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Copertina Gennaio 2020

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.3

L’ultima delle ipotesi riguarda un uomo molto ricco che ama fare acquisti nei negozi della Rodeo Drive. Una delle vetrine lo specchia con indosso una giacca gialla dai profili luccicanti e dei pantaloni blu a zampa di elefante. Anche la camicia bordeaux ha lo stile retrò. Porta un paio di occhiali da sole con lenti ovali arancioni, grandi ed avvolgenti.  Nonostante l’età avanzata in testa ha praticamente tutti i capelli che sistema periodicamente dal parrucchiere dei vip a Los Angeles. Proprio in quel rinomato salone ha incontrato colui che è diventato il suo compagno attuale. Un ragazzo di mezza età, di origine cubana, con un passato abbastanza oscuro. Pochi si chiedono come sia giunto a frequentare gli ambienti di lusso viste le umili origini. In realtà qualche malalingua sospetta che abbia concesso il proprio corpo a gente facoltosa pur di sistemarsi definitivamente a Beverly Hills. Fatto sta che l’incontro tra i due era stato subito proficuo. Un appuntamento al ristorante, una cena romantica, parole e sorrisi, la complicità davanti ad una bottiglia di vino pregiato francese, uno sfioramento delle mani e poi il fine serata nella villa ad Hollywood. Fondamentalmente quello era stato l’inizio di una storia che sigillava il passato dei due. Si godevano i loro momenti fatti di shopping, bagni rinfrescanti nella piscina di casa, massaggi e regalini reciproci. Poi c’erano le partecipazioni alle cene in cui capitava spesso di incrociare i calici con personaggi affermati o starlet dell’alta società californiana. I rapporti con le famiglie erano nulli per quanto riguarda l’uomo dalla giacca gialla e ridotti all’osso per il ragazzo cubano. Nel primo caso il motivo era dovuto al fatto che i suoi due fratelli non avevano mai accettato il rapporto che intercorreva tra lui ed il cubano che accusavano di opportunismo; da parte di quest’ultimo le tracce della famiglia si erano sbiadite con il passare degli anni e della lontananza. Un mix di invidia, gelosia e risentimento che li avevano condannati al loro esilio dorato ma a cui loro non davano alcun peso.

L’ambientamento dalla ricchezza alla povertà è un dato che cambia notevolmente se invertiamo i fattori. Il rischio di dimenticare le proprie origini è inoltre una delle cause più frequenti di chi si ritrova benestante dal oggi al domani. Il ragazzo cubano aveva rimosso la sua fervida partecipazione ai discorsi politici che lo distinguevano da adolescente; il pathos che lo faceva litigare per difendere a spada tratta le sue idee. Da ragazzino sognava di sfidare verbalmente qualche politico di grosso calibro, quelli che hanno i fili mossi dalle enormi multinazionali, per capirci. Mai si sarebbe immaginato di condividere un banchetto assieme a loro in qualche lussuosa villa. Frequentandoli non solo ha dimenticato il suo passato ma si è anche adeguato al loro presente che è fatto di scambi di parole ponderate e di cortesia, di finta ammirazione, di baciamani e scatole infiocchettate; macchine prestigiose che riempiono i viali delle case sulle colline californiane o mogli avvenenti con il corpo in visita ufficiale insieme al marito affermato e la mente in braccio all’amante surfista. Forse tutti questi artifizi gli hanno spinti per un pomeriggio a fare qualcosa di diverso. Ritagliare un po’ di tempo esclusivamente per loro. La radio della Bentley spesso viene  mutata dalle loro battute seguite da grasse risate. Prendono in giro i conoscenti creando delle simpatiche caricature ed enfatizzando quelli che le vittime pensano essere grandi pregi. La macchina si sta dirigendo verso Santa Monica. Il buonumore li segue anche quando devono parcheggiare la macchina sulla sabbia in mezzo alle decine di altre autovetture popolari. Attraversano il molo passeggiando e guardandosi in giro mentre delle nuvole avanzano gonfie, scure e minacciose verso di loro. Non trascorre troppo tempo da quando le prime gocce d’acqua cominciano ad inumidire la passerella e le persone che ci camminano sopra. Decidono di ripararsi e di acquistare due bevande gassate sentendosi di nuovo ragazzini. L’alternanza della pioggia permette loro di arrivare fino alla fine del pontile e guardare l’Oceano che si sta agitando minaccioso. Lo fissano pensierosi. Di tanto in tanto bevono dalle loro bottiglie di vetro attaccandosi al passato. Entrambi da ragazzini erano stati poveri. Invecchiando si capisce che per quanti soldi uno possa avere niente può ridare la giovinezza andata. Se lo ricordano a vicenda.

