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Bonn. L’ex bancario

Arrivai alla stazione dei treni di Bonn nel primo pomeriggio.

Dopo pochi minuti di cammino, trascinandomi dietro un piccolo trolley, raggiunsi l’abitazione di mio zio che si trovava nell’elegante Poppelsdorfer Allee. Le promesse che prima o poi sarei stato io a fargli visita caddero nel vuoto, dato che ci incontrammo sempre e solo nelle rare occasioni in cui si presentava nella nostra dimora di famiglia ad Aylesbury, in Inghilterra.

Questa era dunque la mia prima visita nella sua casa, ma lui non se ne sarebbe mai potuto compiacere dato che era morto una settimana prima del mio arrivo. Mi trovavo a Bonn, infatti, per presenziare alla lettura del testamento. Il giorno seguente avrei avuto un appuntamento dal notaio in Piazza Markt, a pochi metri dall’edificio Altes Rathaus, il regale municipio cittadino.

Raggiunto il numero indicato nell’indirizzo che corrispondeva ad una facoltosa casa bianca di tre piani, appoggiai il trolley sul marciapiede e suonai il campanello; ad aprirmi fu il domestico che da molti anni serviva diligentemente e fedelmente lo zio.

Lui era probabilmente l’unica persona alla quale permetteva confidenza, seppur nel rispetto dei ruoli. Come tutti gli uomini in carriera arrivati, d’altronde, anche mio zio era una persona molto diffidente. Più la professione gli concedeva soddisfazioni economiche di alto livello, più si distanziava dalla società e dai rapporti con le persone evidentemente interessate. La chiusura semi totale era avvenuta con il raggiungimento della pensione che aveva deciso di vivere in solitudine e serenità. Aveva chiuso i rapporti anche con i familiari, colpevoli a dir suo, di interessarsi più ai suoi averi che al suo essere. Il motivo del perché sarei stato il solo presente alla lettura del suo testamento fu anche questo. I suoi soldi avrebbero fatto comodo a chiunque, ma a me sinceramente non interessavano né prima, né mai.

Il domestico mi fece cortesemente salire le scale ed accomodare nella stanza degli ospiti che notai essere il doppio della casa che utilizzavo durante il periodo degli studi a Londra che però condividevo con altri due studenti.

Dai quadri appesi e dagli oggetti presenti era facilmente intuibile del perché fosse stato sempre molto pressato dalle attenzioni di parenti o conoscenti, pronti a mettere le mani sul suo patrimonio.

In quella stanza non mi trovavo assolutamente a disagio, ma preferì non perdere tempo per fare una breve visita della città. Il domestico, saputo che sarei uscito a fare una passeggiata al centro, mi consigliò alcuni posti da visitare. Lo fece con una sincera commozione proponendomi gli itinerari che amava percorrere lo zio. Le sue passeggiate non trascuravano le vie del centro, tra cui la bella Martins Platz e la cattedrale Bonner Munster che con i suoi alti campanili era un punto di riferimento, ma preferiva raggiungere il tranquillo Parco Hoffgarten dove è presente la Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität Bonn. La città fiorita pareva quasi giustificare l’austera architettura teutonica abituata a climi rigidi piuttosto della giornata primaverile che favoriva la mia piacevole camminata esplorativa.

Poi lo scorrere dell’imponente Reno circondato da parchi, altre case, grattacieli e chiese.

Forse per questo motivo mio zio aveva scelto di trasferirsi in pianta stabile a Bonn. Era stato un corrispondente di filiale estero di banca per numerosi anni ed aveva vissuto in svariati luoghi. Durante le sue visite sono sempre rimasto affascinato dai suoi racconti che una volta profumavano di Parigi, altre di spezie di medio oriente e Cairo, altre ancora si tingevano di misteri, ambasciatori e guerre fredde a Berlino. Quando venne trasferito per il suo ultimo incarico a Bonn, questa era la capitale della Germania Ovest. La città era abitata da persone importanti; diplomatici, politici, faccendieri. Lui era uno di questi. Tra le sue mani sono passati documenti cui in pochi o forse nessuno saprà mai dell’esistenza. Transazioni finanziarie tra Stati ufficialmente nemici o tra individui apparentemente incompatibili. La sua banca gli aveva riconosciuto questa enorme capacità di inserimento in grosse commesse ed i capitali da lui investiti non avevano mai deluso le aspettative di nessuno.

Mi venne da sorridere pensando ad una delle tante storie che amava raccontare; con anche una certa ostentazione e presuntuosità, pur celata da un raffinato sarcasmo che inevitabilmente coinvolgeva tutti in sonore risate.

Tra passi e pensieri avevo raggiunto anche la Beethoven Haus in Bonngasse 20 dove nacque il compositore. La confusione creata da una scolaresca francese mi fece desistere dal trattenermi o curiosare all’interno.

Tutto era finito, come la sua lucida limousine che riposava ormai da tempo nel garage della casa di Poppelsdorfer Allee o forse in quello dell’appartamento di Parigi che aveva conservato senza apparente motivo. D’altronde, come amava ripetere, non aveva bisogno di vendere nulla.

Così, la sua vita solitaria, si era conclusa senza nessun fremito o tragedie da cronaca; aveva vissuto ed operato all’ombra, si era spento senza sussulti. Nel suo stile.

Rimanevano di lui oggetti preziosi, testimonianze di sentiti ringraziamenti da parte di persone in affari o acquisti preziosi.

