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Death Valley. Capire il silenzio.

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Vista così è una valle desertica e basta. Come tutti i deserti, se visti di passaggio, trasmette vuoto.

Il vento ti spara in faccia l’aridità del nulla.

Sabbia, polvere, roccia, cenere, sale. Qualche mese l’anno acqua raccolta in pozzanghere.

3Se l’uomo l’ha soprannominata Valle della Morte avrà avuto i suoi validi motivi. Quelli sopra appunto.

Strisce d’asfalto tagliano e costeggiano l’immenso paesaggio lunare facendo scorrere verso punti indefiniti linee di vernice gialla. Anche nei luoghi dove le avversità della natura si percepiscono piuttosto spigolose c’è sempre una mano che traccia segnali ed indica divieti.

6Apparentemente prolificano poche forme di vita. Quelle esistenti probabilmente cercano riparo tra le crepe del pavimento o in qualche roccia. Sicuramente non trovano accoglienza tra i banchi di sabbia che formano delle dune. Tra queste, come sentinelle stanche appoggiate alla loro baionetta, compaiono degli arbusti spogliati da ogni foglia.

Il silenzio è rotto dal sibilo del vento, dalle macchine in transito, dai turisti che affannosamente cercano di occupare il più spazio nel minor tempo possibile di tutto quel immenso.

9Qualche centinaio d’anni fa erano i ricercatori d’oro a far transitare i loro carri in quella valle inospitale. Chissà se nonostante le difficoltà di sopravvivere in quelle condizioni avessero un’opinione sacra di quel luogo. Gli sputi sui guanti riecheggiavano prima che rozzi scavatori imbracciassero i loro badili e li affondassero nella sabbia. La metafora perfetta di come quella che chiamiamo fortuna si nasconda dietro ad intuizione, lavoro, sacrificio. Senza garanzia di riuscita.

2Il nativo del deserto è legato a Dio da un cordone ombelicale e non necessita di intermediari. Non ha cupole sopra la testa a proteggerlo dagli eventi, non ha filtri che impediscano di guardare i pianeti, le stelle, nessuno che gli proibisca di inginocchiarsi sulla morbida sabbia, di comunicare al cielo. Loro hanno imparato dal silenzio. Ne fanno parte e sono i custodi di questi meravigliosi spazi infiniti.

4I conquistatori di nuove terre, siano essi ricercatori d’oro o corridori di ultramaratone, il deserto lo sfidano. Temono la sua immensità e tutti i rischi che ne derivano. Lo rispettano. Ma lo sfidano. Nel deserto vedono una porzione della loro vita simbolicamente insuperabile. Necessitano di realizzare qualcosa, sia questo spirituale o materiale. In cambio di ciò sull’altare del sacrificio vengono lasciate lacrime, fatica, sudore, sangue, sete e dolore.

La visione della Death Valley comincia a prendere nuove forme. Le brevi folate di poesia che sono state e, saranno, in quel luogo apparentemente dimenticato da Dio, sono piccoli morsi ad un fungo allucinogeno che ne deforma la realtà rendendola irreale, fantastica.

12Il rapido avvicinamento di nubi nere e minacciose giunte dal nulla, lo scarico di una pioggia torrenziale, rivoli d’acqua che scorrono tra le fessure del canyon. Il tingersi di infinite sfumature della roccia bagnata e l’esplosione di riflessi dorati alla ricomparsa dei primi raggi di sole. L’incontro tra luce e tenebra delineata da due rassicuranti arcobaleni.

7Poi ancora sole ed aridità, d’improvviso, come se in quel posto qualcosa o qualcuno di incontrollabile ed onnipotente si divertisse a scuotere una clessidra facendo impazzire la logica del tempo e chi la segue.

Lì ci sono tutti gli elementi per istigare l’uomo a raccogliere una sfida. Contro la natura, contro sé stesso.

Una coppia di giovani osservano in silenzio le badlands dallo Zabriskie point.

1Sembrano entrambi concentrati nel capire il silenzio.

Perché alla fine anche tutta quella grandezza, senza i nostri piccoli gesti, sarebbe solo una distesa di morte.

Di solo silenzio.

Un elemento così sottovalutato e spaventoso. Chissà perché le persone temono il silenzio?

Probabilmente perché civiltà e sviluppo ci allevano tra confusione e rumore?

Perché ci ricorda la fine?

 

8Ascoltiamo troppo il telefono e ascoltiamo troppo poco la natura. Il vento è uno dei miei suoni. Un suono solitario, forse, ma rilassante. Ognuno di noi dovrebbe avere il proprio suono personale e il suo ascolto dovrebbe renderlo euforico e vivo, o silenzioso e tranquillo… È un dato di fatto, uno dei suoni più importanti – e per me il suono per definizione – è il totale, assoluto silenzio.
(André Kostelanetz)

 

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Copertina Agosto 2019

Memphis. Negro League (cap.2)

any reference to facts or persons is purely coincidental

ORE PRIMA DEL FATTO.

Era da tempo immemorabile che la famiglia W, eccetto il padre che stava scontando gli ultimi anni, non si trovava a fare colazione riunita in sala pranzo.

Dopo il periodo buio passato a frequentare bande di spacciatori e gente poco raccomandabile, B, grazie anche all’aiuto del reverendo, era riuscito a rimettersi in carreggiata. Tornato a scuola, seppur perdendo un anno, i risultati erano soddisfacenti anche considerando l’istituto pubblico che frequentava, non certo tra i più rinomati di Memphis.

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Da poco aveva ripreso a suonare la batteria suscitando subito interesse da parte degli MTown-Int un gruppo fondato recentemente dai due solisti che erano ragazzi che facevano coppia anche nella vita; lui un ragazzo di colore di Memphis, lei una ragazza bianca del New Jersey che si dilettava anche a comporre alcuni brani. Il sassofonista era invece un armadio dalla faccia da bambino, originario di New Orleans e di razza nera; il chitarrista era mingherlino e psichedelico stile David Bowie nella versione anni ’80 ed infine il bassista, un ragazzo di colore trasferitosi da poco a Memphis dal Mississippi per seguire il padre impegnato in un’azienda di gasdotti.