Tra questo turbinio di gioie, malinconie e temporali si presenta nella storia un apparentemente inutile insetto. E’ un ape che attratta dallo zucchero della bevanda si infila dritta nella bottiglia dell’uomo descritto all’inizio con la giacca gialla che tra i due, destino vuole, è allergico proprio al veleno di questi preziosi insetti. Avvicina la bottiglia, un sorso, una puntura in bocca. Poi un angiodema che occlude le vie respiratorie… Il resto è un assurdo agonizzare fino alla perdita della coscienza e la conseguente morte.

Questa è anche la descrizione che il ragazzo cubano fornisce agli inquirenti che, richiuso il cadavere nel sacco, lo catalogano come un decesso per anafilassi.

 

 

 

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.2

La seconda ipotesi riguarda un uomo di mezza età, senza fortune, senza casa.

Da quando è cominciata la brutta stagione a Venice Beach ha più spazi dove potersi muovere. Può cercare riparo sotto le vedette dei bagnini, oppure infilarsi in qualche anfratto tra i muri delle case. Tutti i suoi averi sono un cumulo di cianfrusaglie avvolto da un telo cerato azzurro che ha recuperato in un parcheggio chissà dove. La polizia è più benevola nei suoi confronti data la scarsa presenza dei turisti. Vivere vicino alla spiaggia offre molte comodità, tra cui quella di usufruire delle docce pubbliche. Non è passato troppo tempo da quando sfoggiava un fisico scolpito ed una ragazza da copertina che lo accompagnava a cavalcare onde nelle spiagge più affascinanti degli States. Aveva tutto ciò che serve per alimentare il sogno americano. Un lavoro da dirigente in una catena di supermercati, una villetta in un tranquillo quartiere di periferia di Los Angeles, una macchina, la moto e l’inseparabile tavola da surf. Il fine settimana era l’occasione per riunirsi con gli amici, bere e fare festa. Il matrimonio arrivò immancabile a suggellare una bellissima copia.  Entrambi, come detto, sembravano dei modelli di riviste. Le cose andavano benissimo fino allo scoppio della bolla finanziaria che ha coinvolto milioni di americani tra cui lui ed i suoi familiari. Il crollo della catena di supermercati, il licenziamento, l’impossibilità di pagare il mutuo della casa, investimenti sbagliati. Una caduta libera che lo portò in pochi mesi ad un declino fisico e psicologico tale che costrinse la sua giovane moglie a chiedere la separazione. Rifiutandosi all’abbandono cercò conforto nell’alcool peggiorando ancora di più la situazione. Le denunce e gli avvocati della sua ex consorte avevano definitivamente sancito la sua fine. Poi la strada. I primi giorni furono alienanti, incredibili. Dalla vergogna di poter esser riconosciuto da qualche conoscente si era messo in cammino facendo scorrere dietro a sé tramonti ed albe fino a perdere l’interesse nel misurare il tempo con l’orologio che barattò subito per racimolare qualche soldo da poter spendere in alcool. Fu l’ultima volta che consumò una bevanda alcoolica. I primi tempi per vivere utilizzava i ragionamenti imposti dalla società attuale: compra, produci, vendi, compra, produci, vendi… Ben presto si rese conto che non aveva più nessun mezzo per poterlo fare. Nonostante il suo impegno nel cercare di risalire la china giorno dopo giorno peggiorava tutto. La barba lasciava scoperte alcune rughe scavate che ben si evidenziavano sulle sue guance fino all’altezza degli occhi. La pelle era diventata a chiazze, vuoi per la scarsa igiene, vuoi per i funghi che l’avevano inevitabilmente contaminato. Si era dovuto adeguare anche ai discorsi che scambiava con altri homeless con i quali di tanto in tanto si perdeva in chiacchiere senza futuro. Un senzatetto vive solo di attimi presenti e gli apprezza come fossero lingotti d’oro. Una volta aver pensato di dover affrontare un futuro come questo sarebbe stato assurdo, pensare ora a ciò che aveva vissuto lo era ancor di più. Non si riconosceva più nella vita precedente. Non si riconosceva nemmeno nei suoi simili. Vivere in mezzo ad una strada lo stava avvicinando di più ad una specie animale che ad essere un umano al quale nemmeno si sforzava troppo di appartenere ancora. Quanti dialoghi con i piccioni, qualche cane… I gatti ricchi di Venice Beach. Non avere niente non significa dover odiare qualcuno anche se di motivi per farlo ne avrebbe avuti.

