Tag Archive | turismo

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.3

L’ultima delle ipotesi riguarda un uomo molto ricco che ama fare acquisti nei negozi della Rodeo Drive. Una delle vetrine lo specchia con indosso una giacca gialla dai profili luccicanti e dei pantaloni blu a zampa di elefante. Anche la camicia bordeaux ha lo stile retrò. Porta un paio di occhiali da sole con lenti ovali arancioni, grandi ed avvolgenti.  Nonostante l’età avanzata in testa ha praticamente tutti i capelli che sistema periodicamente dal parrucchiere dei vip a Los Angeles. Proprio in quel rinomato salone ha incontrato colui che è diventato il suo compagno attuale. Un ragazzo di mezza età, di origine cubana, con un passato abbastanza oscuro. Pochi si chiedono come sia giunto a frequentare gli ambienti di lusso viste le umili origini. In realtà qualche malalingua sospetta che abbia concesso il proprio corpo a gente facoltosa pur di sistemarsi definitivamente a Beverly Hills. Fatto sta che l’incontro tra i due era stato subito proficuo. Un appuntamento al ristorante, una cena romantica, parole e sorrisi, la complicità davanti ad una bottiglia di vino pregiato francese, uno sfioramento delle mani e poi il fine serata nella villa ad Hollywood. Fondamentalmente quello era stato l’inizio di una storia che sigillava il passato dei due. Si godevano i loro momenti fatti di shopping, bagni rinfrescanti nella piscina di casa, massaggi e regalini reciproci. Poi c’erano le partecipazioni alle cene in cui capitava spesso di incrociare i calici con personaggi affermati o starlet dell’alta società californiana. I rapporti con le famiglie erano nulli per quanto riguarda l’uomo dalla giacca gialla e ridotti all’osso per il ragazzo cubano. Nel primo caso il motivo era dovuto al fatto che i suoi due fratelli non avevano mai accettato il rapporto che intercorreva tra lui ed il cubano che accusavano di opportunismo; da parte di quest’ultimo le tracce della famiglia si erano sbiadite con il passare degli anni e della lontananza. Un mix di invidia, gelosia e risentimento che li avevano condannati al loro esilio dorato ma a cui loro non davano alcun peso.

L’ambientamento dalla ricchezza alla povertà è un dato che cambia notevolmente se invertiamo i fattori. Il rischio di dimenticare le proprie origini è inoltre una delle cause più frequenti di chi si ritrova benestante dal oggi al domani. Il ragazzo cubano aveva rimosso la sua fervida partecipazione ai discorsi politici che lo distinguevano da adolescente; il pathos che lo faceva litigare per difendere a spada tratta le sue idee. Da ragazzino sognava di sfidare verbalmente qualche politico di grosso calibro, quelli che hanno i fili mossi dalle enormi multinazionali, per capirci. Mai si sarebbe immaginato di condividere un banchetto assieme a loro in qualche lussuosa villa. Frequentandoli non solo ha dimenticato il suo passato ma si è anche adeguato al loro presente che è fatto di scambi di parole ponderate e di cortesia, di finta ammirazione, di baciamani e scatole infiocchettate; macchine prestigiose che riempiono i viali delle case sulle colline californiane o mogli avvenenti con il corpo in visita ufficiale insieme al marito affermato e la mente in braccio all’amante surfista. Forse tutti questi artifizi gli hanno spinti per un pomeriggio a fare qualcosa di diverso. Ritagliare un po’ di tempo esclusivamente per loro. La radio della Bentley spesso viene  mutata dalle loro battute seguite da grasse risate. Prendono in giro i conoscenti creando delle simpatiche caricature ed enfatizzando quelli che le vittime pensano essere grandi pregi. La macchina si sta dirigendo verso Santa Monica. Il buonumore li segue anche quando devono parcheggiare la macchina sulla sabbia in mezzo alle decine di altre autovetture popolari. Attraversano il molo passeggiando e guardandosi in giro mentre delle nuvole avanzano gonfie, scure e minacciose verso di loro. Non trascorre troppo tempo da quando le prime gocce d’acqua cominciano ad inumidire la passerella e le persone che ci camminano sopra. Decidono di ripararsi e di acquistare due bevande gassate sentendosi di nuovo ragazzini. L’alternanza della pioggia permette loro di arrivare fino alla fine del pontile e guardare l’Oceano che si sta agitando minaccioso. Lo fissano pensierosi. Di tanto in tanto bevono dalle loro bottiglie di vetro attaccandosi al passato. Entrambi da ragazzini erano stati poveri. Invecchiando si capisce che per quanti soldi uno possa avere niente può ridare la giovinezza andata. Se lo ricordano a vicenda.

Tra questo turbinio di gioie, malinconie e temporali si presenta nella storia un apparentemente inutile insetto. E’ un ape che attratta dallo zucchero della bevanda si infila dritta nella bottiglia dell’uomo descritto all’inizio con la giacca gialla che tra i due, destino vuole, è allergico proprio al veleno di questi preziosi insetti. Avvicina la bottiglia, un sorso, una puntura in bocca. Poi un angiodema che occlude le vie respiratorie… Il resto è un assurdo agonizzare fino alla perdita della coscienza e la conseguente morte.

Questa è anche la descrizione che il ragazzo cubano fornisce agli inquirenti che, richiuso il cadavere nel sacco, lo catalogano come un decesso per anafilassi.

 

 

 

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.1

Le persone presenti videro il corpo di un uomo avvolto in un sacco che stava per essere caricato sul furgone del coroner. Le generalità erano ignote, i motivi del decesso altrettanto. L’unica cosa certa era che quel giorno pioveva ed anche parecchio, così da costringere gli agenti della polizia a fare piuttosto in fretta nel rimuovere quel cadavere. L’acqua che scendeva fitta sulla banchina del Santa Monica Pier comunque non ostacolava la curiosità dei turisti che non persero occasione per fare qualche foto a quella che sembrava la scena di un film. I più audaci andarono subito a ricercare altri indizi tra le scalinate in prossimità del ritrovamento.

Una volta chiusi i portelloni del furgone la sagoma scomparve agli occhi dei curiosi.

Chi mai poteva essere quell’individuo?

La prima ipotesi è la seguente.

La mattina presto un turista americano di una sessantina d’anni si sveglia di buonumore. Sedendosi sul materasso sistema faticosamente un cuscino dietro la schiena, indossa gli occhiali da vista e controlla velocemente i messaggi presenti sullo smartphone. Scorre le email e le foto di sua figlia assieme ai nipotini. Di tanto in tanto si gira a guardare benevolmente sua moglie ancora distesa mentre si gode il dormiveglia. Le da un bacio sulla guancia ricevendo in cambio un verso di disappunto. Lei vuole posticipare di qualche minuto il risveglio. Lui si alza e, prima di andare in bagno, scosta leggermente le tende offuscanti della finestra della camera dell’hotel. Scorge una giornata grigia e piovosa, ma si pregusta il fatto che sia a Los Angeles a festeggiare l’anniversario di nozze con la donna con cui ha condiviso gran parte della sua vita. Lei apre gli occhi definitivamente disturbata dallo scroscio dell’acqua del lavandino prima e dal ronzio del rasoio elettrico poi. Anche la signora guarda fuori e pensa che è la giornata ideale per starsene a letto a guardare tv crogiolandosi con stuzzichini e bicchieri di vino anziché uscire a visitare la città. Il marito si presenta all’uscio del bagno pulito e profumato come un bambino; sollecita la moglie a prepararsi in fretta per scendere a fare colazione. L’abbraccia avvolgendola con la sua corporatura piuttosto imponente, le stampa un altro bacio sulla guancia provancandone una scherzosa smorfia di disappunto e si reca nella sala ristorante dove sarà da lì a poco.

