalla vetrina potevamo vedere chiaramente la strada in salita che porta al Ljubljanski grad.

Arrivò prontamente una cameriera molto giovane con capelli tinti da colorazioni improbabili e piercing sparsi sul suo viso a prendere l’ordinazione che comprendeva due tè. Parlava inglese correntemente e dispensava cordiali sorrisi in modo da suscitare la simpatia dei clienti, compresa la nostra.

“Vuoi andare a visitare il castello? Io non ci penso nemmeno”

“Peccato” udì una voce fuori campo. Era quella di un signore anziano appoggiato al banco con in mano un calice di vino rosso. Per un attimo rimasi spiazzato perché, a dirla tutta, non aspettavo alcuna risposta dal mio collega, né tantomeno da altri.

“Italiani?”

Se c’è una cosa che odio è dover rispondere per cortesia agli sconosciuti che attaccano bottone solamente perché hanno impellente necessità di esercitare il nostro idioma.

“Sì” Risposi freddamente in attesa della domanda seguente che sarebbe stata immancabilmente: da dove?

Di dove venite?” Appunto.

“Lui è del confine, io dalle parti di Milano” Cercai di tagliare corto nel mentre arrivarono le brocche del fumanti. La cameriera le appoggiò sul tavolo facendo tintinnare i coperchi in porcellana.

Ci sorrise e noi contraccambiammo.

“Prima volta che venite Lubiana?” insistette lo sconosciuto.

Incredibilmente questa volta rispose il cameraman, forse accortosi del fatto che mi stavo spazientendo “No. Ci siamo già stati.” Ma proprio quando il dialogo pareva spegnersi sul nascere, il muto fece una cazzata clamorosa. “Lei è di qui?” Chiese all’anziano, attirando su di sé una mia occhiataccia che gli fece andare di traverso il biscottino di cortesia. Il signore al banco abbassò il pollice sopra al suo calice e si fece versare un altro bicchiere, sistemò i pantaloni e si tirò su le maniche della giacca, conscio di dover incominciare una sfida verbale che l’avrebbe visto indiscusso protagonista del bar.

“Sono nato a Fiume, quando era Italia. Là ho studiato e sono diventato professore. Poi quando ho cominciato ad insegnare mi sono dovuto trasferire. Ho insegnato a Capodistria, a Celje e qui tanti anni. Adesso sono in pensione finalmente.”

La cadenza del suo italiano era deformata dalla mancata pronuncia delle doppie, l’omissione di molti articoli e dalla presenza di parole in dialetto triestino o provenienti da zone del Collio isontino.

Mi ammorbidì e, quasi pentito dal mio comportamento rude precedente, chiesi ancora “Cosa insegnava?”

“Storia e lettere”

Prese una pausa bevendo un altro po’ del suo vino, noi sorseggiando il tè.

Mi sembrava di mortificarlo continuando a rivolgergli domande piatte e scolastiche, così cercai di alzare l’asticella. È vero che avevo bisogno di silenzio, ma quando ti capitano davanti certe persone è sempre rispettoso nei confronti del destino che te le ha mandate cercare di valorizzarle e comprenderle. Ci provai.

“Chissà che cambiamenti avrà vissuto in questi anni… Dalla Jugoslavia alla Slovenia, Tito; adesso la Comunità Europea…”

Sorrise con aria di chi la sa lunga. Cominciò il discorso.

“Bel casìn.” Mi misi comodo mentre lui cominciò “Ai tempi di Tito non c’era odio tra di noi, all’apparenza. C’era la povertà che ci teneva uniti. Carne e caffè erano un lusso. Per dire. Guarda quel tavolino laggiù. Erano ragazzi di qui perché li conosco e guarda come l’hanno lasciato. Avanzi di panino, di brioches, il cappuccino bevuto a metà. Adesso hanno tutto ma non hanno niente. Adesso è il momento della società basata sul niente”

Lo incalzai “Certo, però è comunque meglio adesso o no?”

“Cos’è meglio per lei? Una forte stretta da una mano ruvida del contadino che lavora nei campi che si spacca la schiena dall’alba al tramonto o la firma di un signore in giacca e cravatta seduto davanti al computer? Stare seduto in compagnia davanti ad un fuoco di legna ardente con una bottiglia di vino fatto in casa o solo in una stanza asettica e condizionata con a disposizione un dispenser d’acqua sterilizzata?”