Cammina lungo la spiaggia quando un uomo in divisa gli si avvicina. Gli allunga benevolmente dieci dollari invitandolo con aria fintamente severa a comportarsi bene. L’uomo accetta e sfoggia un sorriso senza qualche dente. Li accartoccia nella tasca della camicia. Un barbone che ha assistito alla scena cerca di sfilargli i soldi dalla tasca ma lui riesce a divincolarsi e camminare dritto. Il Santa Monica Pier è a mezz’ora di cammino e lo vuole raggiungere. Là troverà riparo dal vento che soffia sempre più forte e dalle nuvole in lontananza che non promettono nulla di buono. Spinge un vecchio carrello della spesa che trasporta il suo sacco. Usa parte del telo per ripararsi dalla pioggia che intanto ha cominciato a cadere fitta. In queste condizioni non basta una mezz’ora per raggiungere il molo ma passo dopo passo ci arriverà. Senza pensare a nulla; libero.

Dopo qualche ora la sua anima era in balia di un destino migliore abbandonando un corpo martoriato dalle condizioni atmosferiche, gli stenti della fame, l’usura degli eccessi passati e la fatica di sopravvivere.

Prima che il corpo fosse messo nel sacco nero la polizia notò che in testa presentava una ferita lieve ma non volle farci caso. In fin dei conti a chi importava della vita di un homeless. Nelle tasche dei suoi indumenti non furono mai trovati nemmeno i dieci dollari che qualche ora prima gli erano stati donati da un agente. (continua)

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.1

Le persone presenti videro il corpo di un uomo avvolto in un sacco che stava per essere caricato sul furgone del coroner. Le generalità erano ignote, i motivi del decesso altrettanto. L’unica cosa certa era che quel giorno pioveva ed anche parecchio, così da costringere gli agenti della polizia a fare piuttosto in fretta nel rimuovere quel cadavere. L’acqua che scendeva fitta sulla banchina del Santa Monica Pier comunque non ostacolava la curiosità dei turisti che non persero occasione per fare qualche foto a quella che sembrava la scena di un film. I più audaci andarono subito a ricercare altri indizi tra le scalinate in prossimità del ritrovamento.

Una volta chiusi i portelloni del furgone la sagoma scomparve agli occhi dei curiosi.

Chi mai poteva essere quell’individuo?

La prima ipotesi è la seguente.

La mattina presto un turista americano di una sessantina d’anni si sveglia di buonumore. Sedendosi sul materasso sistema faticosamente un cuscino dietro la schiena, indossa gli occhiali da vista e controlla velocemente i messaggi presenti sullo smartphone. Scorre le email e le foto di sua figlia assieme ai nipotini. Di tanto in tanto si gira a guardare benevolmente sua moglie ancora distesa mentre si gode il dormiveglia. Le da un bacio sulla guancia ricevendo in cambio un verso di disappunto. Lei vuole posticipare di qualche minuto il risveglio. Lui si alza e, prima di andare in bagno, scosta leggermente le tende offuscanti della finestra della camera dell’hotel. Scorge una giornata grigia e piovosa, ma si pregusta il fatto che sia a Los Angeles a festeggiare l’anniversario di nozze con la donna con cui ha condiviso gran parte della sua vita. Lei apre gli occhi definitivamente disturbata dallo scroscio dell’acqua del lavandino prima e dal ronzio del rasoio elettrico poi. Anche la signora guarda fuori e pensa che è la giornata ideale per starsene a letto a guardare tv crogiolandosi con stuzzichini e bicchieri di vino anziché uscire a visitare la città. Il marito si presenta all’uscio del bagno pulito e profumato come un bambino; sollecita la moglie a prepararsi in fretta per scendere a fare colazione. L’abbraccia avvolgendola con la sua corporatura piuttosto imponente, le stampa un altro bacio sulla guancia provancandone una scherzosa smorfia di disappunto e si reca nella sala ristorante dove sarà da lì a poco.