L’ombrello che stanno reggendo per ripararsi dalla pioggia è rigirato dal vento così che i due devono ripararsi in uno store in prossimità del cartello stradale che indica la fine della Route 66. Scattano alcune foto mentre le nuvole si appropriano definitivamente del famoso luna park che tante volte è stato protagonista delle scenografie di numerosi film. I bambini approfittano del maltempo per riempire la sala giochi. Loro due si siedono invece a consumare un hamburger all’interno di un locale e, tra un morso e l’altro al panino farcito, si scambiano qualche chiacchiera. Lui progetta un altro viaggio, magari nel vecchio continente. Non è mai stato in Francia, o in Spagna. Certo nel Wisconsin non si vive male e si è vaccinati al maltempo, però passare qualche mese in Europa possibilmente al caldo sarebbe l’ideale.  Lei non si lascia trasportare dall’entusiasmo e lo invita a godersi i momenti che stanno passando a Los Angeles. Sono lì da pochi giorni e la California è ancora tutta da esplorare.

La pioggia finalmente cala d’intensità ed i due decidono di passeggiare un pò. Lui è affascinato dall’Oceano e dalle onde che sbattono violente sui pali del molo rovesciando acqua salata a pochi centimetri dai loro piedi. C’é un istante in cui tra le fitte e scure nubi filtra un raggio di sole che richiama l’attenzione di entrambi. In quei momenti sembra che la natura riponga su di loro una benevola attenzione. Pare arrivare da un mondo lontano e sconosciuto anche il gabbiano che si posa sul parapetto a breve distanza da dove stanno contemplando il mare e la sua imponenza.

Poi la luce scompare oscurata da una cortina nera, il vento comincia a soffiare più forte e la pioggia riprende a cadere fitta. Il gabbiano si congeda librando le ali prima di spiccare il volo, lasciandoli soli nell’affrontare la tempesta. Lei invita il marito a correre nel cercare riparo ma dopo pochi passi l’uomo comincia ad accusare dei dolori al petto. La moglie ha preso qualche metro di vantaggio nella breve corsa che l’ha portata sotto una pensilina mentre l’uomo è fermo piegato in due con le mani sui fianchi e la faccia verso terra. La schiena esile di sua moglie si annebbia alla sua vista. Protrae la mano verso quella direzione.

Passano pochi secondi e la signora alza lo sguardo per verificare che la tettoia funga da riparo. Poi si gira verso il marito per sollecitarlo a fare in fretta ma dietro a sé vede la sua sagoma a terra.

L’uomo con la quale aveva condiviso ventanni della propria vita è riverso sul pavimento senza vita.

Forse era lui la persona dentro al sacco?

La seconda ipotesi riguarda un uomo di mezza età, senza fortune, senza casa. (continua)

Hanoi. The guide

Il gruppo di anziani attendeva impaziente di essere imbarcato sul volo che nel giro di qualche ora gli avrebbe trasportati fino l’altra parte del mondo. In Vietnam. Gli acciacchi fisici derivanti dalla terza età non avevano impedito a nessuno di farsi trovare pronto nell’affrontare un viaggio piuttosto impegnativo. In aeroporto ogni partenza era caratterizzata da un brontolio generale riguardante la mancanza di posti a sedere, la scomodità della seduta, i prezzi elevati dei bar ed ovviamente il disordine delle file al momento dell’imbarco. Di inframezzo la lista delle malattie affrontate o da affrontare. Come se lo scambio delle figurine che praticavano da bambini avesse ripreso moda anche nella vecchiaia. Le raffigurazioni dei calciatori erano state però sostituite con quelle delle artrosi, cervicali, diabeti e patologie tiroidali. La capogruppo, un’energica piccoletta un pò più giovane rispetto agli altri, si prodigava nel mantenere il gruppo unito, cercando di assecondare il più possibile ogni loro esigenza. Chi doveva andare urgentemente in bagno, chi voleva acquistare le parole crociate, chi gironzolava a vuoto per sgranchirsi le gambe. Gli uomini si intrattenevano per lo più discutendo di politica spiccia. Le donne intervenivano energicamente quando si trattava di elencare i disservizi presenti nel Belpaese. Dalle affermazioni convinte si evinceva che la causa attuale di tutti i mali, o quasi, erano gli extracomunitari. Gente pericolosa che, quando non dedita alla macchia, rubava posti di lavoro e case agli italiani. Tra loro c’era anche chi sosteneva che questa tesi era una sciocchezza, ma veniva ben presto tacciato da coloriti esempi di furti, rapine, violenze e qualsiasi altra ingiustizia quotidiana commessa dai forestieri. Man mano che l’orario di apertura del gate si avvicinava, la sala si popolava di passeggeri in attesa. L’aumentare del vociare e la presenza sempre più ingombrante delle persone fece distogliere ad un ragazzo lo sguardo dal monitor del portatile che stava maneggiando e che rifletteva il suo viso dai tratti orientali. Smise di armeggiare la tastiera, si levò delle corpose cuffie dalle orecchie e si rivolse ad una signora del gruppo per invitarla a sedere al posto suo. La gentilezza non fu ricompensata. La donna si impossessò del posto senza ringraziare. “Era ora” si limitò a bofonchiare.

In attesa del loro arrivo ad Hanoi la guida vietnamita aveva ingannato il tempo chiacchierando con l’autista del pullman che stava anche sostenendo il cartello con stampato il nome del gruppo. Era una ragazza minuta con poca esperienza alle spalle e fresca di laurea ma ciò nonostante non tradiva alcuna insicurezza. Alle uscite si era creata parecchia confusione vista la presenza di professionisti del settore e parenti o amici in attesa dei loro cari. Questo non aveva impedito alla guida di individuare subito il gruppo. Le voci di varie nazionalità si accavallavano tra loro creando un trambusto infernale. A queste si aggiunse il rumore delle rotelle delle valigie strascinate dai visitatori ed i nomi urlati per non disperdersi. L’umidità completava il disagio. Quasi tutto il gruppo si lamentava delle condizioni poco confortevoli in cui erano costretti a sottostare, mentre la tour leader tardava ad arrivare. Più di qualcuno fece subito notare alla guida vietnamita che in Italia certe cose non sarebbero mai potute accadere. Finalmente arrivati al bus e caricate le valigie a bordo presero posto defaticandosi e rinfrescandosi con l’aria condizionata erogata dalle bocchette.