Il discorso stava prendendo una piega piuttosto impegnativa. “Tu che ne pensi?” passai la parola al mio commensale

“Penso esistano le vie di mezzo. Qui ho visto tanti giovani lavorare seriamente. La città sembra lanciata verso un futuro green

Il professore riprese la parola: “Green” Intercalò con una bestemmia. La barista lanciò un’occhiataccia, lui si scusò e continuò “Green. O sono così furbi gli altri o siamo così coglioni noi. Fino a qualche anno fa tutto era green. A casa quasi tutti avevano le proprie bestie. Galline, uova, maiali, si faceva tutto in casa. Perché eravamo poveri ma non coglioni. Ma per essere green bisogna spalare merda. Letteralmente. Spaccare legna. Tirare su sassi. Quello è green. Poi è arrivato il benessere, la grande distribuzione e gli uffici. Adesso anche i somari finiscono l’Università. Tutti sono ingegneri, dottori, avvocati. Che si devono spostare, muovere in continuazione. Viaggiare. Tutti vanno da qualche parte; A fanculo vanno… inquinano e cercano il green che una volta costava fatica mentre adesso è un bene di lusso per pochi. Coglioni!”

La barista lo richiamò benevolmente. Sorridemmo tutti quanti.

“Dai non se la prenda” dissi “le offro un bicchiere”

“L’ultimo” precisò “perché se arrivo a casa ubriaco chi la sente mia moglie. Altro che green, mi fa il culo red quella”

Dopo una risata generale io ed il mio collega uscimmo dal locale ritrovandoci così nuovamente avvolti dalla gente e dal freddo. Lasciammo cadere l’episodio nel vuoto dopo averci pensato sopra per un po’.

“Hai fatto qualche foto anche al palazzo?” dissi tanto per dire.

Il cameraman annuì.

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Amatorialissimi: Intervista a Maurizio De Angelis

“Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte” scrivevo nel post precedente a questo.

Ed eccolo qui il capitolo a parte.

Correre in coppia… Stando alle sue aspettative avrei addirittura dovuto sostenerlo psicologicamente nella fase finale della 60ma Maratona di New York. Peccato che pochi secondi dopo il via Maurizio era già scomparso dai radar con un ritmo gara piuttosto spinto per i miei standard. Addìos. Ci siamo rivisti in serata nella hall dell’albergo dove abbiamo fatto una bella chiacchierata.

Di cosa ti occupi?

Sono un impiegato della ditta Cooperlat di Jesi, mi occupo di programmazione della produzione e turnazione dei dipendenti.

Quali sport pratichi?

Atletica, nuoto, ciclismo, triathlon, volley, kyte surf.

Pratichi sport da quando eri bambino? Quando sei passato all’agonistica/prime gare?

Si, sin da bambino pratico sport, a Falconara Marittima negli anni 60-70 la pallavolo dominava su tutti gli sport compreso il calcio. Infatti avevamo la squadra di volley maschile nel campionato di serie A. Ed io giocavo al volley, anche se non ero un gran giocatore, sino ai primi anni 90 con squadre di categorie inferiori.
La scoperta del podismo è stata casuale perché durante una delle tante preparazioni atletiche pre-campionato, correvamo con tutti i componenti della squadra, a loro rimaneva sempre difficile invece per me era di una facilità estrema. Da lì mi sono accorto di questo ed ho continuato a correre in solitaria abbandonando il volley (anche perché iniziavo ad avere una certa età).
La prima gara podistica, una 15K cittadina con un po’ di salita, poi via via tante gare podistiche del circuito marchigiano e della mia prima maratona nel 97′ senza aver mai fatto un lungo più di una 21K. 3 ore e 13 minuti a Roma. Nel 98′ feci il mio personale nella maratona con 2.51’23” a Venezia.
Nel frattempo scoprì anche il nuoto per cercare al fisico di dargli un po’ di respiro e purtroppo mi innamorai anche del nuoto master e iniziai a partecipare a diversi meeting.
Nuotavo ma soprattutto correvo tutti i giorni ormai era diventata la mia prima passione e con un altro mio collega di squadra decidemmo di coronare la corsa iscrivendoci alla Marathon des Sables nel 2004 (corsa sulla distanza di 240K che si svolge interamente nel Sahara marocchino ndr)

Quante ore della settimana dedichi all’allenamento? (bici/corsa/nuoto)

Ora pratico sport tutti i giorni ma vario almeno in una settimana: il lunedì corro e nuoto, martedì bici in estate ed in inverno un’ora di rulli, mercoledì corsa in pista, giovedì corsa e nuoto, venerdì riposo, sabato bici e nuoto, domenica bici o gara di triathlon d’estate

Che sensazione provi ad indossare un pettorale?

Indossare il pettorale è come prendere la scossa di 220 volt…. mi scuote il torpore che qualche volta si posa dentro di me… e scaturisce in adrenalina, ogni volta che partecipo ad una manifestazione mi prometto sempre di rispettare il passo… invece se fisicamente sto bene cerco sempre di sfiorare il massimo. (me ne sono accorto… ndr) Sono consapevole di sbagliare ma è più forte di me.