L’ombrello che stanno reggendo per ripararsi dalla pioggia è rigirato dal vento così che i due devono ripararsi in uno store in prossimità del cartello stradale che indica la fine della Route 66. Scattano alcune foto mentre le nuvole si appropriano definitivamente del famoso luna park che tante volte è stato protagonista delle scenografie di numerosi film. I bambini approfittano del maltempo per riempire la sala giochi. Loro due si siedono invece a consumare un hamburger all’interno di un locale e, tra un morso e l’altro al panino farcito, si scambiano qualche chiacchiera. Lui progetta un altro viaggio, magari nel vecchio continente. Non è mai stato in Francia, o in Spagna. Certo nel Wisconsin non si vive male e si è vaccinati al maltempo, però passare qualche mese in Europa possibilmente al caldo sarebbe l’ideale.  Lei non si lascia trasportare dall’entusiasmo e lo invita a godersi i momenti che stanno passando a Los Angeles. Sono lì da pochi giorni e la California è ancora tutta da esplorare.

La pioggia finalmente cala d’intensità ed i due decidono di passeggiare un pò. Lui è affascinato dall’Oceano e dalle onde che sbattono violente sui pali del molo rovesciando acqua salata a pochi centimetri dai loro piedi. C’é un istante in cui tra le fitte e scure nubi filtra un raggio di sole che richiama l’attenzione di entrambi. In quei momenti sembra che la natura riponga su di loro una benevola attenzione. Pare arrivare da un mondo lontano e sconosciuto anche il gabbiano che si posa sul parapetto a breve distanza da dove stanno contemplando il mare e la sua imponenza.

Poi la luce scompare oscurata da una cortina nera, il vento comincia a soffiare più forte e la pioggia riprende a cadere fitta. Il gabbiano si congeda librando le ali prima di spiccare il volo, lasciandoli soli nell’affrontare la tempesta. Lei invita il marito a correre nel cercare riparo ma dopo pochi passi l’uomo comincia ad accusare dei dolori al petto. La moglie ha preso qualche metro di vantaggio nella breve corsa che l’ha portata sotto una pensilina mentre l’uomo è fermo piegato in due con le mani sui fianchi e la faccia verso terra. La schiena esile di sua moglie si annebbia alla sua vista. Protrae la mano verso quella direzione.

Passano pochi secondi e la signora alza lo sguardo per verificare che la tettoia funga da riparo. Poi si gira verso il marito per sollecitarlo a fare in fretta ma dietro a sé vede la sua sagoma a terra.

L’uomo con la quale aveva condiviso ventanni della propria vita è riverso sul pavimento senza vita.

Forse era lui la persona dentro al sacco?

La seconda ipotesi riguarda un uomo di mezza età, senza fortune, senza casa. (continua)

Memphis. Negro League (cap.2)

any reference to facts or persons is purely coincidental

ORE PRIMA DEL FATTO.

Era da tempo immemorabile che la famiglia W, eccetto il padre che stava scontando gli ultimi anni, non si trovava a fare colazione riunita in sala pranzo.

Dopo il periodo buio passato a frequentare bande di spacciatori e gente poco raccomandabile, B, grazie anche all’aiuto del reverendo, era riuscito a rimettersi in carreggiata. Tornato a scuola, seppur perdendo un anno, i risultati erano soddisfacenti anche considerando l’istituto pubblico che frequentava, non certo tra i più rinomati di Memphis.

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Da poco aveva ripreso a suonare la batteria suscitando subito interesse da parte degli MTown-Int un gruppo fondato recentemente dai due solisti che erano ragazzi che facevano coppia anche nella vita; lui un ragazzo di colore di Memphis, lei una ragazza bianca del New Jersey che si dilettava anche a comporre alcuni brani. Il sassofonista era invece un armadio dalla faccia da bambino, originario di New Orleans e di razza nera; il chitarrista era mingherlino e psichedelico stile David Bowie nella versione anni ’80 ed infine il bassista, un ragazzo di colore trasferitosi da poco a Memphis dal Mississippi per seguire il padre impegnato in un’azienda di gasdotti.

Illustrò il progetto con entusiasmo alla madre ed al fratello che lo stavano ascoltando con aria bonaria.

“Stasera suoneremo al BB King!”

Esclamò tra una forchettata di pancake zuppo di sciroppo d’acero e l’altra.

Masticando voracemente cibo e parole continuò

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“Incredibile. Vi rendete conto? Cioè il merito è di V che è davvero brava. Mamma devi sentire come canta”

La madre lo redarguì amorevolmente

“Mangia piano, non ti ingozzare. Ma chi sarebbe questa V?”