La guida estrasse quindi il microfono, si accertò che funzionasse, poi con la sua voce delicata e con un accento marcatamente orientale si presentò dando il benvenuto ai nuovi ospiti. Il chiacchiericcio sul fondo riguardante la scomodità dei sedili impedì a più di qualcuno di capire cosa stesse dicendo. Si augurarono che il resto delle spiegazioni fosse più chiaro rispetto a quello trascorso. La capogruppo si preoccupò di chiedere se all’arrivo in hotel fosse stato adibito un buffet dato che erano piuttosto stanchi ed affamati. Ulteriore timore per niente velato fu quello di accertarsi che l’eventuale cibo fosse commestibile. Impensabile per un italiano cibarsi di solo riso, appuntò. La guida dovette necessariamente interrompere le prime spiegazioni quando notò che tutti erano inevitabilmente distratti dal caotico traffico di Hanoi. Non si fecero certo attendere i commenti sull’inadeguatezza di alcuni mezzi circolanti e la promiscuità del codice stradale. Qualcuno volle specificare che in Italia cose così sarebbero impensabili. Anche al sud.

Il tragitto da percorrere per raggiungere l’hotel era particolarmente breve ma la densità del traffico allungava i tempi. La guida ne approfittò per riepilogare il programma che avrebbero affrontato nei tre giorni di presenza ad Hanoi, prima del loro trasferimento all’interno del Paese dove sarebbero stati accolti da un’altra guida. Illustrò quindi la passeggiata serale che avrebbero fatto attorno al West Lake, il lago della leggenda della spada restituita, con la visione illuminata del ponte rosso Hoan Kiem. Struttura che avrebbero attraversato anche il giorno seguente e che li avrebbe portati all’interno del tempio Ngoc Son. Complici la fame, la stanchezza e la pronuncia non proprio perfetta della guida la maggior parte sembrava assopita nei propri pensieri e poco attenta al discorso. Si risvegliarono tutti immediatamente quando qualcuno con voce decisa chiese alla guida se c’era il segnale per il wifi. La spiegazione riguardo questa problematica si svolse durante la sosta ad un semaforo rosso a pochi metri dal Tempio della Letteratura dedicato a Confucio. Intenti a smanettare i propri smartphone come adolescenti all’uscita di scuola, nessuno fece caso ad un gruppo di studenti neo laureati che stava festeggiando la fine dell’attività scolastica sfoggiando sorrisi e gioia per il riconoscimento conseguito.

La guida riprese a fatica, ma sempre con il sorriso sulle labbra, a raccontare dello spettacolo delle marionette che si svolge al Thang Long Water Puppet Theatre. Prima dello spettacolo avrebbe fatto assaggiare loro il famoso caffé all’uovo di Hanoi portandoli tutti in una tipica caffetteria locale. Subito i signori chiesero spiegazioni riguardo questa variazione che andava a sfidare il caffé espresso, orgoglio italiano. Di similitudini, a parte la materia prima, non ce n’erano. Qualcuno si informò se, a parte l’assaggio folcloristico di questo caffé all’uovo, ci fosse la possibilità di bere un buon caffé espresso anche in Vietnam. Altri ci scherzarono sopra, ma non troppo, riguardo la possibilità di correggerlo con la grappa.

Finalmente si cominciò a percepire un pò di buon umore che lasciò spazio alla preoccupazione durante l’attraversamento del quartiere vecchio e le numerose bancarelle ai cigli della strada allestite per l’assaggio di cibo di ogni genere. In questo caso tutti sollevarono perplessità riguardanti le condizioni igieniche vista l’esposizione diretta degli alimenti agli eventi atmosferici e l’inquinamento dei mezzi transitanti a breve distanza. In Italia li avrebbero messi al bando in men che non si dica.

Erano quasi giunti in hotel quando una signora affermò che si aspettava tutt’altro dal Vietnam. In mente aveva sconfinate terrazze di risaie arrampicate su verdi e rigogliose colline. Cose che avrebbero visto a Sapa, qualche giorno dopo.

La guida consapevole della loro stanchezza trovò inefficace continuare a parlare di Hanoi. Rinunciò così a descrivere la fotografia che avrebbe fatto scattare loro a Khâm Thiên, dove il treno passa a pochi centimetri delle case.

Ringraziò il gruppo ricordando che a breve sarebbero giunti a destinazione, quindi ripose il microfono nel suo alloggio e si sedette nel posto a lei riservato. Sospirò e scambiò incomprensibili parole con l’autista che intanto stava attraversando il lungo ponte di Long Bien, orgoglio vietnamita.

Fece qualche minuto di silenzio prima di venir bussata sulla spalla da una passeggera seduta dietro: “Mi scusi se la disturbo” la guida si girò verso di lei sorridente “ma anche qui da voi siete pieni di extracomunitari?”

Berlino. Le parole che non sai

Lo scontro tra i due era stato piuttosto violento e questo causò la separazione.

Era giunto il momento di fare un punto della situazione, di stare da soli e riflettere sugli errori commessi. Di scegliere se puntellare definitivamente un sentimento più che mai traballante o lasciarlo volare via come un inutile palloncino al vento. Dopo anni di parole, gesti e respiri condivisi pareva assurda, ad entrambi, ogni minima rinuncia.

Il cielo di Berlino quella mattina ben si adattava all’umore di lui che aveva deciso di dedicare del tempo a se stesso in una delle città europee più simboliche dell’epoca attuale. Il viaggio era stato travagliato. Il sedile accanto al suo era rimasto vuoto fino a quando fu occupato da una passeggera probabilmente sua coetanea. Le osservò sbadatamente le mani, notò degli anelli argentati, un piccolo tatuaggio sul polso. Una serie di bracciali forse regali o ricordi di qualche viaggio. Per un attimo la guardò in viso ed incrociò il suo sguardo. Non era la persona che abitualmente viaggiava con lui, pensò. Fece un sorriso di cortesia, ricambiato, poi si incupì nuovamente.

L’albergo in cui avrebbe dormito a Berlino era in una zona centrale ed era stato scelto da lei. La prenotazione era a nome della ragazza ed essere costretto a pronunciarlo al momento della registrazione gli provocò fastidio allo stomaco. Un misto tra rabbia, delusione e sacrilego. La camera dell’albergo era atipica e curata nei minimi particolari. Appoggiò la valigia e la esplorò con una prima occhiata notando un letto dall’aspetto confortevole e dalle dimensioni piuttosto grandi, poi si soffermò su alcuni quadretti e specchi appesi ad una parete. Aprì le porte del bagno e della doccia e, prima di sedere sulla poltrona di velluto, aprì le tende in modo da poter ammirare un murale dipinto su una parete nel cortile. Senza quel tocco artistico sarebbe stato un ostacolo alla vista e nient’altro. Si soffermò a scrutare altri oggetti nella stanza, poi sospirò lasciandosi cadere in un sonno profondo.

Girare una città sconosciuta da solo era una delle cose che riteneva più stressanti in assoluto. Durante il cammino era infastidito nel imbattersi in opere d’arte senza avere la possibilità di poterle condividere. Così come le persone che incrociava non avevano nessun motivo di esistere se non potevano essere commentate, spesso scherzate, nel gioco che erano soliti fare i due ragazzi. Era semplicemente un training di complicità piuttosto che malizia o cattiveria. Spunti per ridere assieme.

Prese la metropolitana per raggiungere Alexander Platz. L’unica cosa che lo distraeva dal suo pensiero fisso erano le decine e decine di murales che lo accompagnavano ovunque. Mentre immagini malinconiche scorrendo velocemente dal finestrino del treno testimoniavano il cambiamento dei tempi, cominciò a pensare che forse tra lui e Berlino qualche similitudine esisteva. Scese ad Alexander Platz.