Sei molto competitivo? Consideri la gara una sfida verso gli altri o verso te stesso?

Si mi sento molto competitivo come avrai capito da quello che ho risposto sopra. È una competizione solo ed esclusivamente contro me stesso. Non mi interessa del tempo degli altri, nella gara sono solo punti di riferimento “in quel frangente” altrimenti con altri atleti c’è sempre uno scambio di info o altre volte ci si aiuta negli allenamenti e addirittura nella gara. Cito un segmento della mia esperienza della Marathon des Sables quando in una tappa io ed il mio compagno di squadra abbiamo aiutato un altro italiano a terminare la tappa senza interessarci alla nostra posizione finale e questo è stato un bellissimo gesto. (non è scontato durante una gara)

C’é una gara alla quale hai partecipato che hai particolarmente a cuore? Aneddoti a riguardo?

La mia prima maratona a Roma nel 1997 , il mio personale a Venezia nel 1998 , Marathon des Sables nel 2004 resterà sempre nel mio cuore perché è stata una gara di endurance e sopravvivenza, aneddoti. Di quella c’è ne sono vari da raccontare, come ho già accennato sopra io con il mio compagno di viaggio abbiamo aiutato un ragazzo di Treviso che era in difficoltà; essendo disidratato non aveva più la forza di continuare una tappa, il mio zaino che pesava 13 kg e quello di Marco Olmo che ne pesava 6 …ed alla fine ho diviso il mio cibo con Marco.

La più faticosa (anche nella preparazione)

La più dura è stata la Maratona di Milano il 9 aprile scorso… dopo 12 anni dall’ultima maratona ho deciso di cimentarmi ancora con la regina dell’atletica, non è tanto la fatica fisica ma la costanza degli allenamenti e la paura di non riuscire ad arrivare con la forma per affrontare un obbiettivo prefissato (a 57 anni non è come a 40 che tutto è scontato) comunque è uno stress psicologico più che fisico.

Solitario o social?

Mi piace condividere sui social i miei obbiettivi, sia dei “Trionfi” che delusioni comunque il raggiungimento di un obbiettivo. Ho un profilo su FB ed Instagram, molti amici sportivi e mi interfaccio con loro.

Il tempo dedicato allo sport ti porta benefici anche nel campo lavorativo o allenarsi frequentemente è un impegno ingombrante?

Gli allenamenti portano benefici in tutti i campi: familiare, lavorativo e sportivo chiaramente; alla sera mi sento equilibrato vedo le cose nella maniera giusta questa è la dimensione dopo un allenamento. Mi alleno dopo le 17.30 quando esco dal lavoro

Progetti futuri?

Mi sono iscritto ad un Ironman completo a Klagenfurt a luglio 2019. Per chi fa triathlon e un sogno terminarlo, dato che 3.600 mt di nuoto, 180K di bici e 42K di corsa alla fine credo che per uno sportivo “normale” siano abbastanza duri. Speriamo bene.

Sogno (o sogni) nel cassetto?

Sogni nel cassetto …si con il mio allenatore di nuoto abbiamo deciso che quando avrò 80 anni e lui 50, mi accompagnerà ai mondiali di nuoto master per fare i 1500mt in vasca lunga. Non è uno scherzo.

Segui una dieta particolare?

No, non seguo nessuna dieta, mangio tradizionale una dieta mediterranea, non mi faccio mancare niente, a 57 anni se sacrifico anche il cibo alla fine lo stress aumenta. Chiaramente non bevo liquori, né vino; bevo birra con un’ottima pizza, un bel dolce a fine pasto, non mi faccio mancare niente sempre nei limiti.

Hai avuto (o hai) un atleta di riferimento?

No non avuto nessun riferimento non ho un idolo

Un suggerimento/incoraggiamento a chi vorrebbe incominciare a praticare uno sport quali nuoto/bici/corsa o tutti e tre assieme

Consigli, suggerimenti ne infondo tanti… a Falconara che è una cittadina di pochi abitanti ci si conosce e i falconaresi mi vedono sempre correre per le strade della cittadina e sono il loro riferimento per la corsa, nuoto e bici.

…ed il kite surf. Ma quella è un’altra storia ancora.

La Maratona di New York (vista da dentro)

Anche la melodia della sveglia pare diversa questa mattina.

Le luci esagerate a Time Square non hanno lasciato spazio al buio della notte così come incessanti suonano tra le mie orecchie le sirene dei mezzi di soccorso che transitano tra le vie di New York.

Sulla sedia della scrivania davanti al mio letto ho disposto tutti gli indumenti che dovrò indossare. Un gesto che non si limita alla praticità; è un rito spirituale che serve a riordinare le idee e che i maratoneti conoscono bene. Sistemare con cura pantaloncini, calze, integratori… Spillare il numero sulla canotta e poi osservarlo pensieroso per qualche minuto.

