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Editoriale: Dog shit park. The end.

 

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Dopo il tentativo di riportare agli onori della cronaca il Parco di Rodini a Rodi, in Grecia, di cui ho ampiamente scritto nei post precedenti, ritorno a narrare i miei racconti di fantasia ambientati in luoghi da me visitati. Della serie ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti non sono puramente casuali.

Ciò premesso spendo ancora qualche parola, le ultime a tal proposito, riguardanti il Parco di Rodini ed il crowdfunding messo in piedi sulla piattaforma Indiegogo.

Naturalmente gli 89.000 usd per attuare il progetto che prevedeva il coinvolgimento di Università e la costituzione di una fondazione pro-parco sono state più una provocazione che altro. Ho cercato di smuovere un po’ l’immobilismo che contraddistingue i politici isolani, piena espressione della realtà locale, che preferiscono crogiolarsi tra il nulla anziché progettare un futuro meno primitivo rispetto allo stato attuale delle cose. Non solo il parco è abbandonato a se stesso: la manutenzione delle strade, gli spazi dedicati a famiglie e sportivi, la conservazione dei beni culturali, l’investimento su un turismo più ricco dal punto di vista culturale ed anche economico sono fattori completamente trascurati.

A Rodi se sei koumbaro (compare) hai licenza di fare ciò che ti pare: puoi guidare il tuo furgoncino vetusto e puzzolente senza cinture con sigaretta e bicchierone di caffé, in moto circolare in due, tre, quattro, senza casco chiaramente, puoi gettare mozziconi accesi o immondizia a terra, lasciare il materasso che avanza vicino alla raccolta rifiuti ovviamente non differenziata ma a disposizione delle capre che brucano la plastica, grigliare in spiaggia piuttosto che parcheggiare sui marciapiedi. Investire i turisti che attraversano le strisce pedonali ed ammazzarli o schiantarsi da ubriachi come mosche sui paracarri delle strade è un altro passatempo molto praticato. Questa, dispiace dirlo koumbari, è realtà.

Poi ci sono gli indesiderati che vedono un futuro più degno per questo idealmente meraviglioso luogo. La speranza di questi individui, come il sottoscritto, è sperare in un’invasione e conseguente conquista di Rodi da parte della Svizzera che però, sfortunatamente, è un Paese neutro. Anche austriaci e norvegesi purtroppo non sono inclini alla conquiste di nuove terre. Peccato perché quest’isola ha avuto la massima resa nei periodi in cui è stata dominata da altri popoli. Il periodo della Magna Grecia lo considero troppo distante culturalmente da quello odierno per fare una qualsiasi associazione con i greci moderni.

Così quindi si chiude il capitolo del Rodini Park che ho avuto modo di studiare e di apprezzare prima del suo imminente sfacelo finale e della bella esperienza vissuta con il crowdfunding, supportato da Federico Postiglione e Fabio Cartolano che ringrazio per aver messo a disposizione mia e della comunità il loro prezioso tempo e professionalità e, nel caso di Fabio, la faccia, per sostenere questa iniziativa che meglio sarebbe stato se fosse partita dai locals che invece si sono ben guardati da fornire qualsiasi tipo di supporto.

D’altronde la cifra richiesta per partire con il progetto è l’equivalente di circa 68.461 souvlaki, cioè la possibilità di sfamare in media 22.820 persone durante un week end nelle sagre. Numeri monster che sicuramente avranno impressionato la popolazione locale, timorosa di perdere l’unica risorsa funzionante: gli spiedini.