Il ragazzo non diede minimamente retta al rimprovero e continuò con la bocca piena

“Ma come chi è? Te l’ho detto cento volte! La solista del nostro gruppo!”

Intervenne il fratello

“Non rivolgerti così a nostra madre. Portale rispetto”

Finito di redarguirlo si alzò dal tavolo, si pulì la bocca con una salvietta, baciò la mamma sulla guancia e si congedò. Dentro era finalmente sereno nel rivedere B con la vita in pugno, esternamente doveva mantenere l’aspetto autoritario che l’aveva accompagnato dal giorno in cui il padre era scomparso e cui figura si sentiva obbligato a sostituire

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“Arriverò tardi in Beale Street ma non mi perderò il tuo primo concerto per nessuna cosa al mondo. Però adesso pensa a studiare testone e smettila di ingozzarti!”

Stava uscendo dalla porta di casa quando B lo chiamò

“Ehi fratellone senti… Ma se andassimo a trovare papà?”

La madre intenta a pulire qualche stoviglia rimase pietrificata.

Lasciò scorrere l’acqua dal rubinetto per qualche secondo fissando il muro piastrellato davanti a sé.

“Stasera dopo il concerto ne parliamo”

L’ULTIMO CONCERTO. IL FATTO.

1

B teneva gli occhi chiusi e mimava le battute del pezzo iniziale che avrebbe dovuto suonare la sera stessa al BB King. Nella sua cameretta si immaginava il locale, uno dei più famosi in Beale Street e vetrina non indifferente a disposizione dei musicisti. Non pensava più al mezzo disastro combinato quella stessa mattina a scuola durante l’interrogazione. L’insegnante aveva capito la situazione. Il ragazzo sembrava davvero consapevole di come aveva buttato via un anno della sua vita e questo rendevano i professori più benevoli nei suoi confronti. In fin dei conti era buono ed ingenuo e queste caratteristiche lo esponevano maggiormente ai pericoli che quotidianamente presentava il suo quartiere. Avrebbe compiuto diciannove anni tra qualche mese, quando argomentava felice le sue fantasie ne dimostrava quindici.

Le luci del giorno cominciarono a lasciar spazio all’imbrunire mentre la stanza di B rimbombava dei bassi dei brani di Buddy Guy. La madre non volle interrompere quel momento anche se aveva la sensazione che da lì a poco la casa sarebbe potuta crollare a causa delle vibrazioni.

Non era della stessa idea il vicino che imprecò prima contro il diavolo e poi verso il ragazzo che fece cenno di scuse dalla finestra spalancata e che chiuse pochi istanti dopo aver abbassato il volume.

Il vestito che indossava per l’occasione sembrava più adatto ad una cerimonia ecclesiastica piuttosto che ad un batterista di una boys band, fatto sta che l’aspetto del bluesman ce l’aveva tutto.

Scese velocemente le scale di legno facendo rimbombare pure quelle.

Sua madre scosse rassegnata la testa e poi lo accolse per un ultimo abbraccio.

Prima di andarsene si sentì in dovere di ringraziarla

“Senza un fratello rompipalle ed una mamma come te non so se sarei riuscito a fare quello che sto facendo. Grazie. Salutami lo zio se lo senti!”

La madre rimase sulla porta a guardarlo andare via mentre la casa diventò improvvisamente muta.

6

B raggiunse la fermata del tram che l’avrebbe portato fino in Beale Street. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che era stato nella zona considerata la più turistica di Memphis.

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Mentre attendeva l’arrivo del caratteristico mezzo pubblico notò passare lentamente dall’altra parte della strada una Mercedes e ne riconobbe subito il proprietario. Fece finta di niente dirigendo il proprio sguardo verso uno dei tanti murales che caratterizzano la città. La macchina scomparve nel buio della notte.

Passarono pochi istanti prima che le luci della lussuosa berlina illuminassero il tratto di strada dove si trovava B. Il finestrino oscurato del lato passeggero posteriore si abbassò facendo comparire metà faccia di K che non esitò a rivolgersi a lui arrogantemente

“Guarda chi si rivede… Ti pensavo morto fratello…”

Il ragazzo non riuscì a trattenere l’imbarazzo e non proferì parola

“Dove devi andare di bello? Non avrai mica paura di me? Dai sali su fratello che ti accompagno io”

Mentre lo invitava a salire K era stuzzicato da due appariscenti ragazzine sedute accanto a lui e cui vestiti lasciavano poco spazio alla fantasia. In quella macchina erano tutti fatti di coca e chissà che altro.