Mi lavo i denti guardandomi allo specchio e stamattina quel banale gesto assume una forma di solennità.

Finiti i preparativi esco dalla camera dell’albergo.

Già la colazione svela un’infinità di differenze tra coloro che prenderanno il via alla 60ma edizione della New York City Marathon.

Non riesco a fare a meno di sbirciare nei piatti delle persone. Siamo quello che mangiamo, diceva qualcuno; nello specifico penso che mangiamo come corriamo.

Fuori la temperatura è fresca, ma non gelida. Non si intravedono nuvole e si prospetta una bella giornata a differenza dell’anno precedente.

L’organizzazione ha già cominciato a sistemare le transenne sotto gli occhi vigili della polizia. Le sirene delle volanti ruotano ad intermittenza illuminando con fasci luminosi blu la base dei grattacieli. Grossi automezzi azionano ad ogni manovra acuti segnali acustici ritmando il frenetico ed ordinato lavoro dei volontari ed operai dai caschi gialli e giubbini catarifrangenti.

Mi sento un puntino perso nell’Universo nell’assistere a ciò che sta avvenendo. Sembra così fantastico prenderne parte.

I bus giungono al molo e le persone infreddolite attendono di salire sul traghetto.

Manhattan indossa ancora il suo bellissimo abito da sera mentre scorre tra le finestre dell’imbarcazione che ci sta accompagnando alla partenza. Non ho con me nulla per poter immortalare ciò che vedo. In un primo momento ho qualche rammarico, ma prevale l’intimità del momento. Sarà il mio cuore, supportato dalla mia memoria, a ricordare ciò che sto vivendo. Ormai non c’è dubbio che la giornata è una parentesi meteorologicamente perfetta e l’alba che si riflette tra le acque del fiume Hudson, che stiamo navigando, lo sigilla. Anche la Statua della Libertà si concede fiera e vanitosa ai nostri sguardi.

Non manca molto per arrivare a Staten Island. C’è del tempo per parlare di esperienze personali, materiali tecnici, integratori. È un modo per conoscere nuove persone ed ingannare l’emozione. Tra non molto sarò parte del colorato movimento che scandisce l’avvio della manifestazione al quale fino a pochi anni fa non davo alcun significato.

Il villaggio pre-gara accoglie i partecipanti in modo estremamente ordinato. L’ennesimo controllo di sicurezza e poi l’attesa. Bevo un tè caldo, indosso il regalo di uno sponsor preso in uno stand, ossia una cuffia colorata prevista per avvolgere il pensatoio capelluto dalle disattese rigide temperature, approfondisco qualche conoscenza. Comincio a pianificare la gara con un vero atleta, Maurizio De Angelis, che mi propone di correre in coppia. Ma lui merita un capitolo a parte.

C’è gente in ogni dove; un agglomerato di ogni genetica possibile immaginabile e quasi mi stordisce osservare tutta la varietà di persone e comportamenti.

Il tempo scorre e si avvicina il momento fatidico per cui le migliaia di persone presenti si sono preparate da mesi, forse anni. Mentre mi spoglio dall’economica tuta presa per l’occasione dedico un pensiero a chi non ha potuto esserci per svariati e sfortunati motivi. Sono centinaia le persone iscritte che rinunceranno alla maratona ed a loro auguro di far parte ad una delle prossime edizioni.

Il tonfo sordo della prima cannonata oltre a sancire la partenza dei primi atleti preoccupa un po’ tutti gli altri. Gli elicotteri sorvegliano la zona e lo spiegamento di forze di sicurezza è imponente.

Le onde colorate si susseguono velocemente fino al momento in cui è chiamata in causa quella verde di cui faccio parte.

In un attimo mi trovo a correre sul ponte di Verrazzano con una vista su Manhattan che toglie il fiato. Sono attimi che racchiudono un turbinio di emozioni e di energia che nessuno si preoccupa di nascondere. Per la gioia del momento qualcuno ride, qualcun altro urla, c’è chi piange. Poi il silenzio cadenzato dal pulsante suono di migliaia di scarpe ed altrettanti cuori.

Ho studiato abbastanza bene il percorso che sto affrontando per la prima volta e non voglio forzare già alla prima salita. Ho scelto una strategia conservativa.

Nel frattempo il mio cronometro perde il segnale gps e mi riporta valori di passo completamente sballati.