Illustrò il progetto con entusiasmo alla madre ed al fratello che lo stavano ascoltando con aria bonaria.

“Stasera suoneremo al BB King!”

Esclamò tra una forchettata di pancake zuppo di sciroppo d’acero e l’altra.

Masticando voracemente cibo e parole continuò

4

“Incredibile. Vi rendete conto? Cioè il merito è di V che è davvero brava. Mamma devi sentire come canta”

La madre lo redarguì amorevolmente

“Mangia piano, non ti ingozzare. Ma chi sarebbe questa V?”

Il ragazzo non diede minimamente retta al rimprovero e continuò con la bocca piena

“Ma come chi è? Te l’ho detto cento volte! La solista del nostro gruppo!”

Intervenne il fratello

“Non rivolgerti così a nostra madre. Portale rispetto”

Finito di redarguirlo si alzò dal tavolo, si pulì la bocca con una salvietta, baciò la mamma sulla guancia e si congedò. Dentro era finalmente sereno nel rivedere B con la vita in pugno, esternamente doveva mantenere l’aspetto autoritario che l’aveva accompagnato dal giorno in cui il padre era scomparso e cui figura si sentiva obbligato a sostituire

7

“Arriverò tardi in Beale Street ma non mi perderò il tuo primo concerto per nessuna cosa al mondo. Però adesso pensa a studiare testone e smettila di ingozzarti!”

Stava uscendo dalla porta di casa quando B lo chiamò

“Ehi fratellone senti… Ma se andassimo a trovare papà?”

La madre intenta a pulire qualche stoviglia rimase pietrificata.

Lasciò scorrere l’acqua dal rubinetto per qualche secondo fissando il muro piastrellato davanti a sé.

“Stasera dopo il concerto ne parliamo”

L’ULTIMO CONCERTO. IL FATTO.

1

B teneva gli occhi chiusi e mimava le battute del pezzo iniziale che avrebbe dovuto suonare la sera stessa al BB King. Nella sua cameretta si immaginava il locale, uno dei più famosi in Beale Street e vetrina non indifferente a disposizione dei musicisti. Non pensava più al mezzo disastro combinato quella stessa mattina a scuola durante l’interrogazione. L’insegnante aveva capito la situazione. Il ragazzo sembrava davvero consapevole di come aveva buttato via un anno della sua vita e questo rendevano i professori più benevoli nei suoi confronti. In fin dei conti era buono ed ingenuo e queste caratteristiche lo esponevano maggiormente ai pericoli che quotidianamente presentava il suo quartiere. Avrebbe compiuto diciannove anni tra qualche mese, quando argomentava felice le sue fantasie ne dimostrava quindici.

Le luci del giorno cominciarono a lasciar spazio all’imbrunire mentre la stanza di B rimbombava dei bassi dei brani di Buddy Guy. La madre non volle interrompere quel momento anche se aveva la sensazione che da lì a poco la casa sarebbe potuta crollare a causa delle vibrazioni.

Non era della stessa idea il vicino che imprecò prima contro il diavolo e poi verso il ragazzo che fece cenno di scuse dalla finestra spalancata e che chiuse pochi istanti dopo aver abbassato il volume.

Il vestito che indossava per l’occasione sembrava più adatto ad una cerimonia ecclesiastica piuttosto che ad un batterista di una boys band, fatto sta che l’aspetto del bluesman ce l’aveva tutto.

Scese velocemente le scale di legno facendo rimbombare pure quelle.

Sua madre scosse rassegnata la testa e poi lo accolse per un ultimo abbraccio.

Prima di andarsene si sentì in dovere di ringraziarla

“Senza un fratello rompipalle ed una mamma come te non so se sarei riuscito a fare quello che sto facendo. Grazie. Salutami lo zio se lo senti!”

La madre rimase sulla porta a guardarlo andare via mentre la casa diventò improvvisamente muta.

6

B raggiunse la fermata del tram che l’avrebbe portato fino in Beale Street. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che era stato nella zona considerata la più turistica di Memphis.

8

Mentre attendeva l’arrivo del caratteristico mezzo pubblico notò passare lentamente dall’altra parte della strada una Mercedes e ne riconobbe subito il proprietario. Fece finta di niente dirigendo il proprio sguardo verso uno dei tanti murales che caratterizzano la città. La macchina scomparve nel buio della notte.

Passarono pochi istanti prima che le luci della lussuosa berlina illuminassero il tratto di strada dove si trovava B. Il finestrino oscurato del lato passeggero posteriore si abbassò facendo comparire metà faccia di K che non esitò a rivolgersi a lui arrogantemente

“Guarda chi si rivede… Ti pensavo morto fratello…”

Il ragazzo non riuscì a trattenere l’imbarazzo e non proferì parola

“Dove devi andare di bello? Non avrai mica paura di me? Dai sali su fratello che ti accompagno io”

Mentre lo invitava a salire K era stuzzicato da due appariscenti ragazzine sedute accanto a lui e cui vestiti lasciavano poco spazio alla fantasia. In quella macchina erano tutti fatti di coca e chissà che altro.

“Allora sali o no?”

Gli fecero eco le ragazze ammiccando e dispensando stupidi sorrisini

“Dai vieni qui con noi che c’è spazio per tutti”

L’ingenuità prevalse ancora una volta al buonsenso e B cedette alle insistenze del suo scomodo conoscente.

2

Gli occupanti della macchina si fecero stretti mentre B cercava di occupare meno spazio possibile sul sedile di pelle pregiata. Le ragazze nel frattempo gli erano piombate addosso come prostitute in cerca di clienti.

Nessuno si preoccupò di chiedere la destinazione a B tant’è che la macchina deviò per tutt’altra direzione.

“Ma dove mi state portando? Dai per favore, mi aspettano in Beale Street. Se non volete andare là almeno fatemi scendere. Dai ti prego”

Nessuno lo stava ascoltando. Gli occupanti della Mercedes, B escluso naturalmente, vivevano nel loro mondo parallelo.

K si sparse della polvere bianca sul dorso della mano che fece scomparire nelle sue narici dopo qualche istante, poi ci pensò una delle due ragazzine a ripulirne ogni traccia leccandogliela.