Un cittadino ed un cafone difficilmente possono capirsi. (Ignazio Silone)

 

 

After trying to bring back to the headlines the Rodini Park in Rhodes, Greece, which I have written extensively in previous posts, I return to tell my stories of fantasy set in places I visited. In the series any reference to people or events that have actually happened are not purely coincidental.
That said, I still spend a few words, the latest in this regard, concerning the Rodini Park and crowdfunding set up on the Indiegogo platform.
Of course, the 89,000 usd to implement the project that involved the involvement of universities and the establishment of a pro-park foundation were more a provocation than anything else. I tried to move a bit ‘the immobility that distinguishes the islanders politicians, full expression of the local reality, who prefer to bask in nothingness instead of planning a less primitive future than the current state of things. Not only is the park abandoned to itself: the maintenance of the streets, the areas dedicated to families and sportsmen, the conservation of cultural heritage, the investment in richer tourism from a cultural and economic point of view are completely neglected factors.
In Rhodes if you are koumbaro (appears) you have permission to do what you want: you can drive your old and smelly van without belts with cigarette and big glass of coffee, drive the motorbike in two, three, four, without a helmet clearly, you can throw butts lit or rubbish on the ground, leave the mattress that advances in the waste obviously not differentiated but available to the goats that burn the plastic, grilling on the beach rather than parking on the sidewalks. Investing the tourists who cross the pedestrian crossing and killing them or crashing on the street posts is another very popular pastime. This, sorry to say koumbari, is reality.
Then there are the unwanted ones who see a more worthy future for this ideally wonderful place. The hope of these individuals, like myself, is to hope for an invasion and consequent conquest of Rhodes by Switzerland, which, unfortunately, is a neutral country. Even Swedes and Norwegians are not inclined to conquer new lands. Too bad because this island has had the maximum yield in the periods when it was dominated by other peoples. I consider the period of Magna Graecia too distant culturally from today’s to make any association with modern Greeks.
So then closes the chapter of Rodini Park that I had the opportunity to study and appreciate before its imminent final breakdown and the beautiful experience with crowdfunding, supported by Federico Postiglione and Fabio Cartolano that I thank for making available to me and the community their precious time and professionalism and, in the case of Fabio, the face, to support this initiative that would have been better if it had started from the locals who instead are well looked after to provide any type of support.
Moreover, the amount requested for starting the project is the equivalent of about 68,461 souvlaki, that is, the ability to feed an average of 22,820 people during a weekend in the festivals. Monster numbers that surely will have impressed the local population, afraid of losing the only working resource: the skewers.

 

A citizen and a boor can hardly understand each other. (Ignazio Silone)

 

L’ignorante è nemico di se stesso

La guida raccontava con passione al centro della piazza il significato di foro ovale e cardo massimo. In quello stesso  punto lo circondavano prestandogli il meritato interesse un gruppo di turisti, di cui io stesso facevo parte.  Accompagnava le sue parole con ampi gesti che indirizzavano gli sguardi alle meraviglie circostanti. Le persone erano serie ed incantate nel guardarsi intorno; muovevano il capo all’unisono nel individuare gli aspetti che venivano di volta in volta indicati dall’esperto cicerone.

Le uniche teste che non si spostavano nella direzione di quelle del gruppo erano la mia e quella di un maniaco del telefono ossessionato dalla carenza di segnale.

Nonostante il sito archeologico di Jerash sia incredibilmente affascinante e ben conservato, ero distratto dalla presenza di una ragazza che già avevo notato nei giorni precedenti e che mai ebbi occasione di conoscere. Capelli scuri raccolti, occhiali scuri, espressione imbronciata, snelle linee del corpo definite da un piumino ed un paio di jeans stretti neri.

Un primo contatto mi fu impedito dalla presenza dei genitori che risultava abbastanza anomala visto che la figlia pareva aver superato l’adolescenza da un bel po’. Pensai che al mondo esistono famiglie molto unite. Forse esageratamente unite. Il mio pensiero però non si focalizzò a stabilire quale modello di famiglia risultasse più anormale perché preferivo concentrarmi sulle movenze della ragazza e sul paesaggio edilizio circostante. Mi entusiasmavano entrambe le cose.

