Sacro Monte di Varallo, Piemonte (Italia)
La prima cosa che si sente, arrivando al Sacro Monte di Varallo, è il silenzio.
Non è un silenzio vuoto. È quello delle cose che hanno aspettato a lungo e non hanno più bisogno di parlare.
La strada sale lentamente, lasciandosi alle spalle Varallo e il rumore delle case. A poco a poco la valle si allontana, le voci diventano più rare e gli alberi prendono il posto delle finestre e dei muri. Si cammina e viene naturale abbassare la voce, come quando si entra in una stanza dove qualcuno dorme.
Forse è questo il fascino del Sacro Monte: non sembra costruito soltanto per essere guardato, ma per essere attraversato.
Le cappelle compaiono lungo il cammino tra gli alberi. Dentro, le statue e gli affreschi raccontano una storia antica. Le figure sono immobili, eppure, dopo averle osservate abbastanza a lungo, si ha quasi l’impressione che siano loro a guardare noi.
Qui il tempo sembra avere un ritmo diverso.
Un pomeriggio può sembrare più lungo di un anno. Una luce tra le foglie può riportare alla memoria un’estate lontana, mentre l’odore della terra può far riaffiorare un ricordo che credevamo perduto.
Forse i luoghi antichi hanno proprio questo potere: conservano qualcosa di noi anche quando noi ce ne siamo dimenticati.
Camminando penso alle persone che sono salite qui prima di me. A chi veniva per pregare, a chi cercava una risposta, a chi aveva semplicemente bisogno di allontanarsi per qualche ora dalla propria vita.
Chissà quanti hanno percorso questi sentieri con il cuore pesante.
Chissà quanti, arrivati in cima, hanno guardato la valle cercando nelle montagne una risposta alle proprie inquietudini.
Le montagne non rispondono mai.
Ma forse è proprio per questo che torniamo a guardarle.
Sul Sacro Monte la natura e le opere degli uomini sembrano essersi date appuntamento. Gli alberi crescono accanto alle cappelle, le radici affondano nella stessa terra sulla quale sono passati pellegrini, artisti, bambini, vecchi e persone di cui non rimane nemmeno il nome.
Eppure sono ancora qui, in qualche modo.
Sono nei gradini consumati, nella pietra levigata dal passaggio, nella luce che entra da una finestra, nel sentiero che continua a salire.
Quando il pomeriggio comincia a spegnersi, il monte cambia volto. Le ombre si allungano tra gli alberi e la valle, vista dall’alto, sembra più lontana.
La gente scende verso Varallo e per qualche minuto rimane soltanto il rumore dei passi.
È allora che si comprende davvero il fascino di questo luogo.
Non nelle fotografie, non nelle parole, ma in quel momento in cui ci si ferma davanti alla valle e non viene voglia di andare da nessuna parte.
Si resta.
Perché ci sono luoghi che chiedono di essere visitati.
E altri che chiedono soltanto di essere ascoltati.
Il Sacro Monte di Varallo è uno di questi.
E forse, quando si scende, qualcosa di quel silenzio rimane con noi.
Nonna: genitore, amica, insegnante
(Questa storia è stata ideata qui)
Appena arrivata, la bambina non perse tempo nel contemplare il paesaggio che ormai conosceva piuttosto bene.
Spalancò il portone che infranse il silenzio fino ad allora rotto solo dall’abbaiare dei cani e corse dritta verso la porta a vetri appannata d’ingresso. Realizzò d’esser circondata da imponenti e maestose montagne dalle bianche vette e vestite da brulli colori autunnali, ma in quel momento la sua attenzione era rivolta altrove. Nel breve tragitto che percorse a gambe levate, con un certo affanno e l’equilibrio messo in costante pericolo dai due pastori tedeschi che le saltavano attorno festosi e scodinzolanti, riconobbe solo il secchio metallico appeso al muro e contenente fiori gialli che la guardavano dall’alto, fieri della loro bellezza.
Il loro vanto, per chi crede nell’intelligenza vegetale, era dovuto alla consapevolezza d’esser cresciuti sfidando il freddo, il ghiaccio e la neve. Erano sopravvissuti stringendosi l’uno all’altro, ammiccando i raggi di sole in attesa della ancora lontana primavera. Il viale di pietre dove ora si stavano mosaicando l’insieme d’impronte lasciate dalla bambina e dagli animali a quattro zampe, spesso nel passato fu macchiato da piccole macchioline di sangue, dovute all’immolazione infantile che avviene durante la fase esplorativa della vita, dove tutto è gioco; dove le cose sussurrano, si muovono, a tua insaputa ti spingono o sgambettano. Dio solo sa in montagna quanti sono gli imprevisti e quante ginocchia ha sbucciato quella bambina sulle pietre, sui sentieri e sulle ampie colline circostanti.