Fu in quel istante che il suono della sirena ed i lampeggianti rossi e blu riportarono alla realtà i balordi.

“Che cazzo facciamo adesso?” gridò terrorizzato il conducente che accennò a fermarsi.

“Non lo so. Continua a guidare. Continua a guidare. Accelera. Fammi pensare. Tu accelera cazzo!” ordinò K.

Anziché fermarsi la Mercedes cominciò a prendere velocità.

La spavalderia delle due ragazzine aveva lasciato spazio ad urla isteriche.

I due ragazzi, K e B si guardavano senza dire nulla. Il primo sapeva che quella sera sarebbe finita male per lui, il secondo che la fortuna ancora una volta gli aveva girato le spalle a pochi centimetri dalla felicità.

L’inseguimento terminò dopo poche miglia quando la macchina finì su un albero.

Il guidatore del mezzo aveva preso una bella botta ma se l’era cavata con una spalla lussata e qualche escoriazione in faccia dovuta allo scoppio dell’airbag. Fece una fatica immonda nell’aprire lo sportello della macchina e lasciarsi cadere sul prato di una graziosa villetta delimitato dal recinto in legno che aveva appena sfondato.

Le volanti della polizia nel frattempo si erano triplicate e si erano posizionate a qualche decina di metri dalla berlina fumante.

“Scendete dall’auto con le mani bene in vista!”

Urlavano gli agenti brandendo le armi in direzione della vettura

Le due ragazze utilizzarono la porta posteriore sinistra per scendere, tra grida stridule e fastidiosi lamenti. Non si erano fatte nulla.

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Dalla parte destra della vettura invece scese K spogliato di tutta la sua arroganza e privo di espressività.

L’unico ad essere rimasto all’interno della Mercedes era B che fissava il cofano accartocciato abbracciato all’albero, il parabrezza frantumato, le schegge di vetro sui sedili.

Le luci blu e rosse dei lampeggianti della polizia schiarivano ad intermittenza le immagini avvolte dal buio della notte ed il fumo del radiatore.

Ad un tratto, come volesse svegliarsi da un incubo, si ricordò del concerto.

“Mi stanno aspettando, devo andare” disse tra sé e sé.

Balzò fuori dall’auto e sfilando K che era lì fuori, in piedi, immobile, vicino al portellone con le braccia alzate, sussurrò ancora.

“Mi stanno aspettando”

Cominciò a correre più veloce che poteva.

Le luci, le grida, il buio della notte, il suo respiro

“Fermati, dove vai, così ci fai ammazzare!”

Poi uno sparo ed un calore improvviso attraversò il suo corpo.

Il primo battito alla gran cassa.

Un altro colpo. Più ovattato. Ancora calore nella schiena. Il charleston.

Altre esplosioni. Il tocco di frusta sul piatto ride. Il respiro sempre più affannoso.

Gli ultimi passi come battute di quattro quarti sui tom tom.

Un rullante che accompagna gli ultimi respiri.

La caduta. Il crash.

Il suo giro di batteria si era compiuto.

9

Memphis. Negro League (Cap.1)

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DUE SETTIMANE DOPO IL FATTO

Prima di attraversare si guardò intorno alla ricerca di particolari e non certo per paura di essere investito.

L’articolo di giornale sarebbe incominciato con la descrizione del quartiere dove sorgeva la casa dei familiari di B, il ragazzino ucciso dagli agenti della polizia qualche settimana prima.

Le strade erano deserte ed il silenzio era rotto dal canto di qualche passerotto, il pianto strozzato di un neonato ed in lontananza il rumore di un tosaerba.

Ogni passo che lo avvicinava alla casa dei W diventava spunto per scrivere qualcosa di interessante.

Giunto alla base dei quattro gradini all’ingresso dell’umile casa di legno la porta e la zanzariera bucherellata vennero trattenute dalla mano di un distinto signore di mezza età prima che sbattessero sul muro. Una voce femminile lo ringraziò invitandolo a rimanere ancora qualche ora in loro compagnia.

1“Reverendo J grazie per la visita e per quello che sta facendo per noi. Sei sicuro di non voler restare ancora un po’?” L’uomo cominciò a scendere le scale porgendo i suoi saluti e declinando l’invito “Grazie W, devo proprio scappare. Hai visto che disastro l’esondazione del Mississippi, la cappella è sommersa d’acqua… Insomma, il buon Dio ci sta mettendo tutti a dura prova”

Nell’andarsene incrociò il giornalista al quale non rivolse nessun saluto. Si congedò con un’espressione severa.

“Scusi signora, posso?”

“Lei chi è?”

3Il figuro che si presentò alla donna era leggermente in sovrappeso, con indosso un soprabito sgualcito beige ed in mano un block notes ed un lapis. Del viso grassoccio poteva riconoscere la barba non fatta da alcuni giorni ma non lo sguardo, celato sotto il cappello stile Humprey Bogart.

Naturalmente non le sfuggì il fatto che era di razza bianca.

“Sono un giornalista del…”

“Se ne vada. Quello che dovevo dire l’ho già detto. Ci lasci in pace.”

La signora W stava già per richiudere la porta ma l’uomo insistette

“Lotto contro le ingiustizie da quarant’anni, m’interessa questo caso…”

Dallo spiraglio della porta uscì una voce maschile.

“Mamma fallo entrare”

La donna rimase contrariata.

“Salve. Prego si accomodi e scusi il disordine”

Disse il figlio invitando il giornalista ad entrare in casa.

L’uomo entrò nell’ombra del soggiorno abbassando il frontino del cappello in segno di saluto. Poi lo tolse.

“Mamma vai di là, prepara qualcosa” aggiunse il ragazzo invitandola ad andare in cucina “e lei si accomodi, la prego” si rivolse all’uomo mentre lo invitava a sedersi sul divano.

“La scusi, ma capirà, è ancora sconvolta…”

L’uomo annuì guardandosi un po’ in giro.

“E’ lei con suo fratello?” chiese il giornalista indicando la foto appesa al muro sopra ad una vecchia televisione con a fianco un voluminoso orologio a pendolo.

“Sì. Uno dei pochi momenti felici che abbiamo passato assieme a nostro padre.”

“Capisco. Il signore nella foto è vostro padre quindi.”