Nella piazza, che trovò piuttosto sporca, c’era una manifestazione che denunciava un progetto di riqualifica di un quartiere storico. Contestavano l’F24 Alpha, questo il nome del piano di lavoro, di voler innestare delle case moderne ed accessibili per pochi privilegiati a discapito degli storici residenti attuali. La forma di protesta pacifica era originale se non altro. Persone truccate e vestite da zombie si spostavano sostenendo dei cartelli con scritte in tedesco. Il gruppo di protesta si chiamava Die Verdrängten, quelli repressi tradotto. Era tutto molto curioso ma l’interesse finì al termine della sfilata. Decise di mangiare qualcosa in un locale nei pressi della stazione. La famosa Alexander Platz non l’aveva entusiasmato. C’é da dire che in quelle condizioni psicologiche forse ben poche cose sarebbero riuscite a smuoverlo. Sorseggiò il cercando di individuare qualche notifica di lei sullo smartphone ma ovviamente il nulla.

Impostò google map in direzione Checkpoint Charlie e lì si diresse. Una volta raggiunto rimase nuovamente  deluso da quello che una volta era stato un’importantissimo e spesso tragico passaggio tra Occidente ed Oriente. Una delle tante assurdità architettate dall’uomo adesso era diventato un teatrino del ridicolo con dei personaggi vestiti da militari americani ma dagli accenti albanesi o rumeni, intenti a farsi fotografare dai turisti che avrebbero conservato fasulle e fittizie immagini del momento.

Proseguì il cammino fino ad arrivare al perimetro di ciò che rimane del muro di Berlino. Il simbolo per eccellenza della divisione e massima espressione dell’idiozia umana. Potere, avidità, incomprensione, ottusità. Ogni mattone che è stato posto su quella linea divisoria rappresenta i sentimenti più inumani possibili immaginabili. In molti hanno cercato di scavalcare quel muro, in pochi ce l’hanno fatta. I meno fortunati sono ancora oggi ricordati da foto o nomi che a leggerli ci si vergogna. Ma quanti muri di comodo resistono nell’oblio generale ancora oggi? Pensò il ragazzo mentre fotografava uno dei tanti simboli rimasti in memoria. Poi pezzi di muro che frenano schizzi di vernice in cerca di spazi infiniti da colorare. Che nascondono treni in movimento o persone di passaggio.

Alzò lo sguardo davanti all’imponente porta di Brandeburgo, ennesimo sigillo al potere, alla grandezza. In contrapposizione al monumento ancora proteste e rimostranze contro il sistema. La più curiosa era mossa da un uomo super fisicato che sotto una gigante bandiera tedesca elencava agli innumerevoli passanti motivazioni letteralmente insignificanti. Le foto assumevano contesti goliardici piuttosto che politici e le risatine delle ragazze intente a scattarle ne erano la conferma. Più il ragazzo sfiorava l’ilarità più ne subiva l’effetto contrario. La sua malinconia aumentava di sproposito nel vedere gli altri ridere e divertirsi.

Arrivò presto la sera e si ricordò che in tutto quel tempo non si era neanche minimamente interessato di bersi una birra. Non farlo in Germania era impensabile.  Si sedette così in un locale storico della metropoli tedesca e sfogliò lentamente il menù. Pensò alla birra che avrebbe gradito la sua compagna e ne ordinò una per sé ed una per lei. Simbolicamente. Come se si fosse assentata un attimo e da lì a poco avesse preso posto accanto a lui. Come è sempre stato d’altronde. La cameriera prese l’ordine, si guardò in giro in cerca della seconda persona che ovviamente non era presente ed essendo tedesca, notò l’anomalia, ma non commentò.

Le birre aiutavano a far scivolare i turbamenti e liberare le fantasie. I pensieri si accavallavano nella sua testa in maniera disordinata e copiosa. Le proteste, i murales, i monumenti, i turisti, il muro… Già il muro. Che lui aveva condannato fermamente senza lasciare spiraglio a nessuna giustificazione era lo stesso che aveva innalzato dentro di sé. Un muro che lo divideva dalla persona che più aveva amato ed amava in quel momento. Per orgoglio, per stupidità, forse per qualcuno degli stessi motivi che il muro di Berlino aveva causato così tanto imbarazzo al mondo intero. Loro stavano facendo lo stesso in fondo, avevano cominciato una guerra fredda in cui ogni sentimento buono che cercava di scavalcare il muro veniva soppresso. Lasciato cadere a terra esanime. Quante carezze, quanti baci erano stati ammazzati fino ad ora? Persi per sempre.

Il primo boccale di birra era terminato. Il muro cominciava a vacillare.

Non ha senso tutto ciò, pensò. Come posso permettermi di giudicare gli altri se sono io il primo ad erigere delle barriere verso le persone a cui tengo di più?

Si fece coraggio. Impugnò il telefono e mandò un messaggio: Quando torno ti dirò un sacco di parole che non sai. Che non ti ho mai detto. Sono uno stupido.

Rimase a fissare lo smartphone per tutta la durata della seconda birra, sorso dopo sorso, in attesa di una risposta che non arrivava.

Rassegnato ed annebbiato da tutta quella quantità di alcool ingerita posò il bicchiere vuoto sul tavolino e mise goffamente una mano in tasca alla ricerca del portafoglio.

Nel mentre ci fu una vibrazione.

Va bene, quando torni ne parliamo, lesse.

Sorrise, ringraziò la cameriera intenta a servire altri tavoli e tornò in albergo.

Death Valley. Capire il silenzio.

5

Vista così è una valle desertica e basta. Come tutti i deserti, se visti di passaggio, trasmette vuoto.

Il vento ti spara in faccia l’aridità del nulla.

Sabbia, polvere, roccia, cenere, sale. Qualche mese l’anno acqua raccolta in pozzanghere.

3Se l’uomo l’ha soprannominata Valle della Morte avrà avuto i suoi validi motivi. Quelli sopra appunto.

Strisce d’asfalto tagliano e costeggiano l’immenso paesaggio lunare facendo scorrere verso punti indefiniti linee di vernice gialla. Anche nei luoghi dove le avversità della natura si percepiscono piuttosto spigolose c’è sempre una mano che traccia segnali ed indica divieti.

6Apparentemente prolificano poche forme di vita. Quelle esistenti probabilmente cercano riparo tra le crepe del pavimento o in qualche roccia. Sicuramente non trovano accoglienza tra i banchi di sabbia che formano delle dune. Tra queste, come sentinelle stanche appoggiate alla loro baionetta, compaiono degli arbusti spogliati da ogni foglia.

Il silenzio è rotto dal sibilo del vento, dalle macchine in transito, dai turisti che affannosamente cercano di occupare il più spazio nel minor tempo possibile di tutto quel immenso.

9Qualche centinaio d’anni fa erano i ricercatori d’oro a far transitare i loro carri in quella valle inospitale. Chissà se nonostante le difficoltà di sopravvivere in quelle condizioni avessero un’opinione sacra di quel luogo. Gli sputi sui guanti riecheggiavano prima che rozzi scavatori imbracciassero i loro badili e li affondassero nella sabbia. La metafora perfetta di come quella che chiamiamo fortuna si nasconda dietro ad intuizione, lavoro, sacrificio. Senza garanzia di riuscita.