Le prime parole gliele rivolsi al Tempio di Giove dove si era fatta scattare alcune foto dal padre. Fu quest’ultimo a chiedermi la cortesia di immortalare la loro famiglia. Prima di passarmi la macchina dedicò alcuni secondi al rito di spiegazione d’utilizzo, come se non ne avessi mai usata una. Non mi piacque il suo approccio altezzoso ma l’interesse per sua figlia non era diminuito, anzi. L’immagine della famiglia ricca, felice e spensierata in posa, appoggiata ad una delle grandi colonne del tempio con lo sfondo del foro ovale, sarebbe probabilmente finita tra le altre decine di foto di viaggio dalle lucide cornici d’argento esposte nel loro enorme soggiorno. La figlia si soffermò un po’ più a lungo dei suoi genitori al tempio ed io ne approfittai per rivolgerle le prime parole. L’unico sorriso che le vidi fare fu durante lo scatto della foto. Un sorriso superficiale. Poi,  anche noi ci incamminammo in direzione delle Chiese di Pietro e Paolo. La zona circostante, oltre ad ospitare i maestosi resti della città romana, offriva un paesaggio verde e fertile; passeggiare tra quelle rovine faceva pulsare il mio corpo, scosso dai fantasmi degli abitanti dell’epoca. Camminare vicino a lei mi faceva sentire un fanciullo con indosso una tunica bianca e dei semplici sandali alla corte della musa del villaggio che non distoglie lo sguardo dall’orizzonte per non rivelare alcun sentimento.

Parlando con lei del più e del meno ebbi conferma che la mia idea iniziale riguardo la sua famiglia era esatta.

Quando raggiungemmo gli altri la guida aveva cominciato da qualche minuto ad illustrare l’architettura delle due chiese. Qualcuno del gruppo cominciava a perdere l’attenzione ed esaurito lo stupore iniziale ci furono i primi commenti, a mio avviso, idioti. La prima considerazione riguardava il fatto che non ci fossero abbastanza indicazioni per segnalare i pericoli o balaustre a delimitare zone sconnesse, cosa che in Italia sicuramente non sarebbero mancate.  Non proferì parola ma il mio volto probabilmente non riuscì a nascondere un espressione piuttosto contrariata visto che la mia nuova amichetta se ne uscì dal nulla sostenendo che, in fin dei conti, avevano ragione a pensarla così. La mia idea invece era che gli italiani fossero abituati ad uno Stato esageratamente assistenzialista e che non fossero vergognosamente in grado di fare mezzo passo da soli senza qualcuno che indichi loro un gradino da salire o una buca da evitare. La mia frase risultò un granello di zucchero finito in un ingranaggio già di suo poco oliato o almeno così pensai. In realtà alimentai una discussione che avrebbe preso pieghe ben più ampie con il proseguo della visita che nel frattempo ci aveva portato alla cavea del teatro meridionale che con la sua bellezza aveva offuscato l’episodio precedente. Io e lei ci trovammo fianco a fianco ad arrampicarci sulle ripide gradinate. Non so se per fortuna o meno, il mio cervello elabora gli antichi e consumati oggetti in fantasiosi restauri dinamici. Immaginavo il teatro strabordante in attesa di qualche evento, con le persone sedute sulle loro poltroncine scolpite nella pietra. Il gruppo si era disunito alla ricerca del punto di vista migliore dove scattare delle foto o per riposarsi. Caratteristica fondamentale e geniale degli antichi teatri è sempre stata la perfetta resa del suono. La prima fila e l’ultima, senza alcun espediente elettronico, avevano la stessa percettibilità d’ascolto. Riuscì a goderne l’effetto dapprima ascoltando la piccola orchestra che si stava esibendo in nostro onore e poi nell’intercettare un dialogo tra i genitori di lei ed alcuni anziani signori seduti nelle prime file, probabilmente ignari che le loro idiozie potessero ampliarsi alle orecchie di tutti. La scintilla fu una battuta sugli orchestranti che poi diventò materiale fertile per dibattere sull’invasione degli extra comunitari in Italia. I signori che stavano affrontando il discorso provenivano dal nord est, zone particolarmente inclini ad indipendenze ed autonomie. In quel frangente non fu la mia espressione a tradirmi ma un commento vero e proprio che, per evitare posizioni dirette poco diplomatiche nei confronti del padre di lei, si limitò ad un non sono d’accordo.

E’ vero, esiste un problema, ma l’atteggiamento superficiale e superiore che hanno certe persone nell’affrontarlo è irritante. Dissi.