Il dialogo rimaneva sospeso da brevi pause, scandite dal ticchettio dell’orologio meccanico.

In cucina la madre maneggiava stoviglie.

“Lui non è in casa?”

“No. Non lo vediamo da un po’ di tempo.”

“Capisco. Invece cosa mi può dire di suo fratello?”

Il ragazzo modificò l’espressione del viso con una smorfia, poi fece un lungo sospiro e rispose

“Mio fratello… Mio fratello è stato ucciso senza motivo”

 

QUALCHE GIORNO DOPO IL FATTO

5“Porca di quella troia!”

Urlò furibondo il capo della polizia del distretto di Memphis circondato da tre avvocati e due funzionari governativi di razza bianca, ovviamente.

“Come ne veniamo fuori adesso? La comunità nera è in subbuglio!” Aggiunse.

Un uomo distinto che indossava un completo scuro, camicia bianca, cravatta nera e del quale atteggiamento non tradiva nessuna emozione prese la parola.

“Non è la prima volta che accadono episodi simili, forse nel Tennessee non ci siete abituati”

Il capo della polizia continuava ad agitarsi, sudava e batteva i pugni sulla scrivania mentre gli avvocati cercavano di calmarlo con scarso successo; la gelida espressione facciale del funzionario cominciò a tradire qualche segno di fastidio nei suoi confronti.

Si rivolse severo al responsabile del dipartimento.

“Adesso si calmi. Le ho già detto che non è la prima volta che accadono queste cose. Gli avvocati hanno il compito di scovare ogni macchia presente sulla fedina penale del ragazzo. I proiettili dai quali è stato investito sono finiti tutti tra la nuca e la schiena”

Il capo impallidiva e sudava freddo mentre pendeva dalle labbra dell’uomo che continuava a dare indicazioni

“Per fortuna sul rapporto c’è scritto che tentava la fuga. Certo, sarebbe stato meglio mettere accanto al cadavere qualche arma da fuoco con la matricola limata, abbiamo i magazzini pieni di armi sequestrate. Generalmente la procedura è questa. Non sarà facilissimo giustificare il fatto che siano stati sparati 13 colpi di cui 9 finiti addosso ad un ragazzo di colore. Per di più mentre era di spalle e disarmato

Gli avvocati annuirono, uno di loro abbozzò una linea di difesa

“La famiglia del morto al momento è in mano ad un avvocato d’ufficio. Degli informatori ci hanno riferito che il Reverendo J, che è lo zio della madre e che presiede una cappella nel Mississippi, si sta muovendo per raccogliere fondi per la ricerca di un difensore migliore. Ma questo non ci spaventa.”

Un altro legale prese parte al discorso sfogliando delle carte

“Quando avvengono certi episodi lo Stato dispiega tutte le sue forze. Infatti siamo qua per questo.

Il ragazzo non aveva precedenti significativi ma nelle comunità nere frequentare gente con fedine penali luride è normale. In gergo la chiamiamo negro league

Intervenne un altro avvocato

“Non dimentichiamo inoltre che il padre del ragazzo sta scontando ventitré anni per rapina a mano armata e tentato omicidio…”

Il capo della Polizia saltò sul tavolo

“Quindi mi volete dire che questo negro di merda non ha nemmeno la fedina penale sporca? Da cosa scappava allora?”

Lo interruppe seccato l’agente governativo

“Non mi pare nella situazione più adatta a chiamare il ragazzo negro di merda. Visto che non ci arriva da solo glielo spiego per l’ultima volta: non ci fa paura il giudizio della giuria, che è manipolabile a nostro piacimento. Quello che dobbiamo fare è ridisegnare l’evento in modo tale da convincere l’opinione pubblica. Abbiamo due obiettivi. Il primo è che il suo dipartimento non venga punito per questa cazzata, in parte giustificabile; il secondo è convincere la comunità nera in primis, gli Stati Uniti e tutto il mondo poi, che è stato inevitabile abbattere il soggetto perché altamente pericoloso per la comunità e fuori controllo al momento dell’accaduto. Chiaro adesso o devo farle un disegnino?”

Il capo si sentì rassicurato.

“Scusate, ma cercate di capirmi…”

Nessuno nella stanza si preoccupò di confortare l’uomo.

Ricomposero silenziosamente i loro fascicoli, presero i soprabiti sotto braccio e senza nessun cenno di saluto si avviarono verso l’uscita.

La porta si chiuse ed il capo della polizia rimase a riflettere nell’assordante silenzio del suo ufficio.

(to be continued)

New Orleans. Immagini e parole (parte seconda)

 

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She was wild and she was very beautiful and sometimes she was a tree strong and rooted that piece of shelter that never asks for anything in return

Lei era selvaggia e molto bella ed a volte lei era un albero forte e radicato, quel pezzo di rifugio che non chiede mai nulla in cambio

16Un uomo dorme sul suo trono divano all’aperto, in un cortile al bordo della strada. Chi è quest’uomo? Cosa fa nella vita? Sicuramente non teme i giudizi. Forse una delle poche, autentiche e percepite libertà negli Stati Uniti è proprio quella di non essere giudicati. Ognuno si sente libero di vestirsi, manifestarsi, esprimersi a proprio piacimento. Il giudizio è una subdola forma opprimente che costringe gli individui a celare le proprie caratteristiche. Quante volte si è costretti a reprimere le proprie virtù per non essere travolti dal giudizio dei mediocri? Giudizi spesso affrettati ed azzardati. Quell’uomo potrebbe essere esausto per aver scaricato da solo un camion di cemento. Oppure distrutto per aver assistito qualcuno in ospedale la notte precedente. Potrebbe aver scelto di far nulla durante il suo giorno libero. Addirittura un’artista che riposa dopo essersi costruito il suo regno.