Il grido di Nonna, nonna, sono arrivata! aveva fatto innalzare in volo un previdente passerotto ed attirata l’attenzione del capriolo nascosto tra le sterpaglie più in basso.
La porta a vetri era appannata dal calore del camino acceso e dal vapore emanato dalle pentole sul fuoco. Le rassicuranti movenze di un mestolo di legno che affonda tra la carne di spezzatino di cinghiale erano dirette da una anziana signora che aveva sorriso nuovamente alla vita sentendo il trambusto causato dalla sua nipotina. Questa fece altri due giri di mestolo prima di appoggiarlo sul ripiano a fianco delle spezie. Non ebbe il tempo di voltarsi completamente che la piccola peste era già entrata in casa portando con sé, oltre ad una profumata scia di freddo, anche le due, meno profumate, festanti bestiole. La corsa della bambina si concluse nel caloroso abbraccio con la nonna, affettuosamente goffa ed impreparata nel accogliere a sé quella furia. La bambina schiacciando il nasino sul grembiule della nonna assaporava gli odori della cucina, sforzandosi ad allargare le braccia il più possibile così da contenere ogni centimetro di amore, saggezza e protezione che la signora suscitava. Dall’altro canto l’incontro tra le ruvide mani dell’anziana donna e quelle della bimba, piccole e fragili, simboleggiavano uno scambio generazionale.
Sciolto l’abbraccio né susseguì ulteriore trambusto nel cercare di far fuoriuscire i cani che nel frattempo si erano comodamente posizionati davanti al camino. La nipotina si occupava frettolosamente nel redarguirli nel mentre gironzolava freneticamente attorno al tavolo. Apriva e chiudeva con energia i cassetti del mobile attiguo alla ricerca di dolci o sfiziosità cui
la nonna l’aveva smodatamente viziata. Il ciclone che durante le visite si riversava nella casa sconvolgeva ogni singolo protagonista della quotidianità che al cospetto della ragazzina si trasformava in compiacente misera comparsa. Anche i ritratti della nonna durante gli anni della giovane spensieratezza scorrevano veloci alla vista della bambina, impegnata nello sbrigativo attraversamento dei piani superiori alla conquista della sua cameretta. In quella stanza il legno pareva soffiare più forte il proprio odore, come a voler salutare l’arrivo della sua vecchia giovane conoscenza che non esitava a salire la rustica scaletta e scivolare dentro al suo rifugio che altro non era che un ampio materasso incassato nel sottotetto.
Passata l’eccitazione e smarrite un po’ delle eccessive energie iniziali, non tardava il momento in cui, spesso il pomeriggio, l’anziana signora e la nipotina si sedavano assieme sull’ampio divano posizionato tra le pareti di pietra, ingegnosi intagli di legno ed uno schermo nero della televisione spenta che rifletteva mestamente il fuoco del camino mentre scoppiettante scandiva il ritmo delle giornate. Si sforzava di sognare ad occhi aperti resistendo a malapena alla tentazione di chiuderli mentre le soavi parole della nonna disegnavano nell’aria scenari lontani rispetto alla realtà in cui vivevano. Avrebbe dovuto passare qualche anno prima che la piccola testimone dei meravigliosi racconti della nonna diventasse consapevole che, quasi sempre, la realtà supera l’immaginazione. Le storie descrivevano lontani momenti dove l’arte erano macchie di colore su una tela o curve e consumate scarpe da ballerina. Era il brusio delle platee interrotte da tre tocchi di bacchetta di un esigente direttore d’orchestra ed abbaglianti lampadine di uno specchio in angusti camerini. L’arte era l’attraversamento di strade buie e bagnate, riflettenti luci colorate intermittenti di teatri e fast food, alla ricerca di fuggitive e brevi avventure amorose. Ma anche aerei, musica, cielo infinito e capienti tazze di caffè. Questo era stato.
In montagna l’arte sono le cime innevate, un cespuglio di ginestre o lo sguardo fulmineo di una marmotta. La musica degli scarponi che spostano le pietre dei sentieri o la neve tagliata dalle lame dello sci. Lo sbuffo di vapore ad ogni parola pronunciata d’inverno all’aria aperta.
La bambina si addormentò sognando un bizzarro mondo lontano.
La nonna sistemò premurosamente un ribelle ciuffo di capelli dal viso della bimba passandole una mano sul capo, certa che il giorno in cui la nipotina avrebbe afferrato i suoi desideri sarebbe giunto a breve.
Protetta dalla nonna e dalle montagne. Ovunque essa andasse.
Una nonna è un po’ genitore, un po’ insegnante, e un po’ il migliore amico.