Non è la prima maratona a cui partecipo e vedermi superato dopo poche centinaia di metri da un signore che corre con i mocassini ed un peruviano in costume Inca con tanto di piume in testa non dovrebbe preoccuparmi. Comincio invece a pensare che sto esagerando con il risparmio energetico. Non c’è pubblico fino al terzo chilometro. I lati delle strade di Brooklyn già strabordano spettatori che esibiscono cartelli e tifano come fossero tutti nostri parenti. Grazie alle loro animazioni la lunga e noiosa strada che porta al 13K in prossimità del Brooklyn Academy of Music è scorrevole e divertente. Ci sono gruppi musicali e persone festanti. Scelgo di aumentare un po’ il ritmo ma mi ritrovo nuovamente davanti ad una salita. La strada in questo caso si restringe e la folla è ancora più presente. Cancello dalla mente le strategie distratto dagli incoraggiamenti di centinaia di bambini e dall’onda viola e chiassosa di un magnifico coro gospel organizzato sul marciapiede davanti ad una chiesa. A rendere l’atmosfera silenziosa ci pensa il Quartiere ebraico di Williamsburg dove la partecipazione all’evento è inesistente. Riposo le orecchie. La mezza maratona è fissata nel Queens dove pochi chilometri dopo è presente il famigerato Queensboro Bridge, rinomato per il vento che soffia gelido di traverso sui maratoneti. Una volta attraversato sarò di nuovo a Manhattan. La giornata è talmente bella che veniamo graziati dal meteo così che il ponte non presenta nessun pegno da pagare. Evento unico in 60 anni di Maratona di New York, giurano i partecipanti più esperti. Siamo intorno al 25K e mi rammarica vedere un ragazzo fermarsi per un problema al polpaccio. Non faccio in tempo a pensarci che mi ritrovo a percorrere la curva alla fine del ponte animato da un foltissimo pubblico che festeggia il nostro ingresso a Manhattan come fossimo i primi del gruppo, transitato almeno un’ora prima. La stanchezza e la botta di energia che mi arrivano dritti in faccia quasi mi commuovono.

Gli interminabili sali scendi dell’infinita 1st ave sono la rampa di lancio per cercare di abbassare il mio tempo che è molto al di sopra delle mie possibilità. Sinceramente non sto correndo per fare il mio personal best o per dimostrare niente a nessuno ma voglio dare un senso agli allenamenti svolti durante tutta l’estate. Comincio a sentire bruciore all’interno coscia di entrambe le gambe a causa di un ripetuto sfregamento dei pantaloncini. Per fortuna ai lati delle strade ci sono i volontari che oltre a liquidi ed alimenti distribuiscono anche vaselina spalmata su stecchi simil ghiacciolo. In teoria servirebbero ad evitare l’abrasione ai capezzoli che è una delle cose più dolorose che possono capitare quando corri. Non è facile riuscire a prendere un bastoncino in corsa e cercare di convincerli che sei consapevole di quello che stai facendo. In molti, infatti, scambiano la vaselina per cibo commestibile e se la mangiano. Di conseguenza i ragazzi sono esageratamente premurosi e prevenuti nel concedertene uno. La spalmo e dopo un immediato bruciore mi sento sollevato.

Entro ad Harlem.

Una carica emozionale fortissima mi dà un ulteriore spinta per aumentare il ritmo. Stavolta mi metto a correre seriamente senza dedicare tempo a dare il cinque ai bambini ai bordi delle strade o concentrarmi sulle meraviglie che mi circondano. Mancano circa 10K per entrare a Central Park e mettere fine alla gara più suggestiva che ho corso fino ad ora. È bello accelerare il passo alla fine perché c’è la cosiddetta raccolta dei cadaveri. Quelli che hanno dato tutto nella prima parte di gara e che ora sono in panne. Ne supero davvero tanti ma per recuperare il tempo perso nei primi 30K dovrei viaggiare alla velocità di Kipchoge. Vengo colto dai crampi quasi all’altezza del punto dove l’anno precedente mi ero posizionato per fare foto agli atleti. Impreco, rallento, dialogo con i muscoli, penso alla fortuna che ho questa volta ad essere dalla parte giusta della transenna e mi riprendo in fretta. L’ingresso a Central Park è spettacolare e l’incitamento che non è mai mancato per quasi 35K è commovente. Trovo le ultime motivazioni nella sfida con un altro italiano. Entrambi ne traiamo beneficio tagliando il traguardo con dignità.

C’è qualcosa nell’aria di New York che rende il sonno inutile.
(Simone de Beauvoir)

Un sincero ringraziamento ad Antonio ed Annalisa di Terramia che mi hanno concesso questa fantastica opportunità.

Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

Autonoleggi: evitare le fregature

Negli ultimi anni è sensibilmente aumentata la confidenza con gli acquisti online da parte di moltissime persone e questo ha contribuito ad infoltire l’esercito dei turisti risparmiatori fai da te che impegnano molte ore del loro tempo a scorrere pagine di attraenti offerte che la rete offre quotidianamente.