La ragazza dal canto suo non poteva certo discostarsi dagli insegnamenti familiari ed incominciò ad elencarmi tutti i disagi che lei e la sua famiglia stavano sopportando a causa dell’incessante occupazione di profughi e migranti. L’aumento della microcriminalità, il degrado, la disoccupazione e tutto il resto cui la televisione ci informa quotidianamente. La discussione giunse  fino al Tetrapylon meridionale dove la guida ci lasciò un po’ di spazio per continuare a parlarne.

Sostenere la tesi ognuno a casa sua all’interno di una città romana distante 3.914Km da Roma, che raggiunse il suo apice proprio nell’epoca in cui fu dichiarata colonia, era di una imbecillità apocalittica. Essere momentaneamente disturbati dallo sbarco di centinaia di persone provenienti  dai territori africani ed asiatici dopo che nei secoli l’Europa ha colonizzato, convertito, schiavizzato e saccheggiato le loro risorse è condizione da limitati mentali.

Pensare che la propria libertà ed autonomia debba essere sdoganata a suon di bombe intelligenti lanciate da un Paese che nasce grazie all’insediamento di galeotti, schiavi neri d’Africa e sulle ceneri del genocidio dei nativi americani è semplicemente da ignoranti. Recita un proverbio arabo: l’ignorante è nemico di se stesso.

Superati i bagni alimentati da un astuto sistema ingegneristico come tradizione romana vuole, la guida si soffermò vicino ad una colonna presente al Ninfeo.  Sapientemente fece notare al gruppo, finalmente riunito ed attento alla spiegazione, di come all’epoca fossero attenti agli eventi sismici. Così inserì una penna in una fessura presente alla base della colonna e con un appena accennato movimento creò il dondolio a dimostrarne la plasticità delle opere, studiate proprio per contrastare i terremoti.

Prima di giungere all’arco di Adriano calpestammo la sabbia dell’ippodromo, dove immaginai le furiose sfide tra i nitriti dei cavalli e le urla dei condottieri, acuti tra l’ovattato boato della folla.

L’Antico Romano Impero, la Magna Grecia, l’Egitto… L’eredità dell’inestimabile grandezza culturale di questi popoli è giunta ai giorni nostri completamente sbriciolata. Tritata. Inesistente.

Essa sopravvive nella frustrazione di chi ogni giorno combatte contro l’inciviltà e l’ignoranza.

Inutilmente. Pensai mentre il pullman lasciava dietro a noi Jerash.

 

La ragazza? Il giorno seguente c’è stato un’ulteriore diverbio sulla comodità dei materassi italiani rispetto a quelli giordani. Ma stavolta le ho dato ragione.

Vi è molto di folle nella vostra cosiddetta civiltà.
Come pazzi voi uomini bianchi correte dietro al denaro, fino a che ne avete così tanto, che non potete vivere potete vivere abbastanza a lungo per spenderlo.
Voi saccheggiate i boschi e la terra, sprecate i combustibili naturali.
Come se dopo di voi non venisse più alcuna generazione, che ha altrettanto bisogno di tutto questo.
Voi parlate sempre di un mondo migliore mentre costruite bombe sempre più potenti per distruggere quel mondo che ora avete.

Tatanga Mani, capo indiano della tribù degli Sioux Oglala, conosciuto come Toro Seduto

Why do you fuckin run?

La domanda è posta da un ragazzo ubriaco trasportato da uno sfuggente pick up nella parte del cassone, in piedi, mentre si regge alla barra metallica posta a ridosso del cabinato: “Why do u fuckin run? Why?” Intuibile il significato, che comunque possiamo tradurre in “Perché minchia corri? Perché?”

L’involontario destinatario è un signore di 42 anni suonati che di corsa sullo stesso versante di strada sta intraprendendo la discesa che coincide con gli ultimi 4 km di percorso appena beatamente e pacificamente svolto.

Non trovano immediata risposta né uno, né l’altro.