“Allora sali o no?”

Gli fecero eco le ragazze ammiccando e dispensando stupidi sorrisini

“Dai vieni qui con noi che c’è spazio per tutti”

L’ingenuità prevalse ancora una volta al buonsenso e B cedette alle insistenze del suo scomodo conoscente.

2

Gli occupanti della macchina si fecero stretti mentre B cercava di occupare meno spazio possibile sul sedile di pelle pregiata. Le ragazze nel frattempo gli erano piombate addosso come prostitute in cerca di clienti.

Nessuno si preoccupò di chiedere la destinazione a B tant’è che la macchina deviò per tutt’altra direzione.

“Ma dove mi state portando? Dai per favore, mi aspettano in Beale Street. Se non volete andare là almeno fatemi scendere. Dai ti prego”

Nessuno lo stava ascoltando. Gli occupanti della Mercedes, B escluso naturalmente, vivevano nel loro mondo parallelo.

K si sparse della polvere bianca sul dorso della mano che fece scomparire nelle sue narici dopo qualche istante, poi ci pensò una delle due ragazzine a ripulirne ogni traccia leccandogliela.

Fu in quel istante che il suono della sirena ed i lampeggianti rossi e blu riportarono alla realtà i balordi.

“Che cazzo facciamo adesso?” gridò terrorizzato il conducente che accennò a fermarsi.

“Non lo so. Continua a guidare. Continua a guidare. Accelera. Fammi pensare. Tu accelera cazzo!” ordinò K.

Anziché fermarsi la Mercedes cominciò a prendere velocità.

La spavalderia delle due ragazzine aveva lasciato spazio ad urla isteriche.

I due ragazzi, K e B si guardavano senza dire nulla. Il primo sapeva che quella sera sarebbe finita male per lui, il secondo che la fortuna ancora una volta gli aveva girato le spalle a pochi centimetri dalla felicità.

L’inseguimento terminò dopo poche miglia quando la macchina finì su un albero.

Il guidatore del mezzo aveva preso una bella botta ma se l’era cavata con una spalla lussata e qualche escoriazione in faccia dovuta allo scoppio dell’airbag. Fece una fatica immonda nell’aprire lo sportello della macchina e lasciarsi cadere sul prato di una graziosa villetta delimitato dal recinto in legno che aveva appena sfondato.

Le volanti della polizia nel frattempo si erano triplicate e si erano posizionate a qualche decina di metri dalla berlina fumante.

“Scendete dall’auto con le mani bene in vista!”

Urlavano gli agenti brandendo le armi in direzione della vettura

Le due ragazze utilizzarono la porta posteriore sinistra per scendere, tra grida stridule e fastidiosi lamenti. Non si erano fatte nulla.

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Dalla parte destra della vettura invece scese K spogliato di tutta la sua arroganza e privo di espressività.

L’unico ad essere rimasto all’interno della Mercedes era B che fissava il cofano accartocciato abbracciato all’albero, il parabrezza frantumato, le schegge di vetro sui sedili.

Le luci blu e rosse dei lampeggianti della polizia schiarivano ad intermittenza le immagini avvolte dal buio della notte ed il fumo del radiatore.

Ad un tratto, come volesse svegliarsi da un incubo, si ricordò del concerto.

“Mi stanno aspettando, devo andare” disse tra sé e sé.

Balzò fuori dall’auto e sfilando K che era lì fuori, in piedi, immobile, vicino al portellone con le braccia alzate, sussurrò ancora.

“Mi stanno aspettando”

Cominciò a correre più veloce che poteva.

Le luci, le grida, il buio della notte, il suo respiro

“Fermati, dove vai, così ci fai ammazzare!”

Poi uno sparo ed un calore improvviso attraversò il suo corpo.

Il primo battito alla gran cassa.

Un altro colpo. Più ovattato. Ancora calore nella schiena. Il charleston.

Altre esplosioni. Il tocco di frusta sul piatto ride. Il respiro sempre più affannoso.

Gli ultimi passi come battute di quattro quarti sui tom tom.

Un rullante che accompagna gli ultimi respiri.

La caduta. Il crash.

Il suo giro di batteria si era compiuto.