 

7Che ne sa la gente di New Orleans. Che ne sa di come si cresce a New Orleans. Tra i colori, gli strumenti a fiato. Le note di un pianoforte che vibrano tra i muri di qualche rumoroso locale nella Barbour. Nelle corde di bassi e violoncelli tirate e ricalibrate per interi giorni, settimane, mesi, anni. Della felice fatica nel buttar fiato dentro agli ottoni. Che ne sanno della musica di Shannon Powell e delle sue percussioni. A New Orleans si cresce circondati dai colori e dalla musica. Che ne sa la gente di come si tifa per i Saints o di come è bello girovagare per i quartieri di New Orleans in sella ad una moto. Che ne sa…

 

9Oltre quel muro c’è il Mississippi. Oltre quel muro ne è passata di sofferenza. Di lotte e battaglie per costruire una città di diritto. Così poi è stato. Oltre quel muro è passata la devastazione di Katrina a cui, di diritti, poco importa. La natura mica fa sconti quando deve ribellarsi. Così dall’altra parte del muro c’erano solo macerie. Adesso, mentre ci cammino a fianco, vedo una grossa scritta. E mi dispiace per lei ma un giorno non ci sarà nemmeno più perché al di là del muro stanno costruendo nuove case colorate, nuovi negozi luminosi, nuovi locali festosi. Un mondo spensierato dove questo muro non avrà più senso di esistere.

 

10Un vecchio scuolabus abbandonato. Una carcassa gialla che affascina solo gli allievi di una scuola di fotografia che, a turno, lo inquadrano. Lo sezionano e lo scompongono come se si potessero spremere le ultime gocce di fascino e di storia dalla vernice rimasta e dalla ruggine che lo sta consumando. Chissà da quei finestrini quanti visi si sono affacciati. Quante mani ci si sono appoggiate. E quante dita avranno contornato il paesaggio che sfuggiva e si trasformava. Quella porta che ha accolto migliaia di volte piccoli studenti accompagnati dai loro padri, madri, nonni che, amorevolemente gli avranno sospinti sulle scalette. All’interno rimbomberanno ancora la voce di quei bambini e dei loro maestri. Le spiegazioni e le sgridate in cambio di silenzio ed attenzione.

 

DSC_0942Assetato portò la pinta alle labbra, e, come il suo fresco ristoro cominciò a lenire la gola, ringraziò il cielo che in un mondo così pieno di malvagità ci fosse ancora una cosa buona come la birra.
(Rafael Sabatini)

 

 

 

 

 

1
Ogni tanto fermati. Lega al palo la bicicletta. Non affacciarti alla finestra. Osserva da dove ti trovi ciò che succede intorno. Forse nulla. Tutto è fermo. Il mondo intorno a te si è fermato. Il movimento perpetuo delle persone alla ricerca frenetica di un significato per qualche attimo è svanito nell’insicurezza della staticità. Allora comincia a scomporre i suoni e le parole dalle immagini e lasciale fluttuare verso il niente. Ascolta il tuo respiro. Godi questo momento prima che finisca. Prima che lo spartito di suoni e rumori si riallinei con i veloci fotogrammi del quotidiano. Prima di slegare la tua bicicletta dal palo.

 

18I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo.
(Antoine de Saint-Exupery)

 

 

 

New Orleans Immagini e parole parte I

New Orleans Immagini e parole parte III

New Orleans. Immagini e parole (Parte prima)

 

La storia fluttua e si trasforma minuto dopo minuto come un fiume in piena. Si può scegliere di deviarne il corso o di navigarla. Ma non si può fermare. Luoghi e ritrovi mutano ad ogni giro di orologio lasciando dietro a sé sofferenza, dolore, morte. Ma anche gioia, conquista, vita. Il mondo è composto da chiaro scuri, di nero, bianco e grigio. E da migliaia di colori. Storie che si intrecciano a bordo di navi che, fiere, prendono spinta e forza dal fiume. Sono immagini e parole.

Forse l’unico modo per attraversare la linea è uno strumento. Un violoncello. Una canzone. Ma no, c’è altro. C’è l’arte. Ci sono i colori. Ma se arte è colore, anche quella linea gialla che delimita un qualcosa è arte. L’arte non divide, non delimita. O chissà, forse sì. Magari spezza cuori. Sicuramente diverge opinioni. Ma allora non è così buona, l’arte. Forse uccide anche lei. E allora abbiamo davvero bisogno di strumenti per attraversare l’odio racchiuso nell’arte. Non solo nell’arte. Potrebbe essere un violoncello. La canzone di prima. Ma no, c’è altro.

 

Parlo poco. Quando lo faccio è sempre sotto voce. Chi mi ascolta dice che mentre lo faccio mi accarezzo la barba. Come se volessi allungarla. Che so, plasmarla. Non me ne accorgo mai quando lo faccio. Chissà di quante altre cose non mi accorgo. Indosso il berretto per riparare la mia pelle nordica dai raggi del sole e carico in spalla il mio pesante strumento. Il tempo ha lasciato su di lui e su di me qualche graffio. Entrambi potremmo amplificare i nostri dubbi ed i nostri perché al mondo. Ma non lo facciamo. Parliamo sottovoce. Delicati. Entrambi.

 

Quel signore dall’aria così aristocratica riusciva a vivere la sua solitudine anche in mezzo a tutta quella fottuta e chiassosa gente. Sorseggiava una comune e tiepida birra in bottiglia come fosse il vino francese più buono e pregiato del mondo. Riusciva a leggere il suo libro nonostante il brusio e la musica. Il panama che indossava non oscurava lo sguardo fisso tra quelle maledette righe. Che io mi chiedevo e mi chiedo ancora, ma cosa sta leggendo di così appassionante per rimanere incollato a quelle pagine? E mentre mi arrovellavo il cervello per capire, lui stava leggendo Hemingway. “Se hai amato qualche donna e qualche paese ti puoi ritenere soddisfatto, perché anche se dopo muori, non ha importanza.” Non poteva essere altro.

 

Questa è la storia di tre colori che vivevano uno accanto all’altro. Tutti e tre dipinti sulle facciate di tre palazzi diversi. Circondavano finestre e porte disparate ma si affacciavano sulla stessa strada. Tutti e tre riflettevano gli stessi raggi del sole ma in maniera diversa. Questa era la loro unica differenza che li facevano percepire dissimili alla vista dei passanti. Eppure c’era chi preferiva l’uno all’altro. C’era chi pensava fosse folle dover sopportare quella tricromia così ravvicinata e chi rabbrividiva al pensiero di dover imbiancare una volta per tutte e forse per sempre quei tre palazzi. Gli unici a non temere ciò che sarebbe potuto avvenire erano proprio quei tre colori. Qualunque sarebbe stata la scelta, non avrebbero mai smesso di essere colori e di riflettere la luce del sole.