Il primo probabilmente già dopo qualche metro avrà evaporato attraverso il suo sguardo ebete l’immagine di un distinto signore con due dita medie alzate a lui rivolte, il secondo, riacquisita la forma più consona agli sportivi che non agli ultrà, ha riflettuto a lungo sul: “Perché corro?”

Naturalmente di primo acchito i pensieri postumi si focalizzano a ripetere la scena con il finale più adeguato, come nei film riguardanti il conflitto tra yankee e viet cong in Vietnam, ad esempio, dove gli americani nella finzione si rimodellano vincitori morali o di battaglie di una guerra che nella realtà hanno sonoramente perso su tutti i fronti. Nello specifico il finale più adeguato sarebbe forse stato un bel “fatti i cazzi tuoi!”.

Anche in questo caso però sarebbe andato perso il piccolo patrimonio concesso da qualcuno che manovra i fili dall’alto e che quella mattina, forse stanco di pensare a cose più impegnative, ha deciso di mettere sulla strada del riservato e silenzioso omino un disturbatore filosofo. (L’omino ultimamente di squinternati ne incontra parecchi tra l’altro)

Se niente è per caso, lo stesso dicasi del meraviglioso libro “L’arte di correre” di Haruki Murakami, che è stato regalato al runner di mezza età da un suo caro amico, con il quale condivide anche questa piccola grande passione e che mai suggerimento di lettura migliore avrebbe potuto fare; perché tra i vari piacevoli e scorrevoli versetti dell’ebook (o libro cartaceo) c’è la chiave per trovare risposta al cerebroleso ubriaco che si è fatto inconscio interprete della domanda che si pongono migliaia di persone; siano esse appassionate di corsa, sportive o meno.

Corro perché mi va. Semplicemente.

Ci possono essere altrettante migliaia di motivazioni per spingerci a correre, ognuno avrà la sua personale.

I più giovani saranno alla ricerca di record da battere o per modellare il proprio fisico, i meno giovani per tenersi in forma, eliminare la pancetta e forse regolarizzare la propria vita, altri ancora lo faranno per avvicinare mete spirituali, chi lo fa per scaricare tensione o per respirare aria pura e via dicendo.

Motivazioni che, condivido con lo scrittore e maratoneta giapponese Haruki Murakami, devono nascere dal profondo di noi stessi.

Ecco perché d’istinto la risposta che scaturisce nei pochi secondi che seguono la domanda dell’ubriaco che te lo chiede alla sprovvista difficilmente sarà diversa da un vaffanculo. Un’autodifesa del nostro ego più profondo che è appena stato colpito e proprio durante il culmine dell’approfondimento.

Ma non è la risposta giusta. Quella corretta è: corro perché mi va.

A differenza della prima cavernicola reazione, questa risposta per se stessa infonde tranquillità, sicurezza e fa sì che appaia anche un sorriso a chi la pronuncia. Sorriso che è consigliato mantenere stampato sulla faccia proprio durante le ultime fatiche di una gara o esercizio in quanto aiuta a rilassare i muscoli del corpo ed inspirare più aria, che è la prima energia vitale del corridore.

Consapevolezza e libertà sono parole di grande intensità e significato ma non tutti colgono occasione per catturare lo stato di forma che questi elementi determinano.

Se ci pensiamo tutti gli uomini sono in eterno movimento spirituale, chi camminando o chi di corsa, tutti quanti percorriamo un percorso lungo e tortuoso dal finale ignoto.

Ognuno è libero di scegliere come arrivare al traguardo. L’esperienza accumulata suggerisce che scorciatoie ed artifizi non portano mai al raggiungimento di grandi risultati, qualcuno prima o poi lo coglie, qualcun altro no. Pazienza.

Se l’ebete ubriaco non poneva la domanda (quando scrivo ebete non si senta coinvolto Renzi), probabilmente l’omino avrebbe continuato a correre senza sapere fondamentalmente il perché, cercando risposte illuminanti che spesso e volentieri si trovano tra i versetti delle frasi a concorso pubblicate nelle riviste specializzate o in qualche aforisma dettato da filosofi della Magna Grecia.

Invece…

Perché minchia corri? Perché?”

Perché mi va