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New Orleans. Immagini e parole (parte terza)

21

Ehi, adesso ti dico qual è il problema dell’America. Potrebbe essere il più grande paese della Terra. Davvero. C’è tutta questa gente diversa che viene per fuggire all’oppressione e alla povertà, in cerca di una vita migliore. E poi cosa fanno? Rimangono attaccati alle cose che li hanno messi nei guai. Continuano a combattere le stesse guerre e odiare le stesse persone del loro vecchio mondo. Vogliono essere italiani o greci, irlandesi o polacchi o russi, africani o vietnamiti o cambogiani o che altro… E a quello restano appiccicati. Stanno con quelli della propria razza e dubitano di tutti gli altri e perché…? Cultura? Storia? Che diavolo è, un mucchio di roba che i tuoi ti hanno detto di credere per tutta la vita? E quindi è tutto vero? Hitman

13”Perché della cucina non ne vogliamo parlare?” Disse con aria severa mentre staccava i jack dell’amplificatore dal suo basso. “E’ una forma d’arte anche quella. Cioè scegli gli ingredienti, che sono le note e ci componi un brano bilanciato ed armonico. Poi pensa che a disposizione non hai solo sette note…” Lo ascoltavo mentre passavo lo straccio sul sassofono. “Ti dirò di più… In certe jam session facciamo friggere gli strumenti come delle padelle incandescenti” Continuò senza alzare lo sguardo concentrato com’era a riporre il basso nella custodia “Cioè a me piace la varietà delle cose. L’alternarsi del gusto, dei colori e delle note. Quindi mi spieghi che cazzo ne può capire un razzista della Jambalaya? Cioè mi spieghi come fa un razzista ad ordinare una Jambalaya?”
11Nel giornaliero slalom di distinzioni c’è spazio anche per il contrasto tra filosofi e pratici, antipodi che battagliano spesso per lo scalpo della ragione. I pratici hanno parecchie componenti per formare il loro nutrito esercito da schierare nella battaglia per aggiudicarsi lo scettro del più indispensabile del pianeta. Sostengono che senza il loro sudore quotidiano il mondo sarebbe una bolla di idee e niente di più. D’altro canto l’esercito delle menti affila le armi nel sostenere che senza concepimento logico nessun oggetto potrebbe prendere vita. In questo tiro alla fune le forze si equilibrano rendendosi indispensabili l’un l’altra.
20La cosa bella della musica è che fondamentalmente è anarchica. Tutti, ma proprio tutti, possono ascoltarla e suonare lo strumento che gli pare. Ci sono eccezioni anche in questo caso, vero, ma più che sociali sono fisiche. Il benestante è esclusivista nel acquistare un pianoforte a coda o un’arpa che sono strumenti parecchio costosi, vero, ma esistono alternative anche per chi è impossibilitato a farlo. Basta suonare una tastiera elettronica o un piano a muro, i tasti non cambiano. Il silenzio invece è sempre più difficile da comprare. E’ difficile godere del silenzio in un palazzo condiviso da più famiglie; una villa singola ed isolata è inaccessibile per la maggior parte delle persone. Il meno abbiente fatica a trovare silenzio anche durante gli spostamenti, costretto ad usare rumorosi mezzi pubblici. Il ricco può scegliere e spesso preferisce muoversi autonomamente su auto sempre più insonorizzate. Ecco nella musica non c’è questa disparità. Una ragazza può scegliere di suonare il suo violino per strada o in un’orchestra. Ricca o povera essa sia, poco conta.
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”Ehi uomo fammi il favore, sali dietro e reggi la scala. Non vorrei la perdessimo durante il tragitto” “Ok uomo ma sei sicuro d’averla assicurata bene? Non vorrei cadesse la scala con me sopra” “Santo dio… Certo che l’ho legata bene.” “Senti uomo, ma se sei così sicuro d’averla fissata come dio vuole mi spieghi che senso ha che io mi ci sieda sopra?” “Dannazione uomo è solo una forma di sicurezza in più. Serve a farmi stare più tranquillo.” “Ehi uomo fa stare più tranquillo te ma non me. Devo proprio salirci?” “Ehi uomo sali su quella cazzo di scala” “Ok uomo, se lo dici tu ci salgo. Ok”
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Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.
(Christian Bobin)

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte II

New Orleans. Immagini e parole (parte seconda)

 

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She was wild and she was very beautiful and sometimes she was a tree strong and rooted that piece of shelter that never asks for anything in return