Grazie ad alcune compagnie aeree low cost sono inoltre esponenzialmente aumentati i viaggi di corto raggio mirati a ridistribuire tra le varie destinazioni europee milioni di persone che solo qualche anno fa preferivano passare il week end fuori porta o sul divano di casa. Cosa che magari farebbero volentieri tutt’oggi, non fosse per  l’asfissiante martellamento social che ci obbliga a partecipare al campionato del ci sono stato anch’io.

Nel mondo dei turisti ad ogni costo, ma a basso costo, sono moltiplicate anche le offerte al ribasso da parte dei noleggiatori di auto che ormai fanno a gara per accaparrarsi i clienti. Si trovano così sul mercato online offerte molto attraenti che dovrebbero far riflettere spesso l’ignaro cliente sul perché di tali tariffe. Per levarsi ogni ulteriore dubbio basterebbe leggere bene il contratto di vendita prima di strisciare la propria carta di credito ma, è noto, gli italiani non leggono. Anzi, è già un miracolo sapere che tu sia arrivato fin qua a leggere questo post.

Prezzi di noleggio particolarmente aggressivi spesso nascondono delle insidie come ad esempio le assicurazioni a copertura parziale o con franchigia. Personalmente anni fa mi è capitato uno spiacevole episodio con la Sixt dalla quale ero stato attratto proprio da uno dei loro prezzi molto convenienti. Dato il breve termine di noleggio, ossia un trasferimento giornaliero aeroporto-casa, non ho esitato a prendere l’auto con questi signori, nettamente più economici rispetto altri colossi del settore. Com’è andata? Per mantenere il prezzo più basso offerto dalla compagnia mi sono avvalso di una copertura base. Firmato il contratto l’addetta allo sportello mi ha indicato una navetta che mi ha accompagnato fino al deposito all’aperto, non troppo vicino all’aeroporto. Lì ho perso parecchio tempo prima di trovare la vettura che mi era stata assegnata, data l’inesistenza di indicazioni alfabetiche o numeriche e visto che tutte le macchine erano ricoperte dal ghiaccio. Particolare questo che si rivelerà fatale. La ricerca è durata un bel pò. Lascio immaginare la gioia nello svolgere la pratica di ricerca dopo un volo di 6 ore con sveglie all’alba annesse e via dicendo; in un freddo polare per giunta. Trovata l’auto ho impiegato un’altra mezz’ora per sbrinarla e finalmente mi sono messo alla guida in una deserta autostrada notturna. Il giorno seguente, vista l’assenza dell’incaricato, ho lasciato le chiavi direttamente al box Sixt e me ne sono andato. Morale della favola: mi è stata addebitata sulla carta di credito una scheggiatura al parabrezza di cui non sono responsabile. A niente sono servite le mie motivazioni. Lezione numero uno: prima di ritirare la macchina controllare assieme all’addetto ogni eventuale danno pre esistente. Fate delle foto, non fidatevi di quelli che dicono non si preoccupi, non importa. Per ogni impiegato che non si preoccupa ce ne sono altri due che non aspettano altro che fottervi i soldi. Nel mio caso specifico verificare i danni all’auto era risultato impossibile per due motivi: l’incaricato Sixt non era fisicamente presente alla consegna del mezzo e la macchina era completamente ricoperta dal ghiaccio. Fatto sta che la lezione è servita e, non solo non ho più noleggiato Sixt, ma se posso metto anche in guardia le persone che hanno intenzione di farlo.

https://it.trustpilot.com/review/sixt.it

Da allora il requisito indispensabile per ogni vettura che noleggio è la copertura totale dei danni senza franchigia. A chi rivolgersi? Ci sono molti noleggiatori, non necessariamente catene internazionali, che stipulano la kasko anche a prezzi vantaggiosi.

Da ricordare però che nessuno regala niente.

Non fatevi ingannare dal modello della macchina illustrato che tanto difficilmente corrisponderà al vero, grazie alla sensata dicitura “o di pari categoria”, piuttosto fate caso ai milioni di clausole presenti nel contratto. Ad esempio ci sono società che non includono il guidatore aggiunto, chilometraggio illimitato, catene da neve (sostituite dai pneumatici invernali dopo che il Garante della Concorrenza già nel 2014 abbia messo alle strette gli autonoleggiatori che le facevano pagare), particolari che aumentano di uno sproposito la tariffa finita.