2Il nativo del deserto è legato a Dio da un cordone ombelicale e non necessita di intermediari. Non ha cupole sopra la testa a proteggerlo dagli eventi, non ha filtri che impediscano di guardare i pianeti, le stelle, nessuno che gli proibisca di inginocchiarsi sulla morbida sabbia, di comunicare al cielo. Loro hanno imparato dal silenzio. Ne fanno parte e sono i custodi di questi meravigliosi spazi infiniti.

4I conquistatori di nuove terre, siano essi ricercatori d’oro o corridori di ultramaratone, il deserto lo sfidano. Temono la sua immensità e tutti i rischi che ne derivano. Lo rispettano. Ma lo sfidano. Nel deserto vedono una porzione della loro vita simbolicamente insuperabile. Necessitano di realizzare qualcosa, sia questo spirituale o materiale. In cambio di ciò sull’altare del sacrificio vengono lasciate lacrime, fatica, sudore, sangue, sete e dolore.

La visione della Death Valley comincia a prendere nuove forme. Le brevi folate di poesia che sono state e, saranno, in quel luogo apparentemente dimenticato da Dio, sono piccoli morsi ad un fungo allucinogeno che ne deforma la realtà rendendola irreale, fantastica.

12Il rapido avvicinamento di nubi nere e minacciose giunte dal nulla, lo scarico di una pioggia torrenziale, rivoli d’acqua che scorrono tra le fessure del canyon. Il tingersi di infinite sfumature della roccia bagnata e l’esplosione di riflessi dorati alla ricomparsa dei primi raggi di sole. L’incontro tra luce e tenebra delineata da due rassicuranti arcobaleni.

7Poi ancora sole ed aridità, d’improvviso, come se in quel posto qualcosa o qualcuno di incontrollabile ed onnipotente si divertisse a scuotere una clessidra facendo impazzire la logica del tempo e chi la segue.

Lì ci sono tutti gli elementi per istigare l’uomo a raccogliere una sfida. Contro la natura, contro sé stesso.

Una coppia di giovani osservano in silenzio le badlands dallo Zabriskie point.

1Sembrano entrambi concentrati nel capire il silenzio.

Perché alla fine anche tutta quella grandezza, senza i nostri piccoli gesti, sarebbe solo una distesa di morte.

Di solo silenzio.

Un elemento così sottovalutato e spaventoso. Chissà perché le persone temono il silenzio?

Probabilmente perché civiltà e sviluppo ci allevano tra confusione e rumore?

Perché ci ricorda la fine?

 

8Ascoltiamo troppo il telefono e ascoltiamo troppo poco la natura. Il vento è uno dei miei suoni. Un suono solitario, forse, ma rilassante. Ognuno di noi dovrebbe avere il proprio suono personale e il suo ascolto dovrebbe renderlo euforico e vivo, o silenzioso e tranquillo… È un dato di fatto, uno dei suoni più importanti – e per me il suono per definizione – è il totale, assoluto silenzio.
(André Kostelanetz)

 

Memphis. Negro League (cap.2)

any reference to facts or persons is purely coincidental

ORE PRIMA DEL FATTO.

Era da tempo immemorabile che la famiglia W, eccetto il padre che stava scontando gli ultimi anni, non si trovava a fare colazione riunita in sala pranzo.

Dopo il periodo buio passato a frequentare bande di spacciatori e gente poco raccomandabile, B, grazie anche all’aiuto del reverendo, era riuscito a rimettersi in carreggiata. Tornato a scuola, seppur perdendo un anno, i risultati erano soddisfacenti anche considerando l’istituto pubblico che frequentava, non certo tra i più rinomati di Memphis.

DSC_0231

Da poco aveva ripreso a suonare la batteria suscitando subito interesse da parte degli MTown-Int un gruppo fondato recentemente dai due solisti che erano ragazzi che facevano coppia anche nella vita; lui un ragazzo di colore di Memphis, lei una ragazza bianca del New Jersey che si dilettava anche a comporre alcuni brani. Il sassofonista era invece un armadio dalla faccia da bambino, originario di New Orleans e di razza nera; il chitarrista era mingherlino e psichedelico stile David Bowie nella versione anni ’80 ed infine il bassista, un ragazzo di colore trasferitosi da poco a Memphis dal Mississippi per seguire il padre impegnato in un’azienda di gasdotti.

Illustrò il progetto con entusiasmo alla madre ed al fratello che lo stavano ascoltando con aria bonaria.

“Stasera suoneremo al BB King!”

Esclamò tra una forchettata di pancake zuppo di sciroppo d’acero e l’altra.

Masticando voracemente cibo e parole continuò

4

“Incredibile. Vi rendete conto? Cioè il merito è di V che è davvero brava. Mamma devi sentire come canta”

La madre lo redarguì amorevolmente

“Mangia piano, non ti ingozzare. Ma chi sarebbe questa V?”

Il ragazzo non diede minimamente retta al rimprovero e continuò con la bocca piena

“Ma come chi è? Te l’ho detto cento volte! La solista del nostro gruppo!”

Intervenne il fratello

“Non rivolgerti così a nostra madre. Portale rispetto”

Finito di redarguirlo si alzò dal tavolo, si pulì la bocca con una salvietta, baciò la mamma sulla guancia e si congedò. Dentro era finalmente sereno nel rivedere B con la vita in pugno, esternamente doveva mantenere l’aspetto autoritario che l’aveva accompagnato dal giorno in cui il padre era scomparso e cui figura si sentiva obbligato a sostituire

7

“Arriverò tardi in Beale Street ma non mi perderò il tuo primo concerto per nessuna cosa al mondo. Però adesso pensa a studiare testone e smettila di ingozzarti!”

Stava uscendo dalla porta di casa quando B lo chiamò

“Ehi fratellone senti… Ma se andassimo a trovare papà?”

La madre intenta a pulire qualche stoviglia rimase pietrificata.

Lasciò scorrere l’acqua dal rubinetto per qualche secondo fissando il muro piastrellato davanti a sé.

“Stasera dopo il concerto ne parliamo”

L’ULTIMO CONCERTO. IL FATTO.

1

B teneva gli occhi chiusi e mimava le battute del pezzo iniziale che avrebbe dovuto suonare la sera stessa al BB King. Nella sua cameretta si immaginava il locale, uno dei più famosi in Beale Street e vetrina non indifferente a disposizione dei musicisti. Non pensava più al mezzo disastro combinato quella stessa mattina a scuola durante l’interrogazione. L’insegnante aveva capito la situazione. Il ragazzo sembrava davvero consapevole di come aveva buttato via un anno della sua vita e questo rendevano i professori più benevoli nei suoi confronti. In fin dei conti era buono ed ingenuo e queste caratteristiche lo esponevano maggiormente ai pericoli che quotidianamente presentava il suo quartiere. Avrebbe compiuto diciannove anni tra qualche mese, quando argomentava felice le sue fantasie ne dimostrava quindici.

Le luci del giorno cominciarono a lasciar spazio all’imbrunire mentre la stanza di B rimbombava dei bassi dei brani di Buddy Guy. La madre non volle interrompere quel momento anche se aveva la sensazione che da lì a poco la casa sarebbe potuta crollare a causa delle vibrazioni.

Non era della stessa idea il vicino che imprecò prima contro il diavolo e poi verso il ragazzo che fece cenno di scuse dalla finestra spalancata e che chiuse pochi istanti dopo aver abbassato il volume.