Lei era selvaggia e molto bella ed a volte lei era un albero forte e radicato, quel pezzo di rifugio che non chiede mai nulla in cambio

16Un uomo dorme sul suo trono divano all’aperto, in un cortile al bordo della strada. Chi è quest’uomo? Cosa fa nella vita? Sicuramente non teme i giudizi. Forse una delle poche, autentiche e percepite libertà negli Stati Uniti è proprio quella di non essere giudicati. Ognuno si sente libero di vestirsi, manifestarsi, esprimersi a proprio piacimento. Il giudizio è una subdola forma opprimente che costringe gli individui a celare le proprie caratteristiche. Quante volte si è costretti a reprimere le proprie virtù per non essere travolti dal giudizio dei mediocri? Giudizi spesso affrettati ed azzardati. Quell’uomo potrebbe essere esausto per aver scaricato da solo un camion di cemento. Oppure distrutto per aver assistito qualcuno in ospedale la notte precedente. Potrebbe aver scelto di far nulla durante il suo giorno libero. Addirittura un’artista che riposa dopo essersi costruito il suo regno.

 

7Che ne sa la gente di New Orleans. Che ne sa di come si cresce a New Orleans. Tra i colori, gli strumenti a fiato. Le note di un pianoforte che vibrano tra i muri di qualche rumoroso locale nella Barbour. Nelle corde di bassi e violoncelli tirate e ricalibrate per interi giorni, settimane, mesi, anni. Della felice fatica nel buttar fiato dentro agli ottoni. Che ne sanno della musica di Shannon Powell e delle sue percussioni. A New Orleans si cresce circondati dai colori e dalla musica. Che ne sa la gente di come si tifa per i Saints o di come è bello girovagare per i quartieri di New Orleans in sella ad una moto. Che ne sa…

 

9Oltre quel muro c’è il Mississippi. Oltre quel muro ne è passata di sofferenza. Di lotte e battaglie per costruire una città di diritto. Così poi è stato. Oltre quel muro è passata la devastazione di Katrina a cui, di diritti, poco importa. La natura mica fa sconti quando deve ribellarsi. Così dall’altra parte del muro c’erano solo macerie. Adesso, mentre ci cammino a fianco, vedo una grossa scritta. E mi dispiace per lei ma un giorno non ci sarà nemmeno più perché al di là del muro stanno costruendo nuove case colorate, nuovi negozi luminosi, nuovi locali festosi. Un mondo spensierato dove questo muro non avrà più senso di esistere.

 

10Un vecchio scuolabus abbandonato. Una carcassa gialla che affascina solo gli allievi di una scuola di fotografia che, a turno, lo inquadrano. Lo sezionano e lo scompongono come se si potessero spremere le ultime gocce di fascino e di storia dalla vernice rimasta e dalla ruggine che lo sta consumando. Chissà da quei finestrini quanti visi si sono affacciati. Quante mani ci si sono appoggiate. E quante dita avranno contornato il paesaggio che sfuggiva e si trasformava. Quella porta che ha accolto migliaia di volte piccoli studenti accompagnati dai loro padri, madri, nonni che, amorevolemente gli avranno sospinti sulle scalette. All’interno rimbomberanno ancora la voce di quei bambini e dei loro maestri. Le spiegazioni e le sgridate in cambio di silenzio ed attenzione.

 

DSC_0942Assetato portò la pinta alle labbra, e, come il suo fresco ristoro cominciò a lenire la gola, ringraziò il cielo che in un mondo così pieno di malvagità ci fosse ancora una cosa buona come la birra.
(Rafael Sabatini)

 

 

 

 

 

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Ogni tanto fermati. Lega al palo la bicicletta. Non affacciarti alla finestra. Osserva da dove ti trovi ciò che succede intorno. Forse nulla. Tutto è fermo. Il mondo intorno a te si è fermato. Il movimento perpetuo delle persone alla ricerca frenetica di un significato per qualche attimo è svanito nell’insicurezza della staticità. Allora comincia a scomporre i suoni e le parole dalle immagini e lasciale fluttuare verso il niente. Ascolta il tuo respiro. Godi questo momento prima che finisca. Prima che lo spartito di suoni e rumori si riallinei con i veloci fotogrammi del quotidiano. Prima di slegare la tua bicicletta dal palo.

 

18I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo.
(Antoine de Saint-Exupery)

 

 

 

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