Sixt ad esempio per un giorno di noleggio dall’aeroporto di Bergamo con la formula a sorpresa sfida la fortuna (…che è tutto che dire) ti offre un’auto di categoria a caso ed al prezzo di una economica potresti trovarti a guidare un suv ad esempio; costa 50,01 euro al giorno con chilometri illimitati. Franchigia di 1.900,00 euro in caso di danno o furto, senza catene a bordo, senza conducente addizionale e con esclusione di guidatori sotto i 21 anni. Vogliamo evitare di rischiare di vendere la casa per pagare i danni alla compagnia di noleggio arancione? Togliendo le franchigie, da 50,01 euro la tariffa sale a 95,00. Adesso che ho la kasko con Sixt dormo tranquillo? Sul loro sito ci informano che:

Nota bene:

Qualora il noleggiante abbia acquistato una protezione Kasko (furto), in caso di furto nelle regioni Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Molise o Sicilia, si applicano le seguenti franchigie a carico del noleggiante:

950 EUR: MCMR, ECMR, EDMR, CCCC, CCMR, CDMR, CDAR, CLMR, CLAR, CVMR, CWMR.
1400 EUR: CFMR, CFAR, IDMR, IDAR, IFMR, ILMR, ILAR, IVMR.
1500 EUR: CTMR, SDMR, SDAR, SFMR, SVMR, SVAR, SWMR, FDMR, FDAR, FFAR, FFMR, FWAR.
1650 EUR: EUR ITMR, ITAR, STMR, STAR, FVMR, FVAR, PDAR, PFAR, PWAR, LDAR, LWAR.
1950 EUR: XDAR, XFAR, LTAR, LFAR, LSAR.

Chi non conosce il significato di queste sigle?

La mancata trasparenza non è mai un buon segno. Se praticano l’occultismo in fase di pre vendita immaginiamoci poi. I sistemi per addebitare degli extra legittimamente ce ne sono a bizzeffe: serbatoio con meno carburante del previsto, mancata pulizia del mezzo, scheggiatura cristalli o fanali, ammaccature carrozzeria, usura immotivata dei pneumatici e via scorrendo. Chissà quante volte sarà stato fatto pagare l’identico danno sulla stessa vettura a svariati ed ignari clienti.

Se inoltre non si parla la stessa lingua o non si hanno garanti che possono intercedere non rimane che prendere a martellate prima il salvadanaio e poi i propri organi riproduttivi sporgenti.

Ognuno è libero di scegliere il suo destino naturalmente; ci sono persone cui tutto fila liscio nonostante scelte azzardate.

Esperienza insegna però che mai come con gli autonoleggiatori  vale il detto: chi più spende, meno spende.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/24/autonoleggio-ecco-i-tranelli-nei-contratti-e-le-nuove-linee-guida-su-prezzi-servizi-aggiuntivi-e-metodi-di-pagamento/3340481/

Sequoia Park: L’incredibile storia degli alberi pensanti

La cima delle sequoie è annebbiata dalle nuvole che con lentezza  si adagiano sulla montagna. La neve ha imbiancato il paesaggio ed attutisce i rumori esterni. Il passo felpato di un cerbiatto fa capolino alla base di uno degli alberi del parco. Cerca dell’erba da brucare. Alza la testa, rimane immobile per qualche secondo e poi scompare tra la vegetazione. Turisti curiosi si intrufolano tra i sentieri osservando le giganti piante nella loro infinita altezza. Lo sguardo segue il maestoso tronco di legno dai riflessi arancioni illuminato da raggi di sole che si fanno spazio tra i rami dell’albero ed i disegni delle nuvole. Un giovane arbusto alto appena ventiquattro metri chiede al suo vicino spiegazioni riguardanti il luogo dove si trovano ed il perché. In questi ultimi duecentotrenta anni sono numerose le volte che si è rivolto ai suoi vicini. Attorno al suo tronco piccoli individui colorati lasciano delle impercettibili impronte che nemmeno degnano la sua attenzione. Il tempo per lui che vivrà forse più di duemila anni scorre in modo proporzionato. Al solito, le risposte che riceve dai compagni del fitto bosco non cambiano. E’ una sequoia sua coetanea a prenderlo in considerazione. “Sempre le solite domande. Ogni dieci, vent’anni te ne esci con queste curiosità” dice mentre il vento le smuove i rami come fossero enormi tentacoli. Non ha una voce. Gli alberi, si sa, non hanno bocca, orecchie, corde vocali e tutto ciò che è necessario per poter parlare o cantare. Le sequoie, come tutti gli esseri viventi, comunicano tra loro. Gli alberi di cui stiamo raccontando la storia, continuano “Queste domande sono difficili per noi. La risposta è laggiù, lo sai…” Il giovane non si scoraggia “Ormai è da qualche decina di anni che cerco di raggiungerlo ma non mi sente. Pensi che potrei…” La sequoia amica lo interrompe incitandolo “Certo, se davvero cerchi una risposta alle tue domande, l’unico che può aiutarti è il Generale Sherman.”