Il vestito che indossava per l’occasione sembrava più adatto ad una cerimonia ecclesiastica piuttosto che ad un batterista di una boys band, fatto sta che l’aspetto del bluesman ce l’aveva tutto.

Scese velocemente le scale di legno facendo rimbombare pure quelle.

Sua madre scosse rassegnata la testa e poi lo accolse per un ultimo abbraccio.

Prima di andarsene si sentì in dovere di ringraziarla

“Senza un fratello rompipalle ed una mamma come te non so se sarei riuscito a fare quello che sto facendo. Grazie. Salutami lo zio se lo senti!”

La madre rimase sulla porta a guardarlo andare via mentre la casa diventò improvvisamente muta.

6

B raggiunse la fermata del tram che l’avrebbe portato fino in Beale Street. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che era stato nella zona considerata la più turistica di Memphis.

8

Mentre attendeva l’arrivo del caratteristico mezzo pubblico notò passare lentamente dall’altra parte della strada una Mercedes e ne riconobbe subito il proprietario. Fece finta di niente dirigendo il proprio sguardo verso uno dei tanti murales che caratterizzano la città. La macchina scomparve nel buio della notte.

Passarono pochi istanti prima che le luci della lussuosa berlina illuminassero il tratto di strada dove si trovava B. Il finestrino oscurato del lato passeggero posteriore si abbassò facendo comparire metà faccia di K che non esitò a rivolgersi a lui arrogantemente

“Guarda chi si rivede… Ti pensavo morto fratello…”

Il ragazzo non riuscì a trattenere l’imbarazzo e non proferì parola

“Dove devi andare di bello? Non avrai mica paura di me? Dai sali su fratello che ti accompagno io”

Mentre lo invitava a salire K era stuzzicato da due appariscenti ragazzine sedute accanto a lui e cui vestiti lasciavano poco spazio alla fantasia. In quella macchina erano tutti fatti di coca e chissà che altro.

“Allora sali o no?”

Gli fecero eco le ragazze ammiccando e dispensando stupidi sorrisini

“Dai vieni qui con noi che c’è spazio per tutti”

L’ingenuità prevalse ancora una volta al buonsenso e B cedette alle insistenze del suo scomodo conoscente.

2

Gli occupanti della macchina si fecero stretti mentre B cercava di occupare meno spazio possibile sul sedile di pelle pregiata. Le ragazze nel frattempo gli erano piombate addosso come prostitute in cerca di clienti.

Nessuno si preoccupò di chiedere la destinazione a B tant’è che la macchina deviò per tutt’altra direzione.

“Ma dove mi state portando? Dai per favore, mi aspettano in Beale Street. Se non volete andare là almeno fatemi scendere. Dai ti prego”

Nessuno lo stava ascoltando. Gli occupanti della Mercedes, B escluso naturalmente, vivevano nel loro mondo parallelo.

K si sparse della polvere bianca sul dorso della mano che fece scomparire nelle sue narici dopo qualche istante, poi ci pensò una delle due ragazzine a ripulirne ogni traccia leccandogliela.

Fu in quel istante che il suono della sirena ed i lampeggianti rossi e blu riportarono alla realtà i balordi.

“Che cazzo facciamo adesso?” gridò terrorizzato il conducente che accennò a fermarsi.

“Non lo so. Continua a guidare. Continua a guidare. Accelera. Fammi pensare. Tu accelera cazzo!” ordinò K.

Anziché fermarsi la Mercedes cominciò a prendere velocità.

La spavalderia delle due ragazzine aveva lasciato spazio ad urla isteriche.

I due ragazzi, K e B si guardavano senza dire nulla. Il primo sapeva che quella sera sarebbe finita male per lui, il secondo che la fortuna ancora una volta gli aveva girato le spalle a pochi centimetri dalla felicità.

L’inseguimento terminò dopo poche miglia quando la macchina finì su un albero.

Il guidatore del mezzo aveva preso una bella botta ma se l’era cavata con una spalla lussata e qualche escoriazione in faccia dovuta allo scoppio dell’airbag. Fece una fatica immonda nell’aprire lo sportello della macchina e lasciarsi cadere sul prato di una graziosa villetta delimitato dal recinto in legno che aveva appena sfondato.

Le volanti della polizia nel frattempo si erano triplicate e si erano posizionate a qualche decina di metri dalla berlina fumante.

“Scendete dall’auto con le mani bene in vista!”

Urlavano gli agenti brandendo le armi in direzione della vettura

Le due ragazze utilizzarono la porta posteriore sinistra per scendere, tra grida stridule e fastidiosi lamenti. Non si erano fatte nulla.

DSC_0275

Dalla parte destra della vettura invece scese K spogliato di tutta la sua arroganza e privo di espressività.

L’unico ad essere rimasto all’interno della Mercedes era B che fissava il cofano accartocciato abbracciato all’albero, il parabrezza frantumato, le schegge di vetro sui sedili.

Le luci blu e rosse dei lampeggianti della polizia schiarivano ad intermittenza le immagini avvolte dal buio della notte ed il fumo del radiatore.

Ad un tratto, come volesse svegliarsi da un incubo, si ricordò del concerto.

“Mi stanno aspettando, devo andare” disse tra sé e sé.

Balzò fuori dall’auto e sfilando K che era lì fuori, in piedi, immobile, vicino al portellone con le braccia alzate, sussurrò ancora.

“Mi stanno aspettando”

Cominciò a correre più veloce che poteva.

Le luci, le grida, il buio della notte, il suo respiro

“Fermati, dove vai, così ci fai ammazzare!”

Poi uno sparo ed un calore improvviso attraversò il suo corpo.

Il primo battito alla gran cassa.

Un altro colpo. Più ovattato. Ancora calore nella schiena. Il charleston.

Altre esplosioni. Il tocco di frusta sul piatto ride. Il respiro sempre più affannoso.

Gli ultimi passi come battute di quattro quarti sui tom tom.

Un rullante che accompagna gli ultimi respiri.

La caduta. Il crash.

Il suo giro di batteria si era compiuto.

9

New Orleans. Immagini e parole (Parte prima)

 

La storia fluttua e si trasforma minuto dopo minuto come un fiume in piena. Si può scegliere di deviarne il corso o di navigarla. Ma non si può fermare. Luoghi e ritrovi mutano ad ogni giro di orologio lasciando dietro a sé sofferenza, dolore, morte. Ma anche gioia, conquista, vita. Il mondo è composto da chiaro scuri, di nero, bianco e grigio. E da migliaia di colori. Storie che si intrecciano a bordo di navi che, fiere, prendono spinta e forza dal fiume. Sono immagini e parole.

Forse l’unico modo per attraversare la linea è uno strumento. Un violoncello. Una canzone. Ma no, c’è altro. C’è l’arte. Ci sono i colori. Ma se arte è colore, anche quella linea gialla che delimita un qualcosa è arte. L’arte non divide, non delimita. O chissà, forse sì. Magari spezza cuori. Sicuramente diverge opinioni. Ma allora non è così buona, l’arte. Forse uccide anche lei. E allora abbiamo davvero bisogno di strumenti per attraversare l’odio racchiuso nell’arte. Non solo nell’arte. Potrebbe essere un violoncello. La canzone di prima. Ma no, c’è altro.