 

Indosso una tuba, da mago. Non abbandono mai la mia valigia delle magie. Ed aspetto. Aspetto il momento migliore per sorprendere il mio pubblico che ancora non sospetta quello che ho in serbo per loro. I passanti mi guardano, scrutano curiosi il mio aspetto. Si chiedono cosa sono in grado di fare. Forse niente, pensano. Certo, mi vedono qui seduto, in sovrappeso. Con questi dannati occhiali e la mia barba incolta che mi fanno sembrare un irlandese. Magari lo sono anche stato. Con quali magie potrà mai stupirci quello lì pensano. Quello con le scarpe consumate e lo sguardo di uno che non sembra proprio a suo agio con la bacchetta magica. Se solo guardassero meglio. Se solo guardassero oltre. Un bambino che si trasforma in ciò che vuole. Questa è la mia vera magia.

 

Quando suono il jazz frammento ogni difficoltà e la soffio lontano attraverso la mia tromba. Succede da sempre. Da quando da ragazzino a scuola venivo preso in giro per le mie disattenzioni. Per il mio sguardo perso fuori da una finestra aperta verso la primavera. E quei profumi. Quei colori. Era difficile riassumerli in soli tre tasti. Eppure ci riuscivo. Poi l’estate a giocare sulle rive del fiume. Ad ogni sguardo abbassato davanti ad un viso adolescente e le sue lentiggini corrispondeva una nuova nota. Poi le esibizioni. Le paure e le insicurezze premute a ritmo di jazz sui tasti dorati della mia tromba. Sulle strade di New Orleans.

 

La casa si trovava in un quartiere particolarmente insicuro. Le notizie che provenivano da quella zona raccontavano di piccoli furti e frequenti intrusioni nelle proprietà private. Che poi di valore non c’era nulla, ma trovarsi uno sconosciuto in casa che rovista nei cassetti non è mai una bella cosa. Può sparare il proprietario, potrebbe farlo il ladruncolo. Insomma, non delle belle situazioni. Muri o sbarre al posto delle finestre non erano delle soluzioni. Pagare un pegno così ingombrante alla paura è sinceramente troppo. Allora non rimaneva che usare il colore. Una finestra variopinta che splendesse come un arcobaleno. Così anche il mondo là fuori si tinse e si trasformò presto in quello che non si sarebbe mai potuto altrimenti cogliere attraverso un muro.

 

Oggetti fermi come soldati sfiniti al termine di una combattuta battaglia. Le colorate e lucenti collane del Mardi Gras abbandonate come armi riposte in un angolo pronte per essere riprese anno dopo anno. Le maschere, la festa, la musica e poi basta un attimo in cui il sole rifà capolino su di noi perché finisca tutto. Finisca il nostro sogno mentre ci rigiriamo tra le morbide coperte dei nostri letti. Noi con il mal di testa causato dai litri di alcool ingeriti il giorno prima. Le urla, la musica ed il divertimento che pulsano ancora tra le nostre tempie. Arriverà il momento che dovremo scendere a farci un caffè e mangiare qualcosa. Arriverà il momento di un altro Mardi Gras.

 

 

New Orleans. Immagini e parole parte II

Dio perdona, la maratona no

Ultimamente sempre più persone si stanno avvicinando alla corsa.

Il perché è facile da dirsi: è un gesto primordiale, apporta numerosi benefici al nostro metabolismo, stimola la mente, è pratico ed economico rispetto ad altri sport, professionisti ed amatori gareggiano contemporaneamente.

In passato questa disciplina era abbastanza snobbata dal marketing che di suo si limitava ad offrire agli atleti una canotta di cotone, un pantaloncino ed un paio di scarpe da ginnastica standard mentre oggi giorno assistiamo ad un vero e proprio boom commerciale legato al running. Il primo passo, come sempre, l’avevano fatto gli americani promuovendo la sfera benessere sotto forma di jogging. La fatica richiesta per questo tipo di attività era ed è abbastanza blanda rispetto al running e tale da non spingere utenze ed aziende alla ricerca di prodotti particolarmente performanti.

Partecipare a gare vere e proprie a fianco di atleti professionisti, implica sicuramente uno stimolo maggiore sia per i podisti amatoriali che per le case produttrici di articoli sportivi che infatti stanno cavalcando l’onda alla grande, sfornando un prodotto avveniristico dietro l’altro e rendendo la corsa, come detto, uno sport sempre più praticato.

Fatto sta che se qualche anno fa correre una maratona era vista come un’impresa biblica riservata a pochi eletti anche a causa della marginalità tecnica offerta, oggi siamo vicini al passo successivo, dove la vera sfida pare essere diventata l’Ultramaratona con la 42K declassata a gara di velocità anziché endurance. Per chi non lo sapesse, una qualsiasi maratona dista sempre la stessa distanza, ossia 42,195 Km, con il superamento di questa si definisce Ultramaratona che invece parte generalmente dai 50K, per arrivare ai 100 ed oltre.

Personalmente credo che la moda della corsa stia creando un po’ di fraintendimenti. L’idea che un’amatoriale, addirittura un dilettante, possa correre assieme ai professionisti è sicuramente affascinante, ma da lì a sentire che i primi citati ritengano la maratona un obiettivo troppo comune che li induca poi a partecipare ad un’Ultra è abbastanza discutibile.