Il Generale è un albero piuttosto anziano che, dall’alto dei suoi circa duemilacinquecento anni, ha sempre una risposta pronta per tutti. E’ un po’ vanitoso e scorbutico vero, tant’è che nasconde la sua età esatta che nessuno conosce; leader infallibile quando ce ne stato il bisogno.

“Chissà se sei abbastanza alto da farti notare e sentire. Tra l’altro il Generale è anche un po’ sordo ultimamente. Tu provaci.”

La stagione potrebbe essere quella giusta visto il silenzio che regna tra la fitta vegetazione. Non circolano neanche tanti di quei fastidiosi puntini colorati che non si capisce bene per quale motivo si appiccicano alla base del mio tronco alla ricerca di improbabili abbracci. Pensò l’alberello.

Generale, Generale mi sente? Generale mi sente?”

Si alternarono giornate di sole, pioggia, neve, vento e tempeste. Poi ancora sole e caldo torrido.

Generale Sherman mi sente? Ho bisogno di chiederle una cosa!”

Stranamente, dopo soli quindici anni il Generale si degnò di dare ascolto al giovane albero.

“Mi hai chiamato giovanotto? In cosa posso esserti utile” sbofonchiò nel suo linguaggio la gigante sequoia.

“Quale onore! Mi stavo facendo alcune domande. Forse lei con tutta la sua saggezza dall’alto dei suoi ottantatre metri e dei suoi duemilacinquecento anni potrà darmi delle risposte…” Il Generale Sherman non gradì il fatto che venisse menzionata la sua presunta età “Chi ti dice che ho duemilacinquecento anni? Forse il mio aspetto tradisce una certa longevità? Poi ad essere precisi, sono alto 83,80 metri. Pensare che circa millenovecento anni fa ero il più piccolo della classe.”

“No assolutamente. Non era mia intenzione… Insomma, anzi… Il suo aspetto è meraviglioso. Anch’io magari un giorno potrò avere una massa come la sua…” Il Generale cominciò a spazientirsi “Massa come la mia? Intendi forse dire che la circonferenza di 31,30 metri mi appesantisce?”

La sequoia curiosa non sapeva più come uscirne. Passarono altri vent’anni poi continuò “Vede Generale mi chiedevo se poteva aiutarmi a capire il significato della vita. Qual’è il nostro scopo?”

Sherman non aveva risposte certe, come nessuno al mondo e non trapelò disagio nel dimostrarlo.

“Vedi giovanotto, non lo so qual’è il significato della nostra esistenza. Ti posso però garantire che in tutti questi anni, non tantissimi vero” ci tenne a sottolineare “ho visto succedere delle cose meravigliose. Questo mondo è strabiliante. Man mano che mi innalzo cambio la mia visione e le cose che appena nato mi sembravano invalicabili oggi faccio fatica a vederle laggiù in fondo” Quando il Generale Sherman raccontava le sue storie tutto il bosco si fermava a contemplarlo “Chissà giovane se ti sei accorto della presenza di quelle piccole bestiole che transitano tra di noi. Pensa che hanno la sfortuna di nascere, vivere e morire in un tempo così fulmineo. I cerbiatti, ad esempio, da quando abbiamo cominciato il nostro discorso, saranno scomparsi a migliaia. O gli uccelletti che ospitiamo da tempo immemore. Così fragili e passeggeri. Eppure sarebbe bastato che uno di quei cosi avesse mangiato il nostro seme o sradicato la prima radice che non esisterebbe il Generale Sherman o tutti noi alberi” Specificò “Che poi quando io ero ramoscello era da aver paura con le bestiacce che giravano. La vostra generazione è fortunata!”

La foresta rimase rapita dal discorso. Il giovane chiese lumi anche riguardo le piccole creature colorate che si muovevano attorno a loro. Le persone, le automobili.

“Ci siamo noi e ci sono queste minuscole cose che ci circondano. Ti dirò, questi frenetici idioti qualcosa stanno combinando perché in questi ultimi centocinquanta anni non è che si respira la stessa aria di prima; mi lasciano dubbioso anche le strisce grigie che si vedono qua è là e che fino a poco tempo fa non c’erano. Questi dove mettono mano combinano qualche disastro, ho già capito io…”

Al giovane albero rimase il dubbio iniziale. Solo il tempo avrebbe potuto donargli la saggezza per approfondire la sua curiosità ed avvicinarlo così alla verità.

Intanto nel bosco gli alberi apparentemente silenziosi continuavano a crescere e respirare. Nella praticità quotidiana continuavano ad essere l’indispensabile polmone del mondo.

Eppure, ne sono convinto, l’incredibile storia degli alberi pensanti è più vera di quanto si possa immaginare.

Vero Generale Sherman?

Anche un albero con il tronco così grande da non riuscire ad abbracciarlo ha inizio da un delicato germoglio.
(Proverbio cinese)