 

Parlo poco. Quando lo faccio è sempre sotto voce. Chi mi ascolta dice che mentre lo faccio mi accarezzo la barba. Come se volessi allungarla. Che so, plasmarla. Non me ne accorgo mai quando lo faccio. Chissà di quante altre cose non mi accorgo. Indosso il berretto per riparare la mia pelle nordica dai raggi del sole e carico in spalla il mio pesante strumento. Il tempo ha lasciato su di lui e su di me qualche graffio. Entrambi potremmo amplificare i nostri dubbi ed i nostri perché al mondo. Ma non lo facciamo. Parliamo sottovoce. Delicati. Entrambi.

 

Quel signore dall’aria così aristocratica riusciva a vivere la sua solitudine anche in mezzo a tutta quella fottuta e chiassosa gente. Sorseggiava una comune e tiepida birra in bottiglia come fosse il vino francese più buono e pregiato del mondo. Riusciva a leggere il suo libro nonostante il brusio e la musica. Il panama che indossava non oscurava lo sguardo fisso tra quelle maledette righe. Che io mi chiedevo e mi chiedo ancora, ma cosa sta leggendo di così appassionante per rimanere incollato a quelle pagine? E mentre mi arrovellavo il cervello per capire, lui stava leggendo Hemingway. “Se hai amato qualche donna e qualche paese ti puoi ritenere soddisfatto, perché anche se dopo muori, non ha importanza.” Non poteva essere altro.

 

Questa è la storia di tre colori che vivevano uno accanto all’altro. Tutti e tre dipinti sulle facciate di tre palazzi diversi. Circondavano finestre e porte disparate ma si affacciavano sulla stessa strada. Tutti e tre riflettevano gli stessi raggi del sole ma in maniera diversa. Questa era la loro unica differenza che li facevano percepire dissimili alla vista dei passanti. Eppure c’era chi preferiva l’uno all’altro. C’era chi pensava fosse folle dover sopportare quella tricromia così ravvicinata e chi rabbrividiva al pensiero di dover imbiancare una volta per tutte e forse per sempre quei tre palazzi. Gli unici a non temere ciò che sarebbe potuto avvenire erano proprio quei tre colori. Qualunque sarebbe stata la scelta, non avrebbero mai smesso di essere colori e di riflettere la luce del sole.

 

Indosso una tuba, da mago. Non abbandono mai la mia valigia delle magie. Ed aspetto. Aspetto il momento migliore per sorprendere il mio pubblico che ancora non sospetta quello che ho in serbo per loro. I passanti mi guardano, scrutano curiosi il mio aspetto. Si chiedono cosa sono in grado di fare. Forse niente, pensano. Certo, mi vedono qui seduto, in sovrappeso. Con questi dannati occhiali e la mia barba incolta che mi fanno sembrare un irlandese. Magari lo sono anche stato. Con quali magie potrà mai stupirci quello lì pensano. Quello con le scarpe consumate e lo sguardo di uno che non sembra proprio a suo agio con la bacchetta magica. Se solo guardassero meglio. Se solo guardassero oltre. Un bambino che si trasforma in ciò che vuole. Questa è la mia vera magia.

 

Quando suono il jazz frammento ogni difficoltà e la soffio lontano attraverso la mia tromba. Succede da sempre. Da quando da ragazzino a scuola venivo preso in giro per le mie disattenzioni. Per il mio sguardo perso fuori da una finestra aperta verso la primavera. E quei profumi. Quei colori. Era difficile riassumerli in soli tre tasti. Eppure ci riuscivo. Poi l’estate a giocare sulle rive del fiume. Ad ogni sguardo abbassato davanti ad un viso adolescente e le sue lentiggini corrispondeva una nuova nota. Poi le esibizioni. Le paure e le insicurezze premute a ritmo di jazz sui tasti dorati della mia tromba. Sulle strade di New Orleans.

 

La casa si trovava in un quartiere particolarmente insicuro. Le notizie che provenivano da quella zona raccontavano di piccoli furti e frequenti intrusioni nelle proprietà private. Che poi di valore non c’era nulla, ma trovarsi uno sconosciuto in casa che rovista nei cassetti non è mai una bella cosa. Può sparare il proprietario, potrebbe farlo il ladruncolo. Insomma, non delle belle situazioni. Muri o sbarre al posto delle finestre non erano delle soluzioni. Pagare un pegno così ingombrante alla paura è sinceramente troppo. Allora non rimaneva che usare il colore. Una finestra variopinta che splendesse come un arcobaleno. Così anche il mondo là fuori si tinse e si trasformò presto in quello che non si sarebbe mai potuto altrimenti cogliere attraverso un muro.

 

Oggetti fermi come soldati sfiniti al termine di una combattuta battaglia. Le colorate e lucenti collane del Mardi Gras abbandonate come armi riposte in un angolo pronte per essere riprese anno dopo anno. Le maschere, la festa, la musica e poi basta un attimo in cui il sole rifà capolino su di noi perché finisca tutto. Finisca il nostro sogno mentre ci rigiriamo tra le morbide coperte dei nostri letti. Noi con il mal di testa causato dai litri di alcool ingeriti il giorno prima. Le urla, la musica ed il divertimento che pulsano ancora tra le nostre tempie. Arriverà il momento che dovremo scendere a farci un caffè e mangiare qualcosa. Arriverà il momento di un altro Mardi Gras.

 

 

New Orleans. Immagini e parole parte II

Lubiana: il Professore

La macchina percorreva velocemente l’autostrada che ci avrebbe riportato a casa.

Stavamo lasciando le nuvole dietro a noi.

“Che dici se facciamo una breve tappa a Lubiana? E’ da un po’ che non ci torno”

Il passeggero annuì senza proferire parola. Eravamo a circa 60Km dalla capitale, di rientro da un servizio girato nella parte alta della Slovenia, non troppo distanti dal confine croato.

Avevamo passato alcuni giorni tra gli ampi spazi, verdi colline e lo snodarsi di sentieri e piste ciclabili alla ricerca di immagini e parole che potessero essere utili al nostro scopo.

La redazione mi aveva assegnato un cameraman con cui non avevo mai lavorato prima. Un ragazzo taciturno ed introverso che si era rivelato un po’ noioso ma se non altro poco invadente. Quest’ultimo aspetto m’aveva convinto di proporgli di fare tappa a Lubiana.

Dopo quasi un’ora di viaggio presi la deviazione per il centro città.

“Provo a parcheggiare qui. Se non ricordo male dovremmo essere in prossimità del fiume Ljublijanica

Lungo il corso d’acqua si presentano molti locali di ultima generazione e molte attività quali mercatini e negozi di articoli d’antiquariato.

“Lasciamo pure l’attrezzatura nel bagagliaio, tanto non ci sono grossi pericoli”

Così facemmo, anche se lui si portò dietro uno zaino bello carico di corpi macchina ed obiettivi che al solito risultava piuttosto pesante da trasportare. Ci era abituato, anzi, il fatto che non avesse dietro gli altri due borsoni lo facevano sentire leggero come una piuma.

“Sei comodo?” chiesi più per tentare l’ennesimo approccio umano che per reale interesse e la risposta si limitò in un sì ripetuto due volte durante il gesto di slancio nel caricarsi lo zaino in spalla. “Ok andiamo” Aggiunse mentre cominciò ad incamminarsi.