A mio avviso infatti non si possono ignorare i tempi di gara. Guardando parte della classifica della mia maratona di New York, ad esempio, ho notato che sono stato preceduto da sessantenni che, con tutto il mio infinito rispetto per loro che saranno stati vecchie glorie o persone particolarmente allenate, mi hanno fatto particolarmente incazzare. Chiaramente non per la loro performance, ma per la mia. Qualcuno penserà che l’importante è partecipare; dispiace ma non la penso così. Perché avere la possibilità di correre una maratona è impegnarsi a raggiungere i propri limiti e, quando questo non succede o non ci vai nemmeno vicino, ti girano. Non è una questione di podio o di medaglia, è una sfida personale. Di mezzo ci sono allenamenti sotto il sole e la pioggia, al caldo e al freddo, con il vento e con la neve, mattina, pomeriggio e sera. Non per arrivare primo, ma per arrivare al meglio delle proprie possibilità. Quando ciò non accade per diversi motivi, spesso per un infortunio ed una serie di allenamenti sbagliati o trascurati, ecco che si verificano casi e persone le quali si rifugiano in qualcosa di ancora più impegnativo. Per poter magari dire al sessantenne cazzuto che ti ha preceduto alla maratona, sì però io ho corso l’Ultra, tu no. Cazzata assoluta, perché anche aumentando il grado di difficoltà che riduce il numero di partecipanti si andrebbe incontro ad un’ulteriore insoddisfazione personale senza il raggiungimento di un risultato decoroso. Mi spiego meglio: se il primo classificato termina un’Ultramaratona di 100K in 7 ore arrivare con 11 ore di ritardo ha davvero un senso più logico che non si limiti al finisher stampato sulla t-shirt celebrativa? Massimo rispetto per tutti, ma qui ci si pone davanti ad una distinzione piuttosto netta tra atleti adeguatamente preparati e martiri semi incoscienti alla ricerca di sé stessi. Lo stesso vale anche nelle maratone: ha senso finirne una in 8 ore camminando per la maggior parte della gara? Naturalmente mi riferisco a persone potenzialmente in grado di sostenere un carico di lavoro che possa poi permetterti di completare le competizioni correndo al massimo delle proprie possibilità (o quasi) dall’inizio alla fine.

Non esistono scorciatoie per raggiungere i propri obiettivi. Le gambe vanno istruite a macinare chilometri, giorno dopo giorno, il cuore deve rafforzarsi e pompare il sangue necessario, lo stomaco va alimentato in modo corretto, la testa deve sostenere con pensieri positivi tutte le operazioni precedenti. Ogni allenamento saltato a causa di piccoli o grandi infortuni, svogliatezza o pigrizia, è una simbolica manciata di sassi che mettiamo nelle nostre tasche e che il giorno della gara sentiremo zavorrarci chilometro dopo chilometro fino allo sfinimento. Più alziamo l’asticella e più aumenta il grado di difficoltà in fase di preparazione. Non ci sono vie d’uscita. Lavoro, lavoro, lavoro.

Questo discorso sì che realmente accomuna tutti senza discriminante: dai professionisti agli amatori, dai più giovani ai più anziani, dalle donne agli uomini: per raggiungere il proprio massimo bisogna abituarsi a dare sempre il massimo.

Perché Dio perdona, la maratona no.

Nella corsa gli ultimi non sono certo meno degni dei primi. Anzi, per certi aspetti lo sono anche di più. Arrivano fino in fondo correndo molte ore in più di quelli che sono in testa. Arrivano fino in fondo anche se sanno fin dall’inizio che non avranno mai una medaglia al collo

Marco Olmo

Lubiana: il Professore

La macchina percorreva velocemente l’autostrada che ci avrebbe riportato a casa.

Stavamo lasciando le nuvole dietro a noi.

“Che dici se facciamo una breve tappa a Lubiana? E’ da un po’ che non ci torno”

Il passeggero annuì senza proferire parola. Eravamo a circa 60Km dalla capitale, di rientro da un servizio girato nella parte alta della Slovenia, non troppo distanti dal confine croato.

Avevamo passato alcuni giorni tra gli ampi spazi, verdi colline e lo snodarsi di sentieri e piste ciclabili alla ricerca di immagini e parole che potessero essere utili al nostro scopo.

La redazione mi aveva assegnato un cameraman con cui non avevo mai lavorato prima. Un ragazzo taciturno ed introverso che si era rivelato un po’ noioso ma se non altro poco invadente. Quest’ultimo aspetto m’aveva convinto di proporgli di fare tappa a Lubiana.

Dopo quasi un’ora di viaggio presi la deviazione per il centro città.

“Provo a parcheggiare qui. Se non ricordo male dovremmo essere in prossimità del fiume Ljublijanica

Lungo il corso d’acqua si presentano molti locali di ultima generazione e molte attività quali mercatini e negozi di articoli d’antiquariato.

“Lasciamo pure l’attrezzatura nel bagagliaio, tanto non ci sono grossi pericoli”

Così facemmo, anche se lui si portò dietro uno zaino bello carico di corpi macchina ed obiettivi che al solito risultava piuttosto pesante da trasportare. Ci era abituato, anzi, il fatto che non avesse dietro gli altri due borsoni lo facevano sentire leggero come una piuma.

“Sei comodo?” chiesi più per tentare l’ennesimo approccio umano che per reale interesse e la risposta si limitò in un sì ripetuto due volte durante il gesto di slancio nel caricarsi lo zaino in spalla. “Ok andiamo” Aggiunse mentre cominciò ad incamminarsi.

Non avevo voglia di confondere quella sosta di piacere con nessun evento che potesse minimamente ricordare il lavoro. Cominciai ad avvicinarmi al ponte che guardava la passeggiata lungo al fiume con un passo piuttosto rilassato e le mani in tasca. Il collega era già avanti a me di un bel po’. Dove cazzo corre quello pensai tra me e me; lo scorgevo posizionarsi sui ponti e scattare foto.

Nonostante la giornata fosse soleggiata, c’era un’aria fredda piuttosto pungente ed anche il Ljublijanica contribuiva a rendere la temperatura particolarmente umida.

Il clima non favorì le soste lungo la strada ad ammirare gli oggetti esposti ai mercatini o le vetrine dei negozi.

Avevamo percorso praticamente tutta la zona più interessante lungo il fiume, così ci addentrammo tra le vie interne. Lubiana è una città molto particolare. La mondanità è composta ed ordinata. Emana consapevolezza del passato, maturità nel vivere il presente ed uno sguardo ampio e speranzoso rivolto al futuro.

“Che dici se ci facciamo qualcosa di caldo?” Chiesi al collega muto che sembrava piuttosto a suo agio tra le rigide temperature della capitale “Buona idea” bisbigliò sorprendendomi.