E, forse, il bel ricordo che avremmo conservato io ed il suo fedele domestico, le uniche persone che forse lo apprezzarono semplicemente per quello che era e non per quello che aveva.

 

 

 

La ragazza che progetta ponti

Quella mattina per A sarebbe stato un giorno un po’ diverso rispetto al solito.

Si era data appuntamento con le sue tre amiche alla stazione degli autobus al capolinea di Plaza de Armas.

Con la mano sinistra trascinava il suo piccolo trolley lungo la ciclabile che costeggia il Guadalquivir, fiume che bagna la città di Siviglia. Con l’altra mano reggeva un quaderno, la sua immancabile rapidograph 0,30 ed un biglietto di un volo low cost per Madrid.

disegno da web

L’orologio della stazione segnava le 18:01 ed A fu la l’unica puntuale del gruppetto. Le altre ragazze si presentarono in sequenza scandendo i tre minuti seguenti le 18:06

Quel inizio settimana avevano deciso di cambiare un po’ aria, nonostante il legame che nutrivano per la movimentata città andalusa che, studi permettendo, offriva molti svaghi ed attrazioni.

Una volta salite sulla navetta, dopo essersi divincolate dai turisti di rientro dal loro weekend ed aver occupato una fila di posti liberi, non tardarono nell’erompere la loro sfrontata indole giovanile sotto forma di urletti, battute e sciocchi sorrisi; per quanto sorridere non sia mai cosa sciocca.

L’atteggiamento delle amiche, titubanti nell’affrontare il mondo circostante, non aveva coinvolto la taciturna A che non aveva perso tempo nel aprire il suo quaderno dalle cui pagine erano facilmente intuibili schizzi a china di opere di ingegneria civile. Progetti di ponti arredati da specifiche tecniche ben congeniate.

Distolse lo sguardo dalle sue creazioni in concomitanza della prima fermata dell’autobus che nel frattempo aveva intrapreso la sua corsa verso il non troppo lontano aeroporto. Si concentrò ad ammirare la Torre dell’Oro e poco più avanti il Palazzo Reale Alcazar. Quella è una zona particolarmente ricca di storia ed opere architettoniche d’importante valore, come il Teatro de la Maestranza, costruito in prossimità del Rio Guadalquivir. Puntò nuovamente gli occhi sul quaderno e la sua mano ricominciò a tracciare inchiostro sul foglio.

Il panorama artistico di Siviglia è particolarmente affascinante grazie ad una perfetta integrazione tra stili apparentemente incompatibili dovuti a profonde distanze temporali o parallele filosofie culturali. Il Palazzo Reale di Alcazar, ad esempio, con le sue meravigliose stanze ricamate da superbi ornamenti in stile islamico attorniato da giardini fiabeschi e risalente a metà del XIII secolo, convive con la moderna struttura ad alveare Metropol Parasol,  che ha rimpiazzato il vecchio mercato di Plaza de la Encarnazion e diventando una rappresentativa opera di rottura terminata nel 2011.

I sabati sera le quattro amiche, come centinaia di altri ragazzi e turisti, passeggiano tra le affollate vie centrali di Siviglia con il fare precipitoso che contraddistingue le ragazze di quell’età. Chiacchierano del più e del meno, scherzando a vicenda con infruttuose spedizioni commerciali nei numerosi negozi di cosmetici ed abbigliamento. Grazie all’apparentemente armonioso coordinamento tra start up, negozi tradizionali e vicoli sfacciatamente turistici è raro trovare locali in svendita come di consuetudine europea. Le quattro passano spesso davanti alla Cattedrale di Siviglia dove è inevitabile non alzare lo sguardo, anche per qualche secondo, per contemplare la Torre Giralda, in lontana origine un minareto e la simbolica statua del Girardillo. Anche in questo caso un esempio di integrazione architettonica tra il mondo islamico e quello cristiano dovuto al fatto che i governanti  che si sono succeduti a Siviglia hanno preferito semmai inglobare l’arte esistente piuttosto che distruggerla.

Fino a qualche settimana prima di questo viaggio nessuna delle amiche aveva mai posto la domanda ad A del perché avesse scelto di progettare proprio dei ponti; passione piuttosto inusuale per una ragazza.

Un tardo pomeriggio, durante una divertente navigazione con le piccole barcarole a remi presenti a Plaza de España fu C a rivolgerle il quesito. La risposta fu spontanea e sincera come i disegni che giorno dopo giorno riempivano le pagine del suo prezioso quaderno.

Il ponte, a differenza del muro, unisce, collega. Grazie ai ponti è stato ed è possibile oltrepassare il fiume Guadalquivir. Il ponte di Isabella II, altro esempio, unisce uno dei quartieri più caratteristici di Siviglia, Triana, al resto della città. Siviglia stessa senza ponti non sarebbe esistita. Il ponte rappresenta l’apertura tra le culture, scambi commerciali e conoscenze. Il ponte, per definizione, serve a superare gli ostacoli.

Una società organizzata, civile, attiva, giovanile e multiculturale difficilmente partorirà figli con attitudini diverse da quelle di costruire ponti e disinvolti nel percorrerli. Ad A, come ad altre impavide persone della sua generazione, Siviglia con il suo retaggio storico ha fornito gli strumenti per oltrepassare gli ostacoli e costruire il futuro.

Pace: ponte avente comuni estremità (Elena Nicoletta Garbujo )