Non avevo voglia di confondere quella sosta di piacere con nessun evento che potesse minimamente ricordare il lavoro. Cominciai ad avvicinarmi al ponte che guardava la passeggiata lungo al fiume con un passo piuttosto rilassato e le mani in tasca. Il collega era già avanti a me di un bel po’. Dove cazzo corre quello pensai tra me e me; lo scorgevo posizionarsi sui ponti e scattare foto.

Nonostante la giornata fosse soleggiata, c’era un’aria fredda piuttosto pungente ed anche il Ljublijanica contribuiva a rendere la temperatura particolarmente umida.

Il clima non favorì le soste lungo la strada ad ammirare gli oggetti esposti ai mercatini o le vetrine dei negozi.

Avevamo percorso praticamente tutta la zona più interessante lungo il fiume, così ci addentrammo tra le vie interne. Lubiana è una città molto particolare. La mondanità è composta ed ordinata. Emana consapevolezza del passato, maturità nel vivere il presente ed uno sguardo ampio e speranzoso rivolto al futuro.

“Che dici se ci facciamo qualcosa di caldo?” Chiesi al collega muto che sembrava piuttosto a suo agio tra le rigide temperature della capitale “Buona idea” bisbigliò sorprendendomi.

Da lì a poco ci trovammo seduti all’interno di una pasticceria storica al piano terra di un bellissimo palazzo d’epoca. Fuori dalla vetrina potevamo vedere chiaramente la strada in salita che porta al Ljubljanski grad.

Arrivò prontamente una cameriera molto giovane con capelli tinti da colorazioni improbabili e piercing sparsi sul suo viso a prendere l’ordinazione che comprendeva due tè. Parlava inglese correntemente e dispensava cordiali sorrisi in modo da suscitare la simpatia dei clienti, compresa la nostra.

“Vuoi andare a visitare il castello? Io non ci penso nemmeno”

“Peccato” udì una voce fuori campo. Era quella di un signore anziano appoggiato al banco con in mano un calice di vino rosso. Per un attimo rimasi spiazzato perché, a dirla tutta, non aspettavo alcuna risposta dal mio collega, né tantomeno da altri.

“Italiani?”

Se c’è una cosa che odio è dover rispondere per cortesia agli sconosciuti che attaccano bottone solamente perché hanno impellente necessità di esercitare il nostro idioma.

“Sì” Risposi freddamente in attesa della domanda seguente che sarebbe stata immancabilmente: da dove?

Di dove venite?” Appunto.

“Lui è del confine, io dalle parti di Milano” Cercai di tagliare corto nel mentre arrivarono le brocche del fumanti. La cameriera le appoggiò sul tavolo facendo tintinnare i coperchi in porcellana.

Ci sorrise e noi contraccambiammo.

“Prima volta che venite Lubiana?” insistette lo sconosciuto.

Incredibilmente questa volta rispose il cameraman, forse accortosi del fatto che mi stavo spazientendo “No. Ci siamo già stati.” Ma proprio quando il dialogo pareva spegnersi sul nascere, il muto fece una cazzata clamorosa. “Lei è di qui?” Chiese all’anziano, attirando su di sé una mia occhiataccia che gli fece andare di traverso il biscottino di cortesia. Il signore al banco abbassò il pollice sopra al suo calice e si fece versare un altro bicchiere, sistemò i pantaloni e si tirò su le maniche della giacca, conscio di dover incominciare una sfida verbale che l’avrebbe visto indiscusso protagonista del bar.

“Sono nato a Fiume, quando era Italia. Là ho studiato e sono diventato professore. Poi quando ho cominciato ad insegnare mi sono dovuto trasferire. Ho insegnato a Capodistria, a Celje e qui tanti anni. Adesso sono in pensione finalmente.”

La cadenza del suo italiano era deformata dalla mancata pronuncia delle doppie, l’omissione di molti articoli e dalla presenza di parole in dialetto triestino o provenienti da zone del Collio isontino.

Mi ammorbidì e, quasi pentito dal mio comportamento rude precedente, chiesi ancora “Cosa insegnava?”

“Storia e lettere”

Prese una pausa bevendo un altro po’ del suo vino, noi sorseggiando il tè.

Mi sembrava di mortificarlo continuando a rivolgergli domande piatte e scolastiche, così cercai di alzare l’asticella. È vero che avevo bisogno di silenzio, ma quando ti capitano davanti certe persone è sempre rispettoso nei confronti del destino che te le ha mandate cercare di valorizzarle e comprenderle. Ci provai.

“Chissà che cambiamenti avrà vissuto in questi anni… Dalla Jugoslavia alla Slovenia, Tito; adesso la Comunità Europea…”

Sorrise con aria di chi la sa lunga. Cominciò il discorso.

“Bel casìn.” Mi misi comodo mentre lui cominciò “Ai tempi di Tito non c’era odio tra di noi, all’apparenza. C’era la povertà che ci teneva uniti. Carne e caffè erano un lusso. Per dire. Guarda quel tavolino laggiù. Erano ragazzi di qui perché li conosco e guarda come l’hanno lasciato. Avanzi di panino, di brioches, il cappuccino bevuto a metà. Adesso hanno tutto ma non hanno niente. Adesso è il momento della società basata sul niente”

Lo incalzai “Certo, però è comunque meglio adesso o no?”

“Cos’è meglio per lei? Una forte stretta da una mano ruvida del contadino che lavora nei campi che si spacca la schiena dall’alba al tramonto o la firma di un signore in giacca e cravatta seduto davanti al computer? Stare seduto in compagnia davanti ad un fuoco di legna ardente con una bottiglia di vino fatto in casa o solo in una stanza asettica e condizionata con a disposizione un dispenser d’acqua sterilizzata?”

Il discorso stava prendendo una piega piuttosto impegnativa. “Tu che ne pensi?” passai la parola al mio commensale

“Penso esistano le vie di mezzo. Qui ho visto tanti giovani lavorare seriamente. La città sembra lanciata verso un futuro green

Il professore riprese la parola: “Green” Intercalò con una bestemmia. La barista lanciò un’occhiataccia, lui si scusò e continuò “Green. O sono così furbi gli altri o siamo così coglioni noi. Fino a qualche anno fa tutto era green. A casa quasi tutti avevano le proprie bestie. Galline, uova, maiali, si faceva tutto in casa. Perché eravamo poveri ma non coglioni. Ma per essere green bisogna spalare merda. Letteralmente. Spaccare legna. Tirare su sassi. Quello è green. Poi è arrivato il benessere, la grande distribuzione e gli uffici. Adesso anche i somari finiscono l’Università. Tutti sono ingegneri, dottori, avvocati. Che si devono spostare, muovere in continuazione. Viaggiare. Tutti vanno da qualche parte; A fanculo vanno… inquinano e cercano il green che una volta costava fatica mentre adesso è un bene di lusso per pochi. Coglioni!”

La barista lo richiamò benevolmente. Sorridemmo tutti quanti.

“Dai non se la prenda” dissi “le offro un bicchiere”

“L’ultimo” precisò “perché se arrivo a casa ubriaco chi la sente mia moglie. Altro che green, mi fa il culo red quella”

Dopo una risata generale io ed il mio collega uscimmo dal locale ritrovandoci così nuovamente avvolti dalla gente e dal freddo. Lasciammo cadere l’episodio nel vuoto dopo averci pensato sopra per un po’.

“Hai fatto qualche foto anche al palazzo?” dissi tanto per dire.

Il cameraman annuì.