Da lì a poco ci trovammo seduti all’interno di una pasticceria storica al piano terra di un bellissimo palazzo d’epoca. Fuori dalla vetrina potevamo vedere chiaramente la strada in salita che porta al Ljubljanski grad.

Arrivò prontamente una cameriera molto giovane con capelli tinti da colorazioni improbabili e piercing sparsi sul suo viso a prendere l’ordinazione che comprendeva due tè. Parlava inglese correntemente e dispensava cordiali sorrisi in modo da suscitare la simpatia dei clienti, compresa la nostra.

“Vuoi andare a visitare il castello? Io non ci penso nemmeno”

“Peccato” udì una voce fuori campo. Era quella di un signore anziano appoggiato al banco con in mano un calice di vino rosso. Per un attimo rimasi spiazzato perché, a dirla tutta, non aspettavo alcuna risposta dal mio collega, né tantomeno da altri.

“Italiani?”

Se c’è una cosa che odio è dover rispondere per cortesia agli sconosciuti che attaccano bottone solamente perché hanno impellente necessità di esercitare il nostro idioma.

“Sì” Risposi freddamente in attesa della domanda seguente che sarebbe stata immancabilmente: da dove?

Di dove venite?” Appunto.

“Lui è del confine, io dalle parti di Milano” Cercai di tagliare corto nel mentre arrivarono le brocche del fumanti. La cameriera le appoggiò sul tavolo facendo tintinnare i coperchi in porcellana.

Ci sorrise e noi contraccambiammo.

“Prima volta che venite Lubiana?” insistette lo sconosciuto.

Incredibilmente questa volta rispose il cameraman, forse accortosi del fatto che mi stavo spazientendo “No. Ci siamo già stati.” Ma proprio quando il dialogo pareva spegnersi sul nascere, il muto fece una cazzata clamorosa. “Lei è di qui?” Chiese all’anziano, attirando su di sé una mia occhiataccia che gli fece andare di traverso il biscottino di cortesia. Il signore al banco abbassò il pollice sopra al suo calice e si fece versare un altro bicchiere, sistemò i pantaloni e si tirò su le maniche della giacca, conscio di dover incominciare una sfida verbale che l’avrebbe visto indiscusso protagonista del bar.

“Sono nato a Fiume, quando era Italia. Là ho studiato e sono diventato professore. Poi quando ho cominciato ad insegnare mi sono dovuto trasferire. Ho insegnato a Capodistria, a Celje e qui tanti anni. Adesso sono in pensione finalmente.”

La cadenza del suo italiano era deformata dalla mancata pronuncia delle doppie, l’omissione di molti articoli e dalla presenza di parole in dialetto triestino o provenienti da zone del Collio isontino.

Mi ammorbidì e, quasi pentito dal mio comportamento rude precedente, chiesi ancora “Cosa insegnava?”

“Storia e lettere”

Prese una pausa bevendo un altro po’ del suo vino, noi sorseggiando il tè.

Mi sembrava di mortificarlo continuando a rivolgergli domande piatte e scolastiche, così cercai di alzare l’asticella. È vero che avevo bisogno di silenzio, ma quando ti capitano davanti certe persone è sempre rispettoso nei confronti del destino che te le ha mandate cercare di valorizzarle e comprenderle. Ci provai.

“Chissà che cambiamenti avrà vissuto in questi anni… Dalla Jugoslavia alla Slovenia, Tito; adesso la Comunità Europea…”

Sorrise con aria di chi la sa lunga. Cominciò il discorso.

“Bel casìn.” Mi misi comodo mentre lui cominciò “Ai tempi di Tito non c’era odio tra di noi, all’apparenza. C’era la povertà che ci teneva uniti. Carne e caffè erano un lusso. Per dire. Guarda quel tavolino laggiù. Erano ragazzi di qui perché li conosco e guarda come l’hanno lasciato. Avanzi di panino, di brioches, il cappuccino bevuto a metà. Adesso hanno tutto ma non hanno niente. Adesso è il momento della società basata sul niente”

Lo incalzai “Certo, però è comunque meglio adesso o no?”

“Cos’è meglio per lei? Una forte stretta da una mano ruvida del contadino che lavora nei campi che si spacca la schiena dall’alba al tramonto o la firma di un signore in giacca e cravatta seduto davanti al computer? Stare seduto in compagnia davanti ad un fuoco di legna ardente con una bottiglia di vino fatto in casa o solo in una stanza asettica e condizionata con a disposizione un dispenser d’acqua sterilizzata?”

Il discorso stava prendendo una piega piuttosto impegnativa. “Tu che ne pensi?” passai la parola al mio commensale

“Penso esistano le vie di mezzo. Qui ho visto tanti giovani lavorare seriamente. La città sembra lanciata verso un futuro green

Il professore riprese la parola: “Green” Intercalò con una bestemmia. La barista lanciò un’occhiataccia, lui si scusò e continuò “Green. O sono così furbi gli altri o siamo così coglioni noi. Fino a qualche anno fa tutto era green. A casa quasi tutti avevano le proprie bestie. Galline, uova, maiali, si faceva tutto in casa. Perché eravamo poveri ma non coglioni. Ma per essere green bisogna spalare merda. Letteralmente. Spaccare legna. Tirare su sassi. Quello è green. Poi è arrivato il benessere, la grande distribuzione e gli uffici. Adesso anche i somari finiscono l’Università. Tutti sono ingegneri, dottori, avvocati. Che si devono spostare, muovere in continuazione. Viaggiare. Tutti vanno da qualche parte; A fanculo vanno… inquinano e cercano il green che una volta costava fatica mentre adesso è un bene di lusso per pochi. Coglioni!”

La barista lo richiamò benevolmente. Sorridemmo tutti quanti.

“Dai non se la prenda” dissi “le offro un bicchiere”

“L’ultimo” precisò “perché se arrivo a casa ubriaco chi la sente mia moglie. Altro che green, mi fa il culo red quella”

Dopo una risata generale io ed il mio collega uscimmo dal locale ritrovandoci così nuovamente avvolti dalla gente e dal freddo. Lasciammo cadere l’episodio nel vuoto dopo averci pensato sopra per un po’.

“Hai fatto qualche foto anche al palazzo?” dissi tanto per dire.

Il cameraman annuì.