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Sulle orme di Saramago (viaggio tra padre e figlia)

La nostra conversazione telefonica si è appena conclusa.

chitarraioNonostante i molti anni passati, mi sento frastornata dal sentimento di rabbia e d’amore che provo nei suoi confronti. Non riesco a spiegarlo a me stessa ora, figuriamoci da bambina quando vedevo scorrere la mia vita da inconsapevole mutilata d’affetto. Le mie rivoluzioni ormonali le ha dovute subire mia madre; scontri a muso duro, pianti ininterrotti e porte chiuse in faccia alla persona che portava sulle spalle ciò a cui lui aveva rinunciato. Per la musica, avevamo voluto credere entrambe; semplice irresponsabilità la realtà dei fatti.

Il tempo ricuce vecchie ferite, da galantuomo qual è arrotonda gli spigoli, annebbia i ricordi. Le rughe del viso sono file di eserciti arresi al nemico. Sempre più numerosi, evidenti; stremati e raggruppati su campi di battaglia di pelle rosea.

Da poco ho accettato tutto questo e da altrettanto tempo ho caricato nel mio pc le poche fotografie scattate di quando ero piccola. Sorridevano tutti e quasi non riconosco più nessuno di noi.

Mi intenerisce la foto dove lui mi tiene in braccio. L’indice della mia minuta mano sfiora il suo volto. Forse già allora avevo presagito che qualcosa sarebbe andato storto. L’indicavo con innocenza come a voler dire E’ lui. E’ colpa sua. L’interpretazione attuale toglie molto alla realtà di quello scatto. Una semplice famiglia abbracciata e vestita in modo buffo.

dsc_5509Ad ogni apparizione a casa ed alle sue infrequenti sortite si materializzava una specie di eroe. Era lui che più si avvicinava al mio mondo immaginario di giochi e castelli di fantasia. Al cospetto di mia madre, pratica e disillusa, lui portava poesia e musica. Lasciava una scia di polvere luminosa evanescente ad ogni suo, raro, passaggio. Quanto avrei voluto seguirlo nei suoi viaggi, nelle sue avventure. Farmi accompagnare alla scoperta del nostro mondo.

Sono emozionata e sorpresa nel doverci passare qualche giorno assieme. L’invito a seguirlo ad una sua esibizione in Portogallo è nato casualmente; invito intricato da anni in attesa che una mia sciocca domanda lo scardinasse facendolo volare come un palloncino nel cielo.

Le nostre conversazioni sono fredde, distaccate. Ci scambiamo informazioni. Molte delle sue domande sono ripetitive. Quando si accerta delle condizioni di salute di mamma non credo lo faccia con pentimento. Forse è affetto, probabilmente abitudine. Non ha mai chiesto del mio compagno o della sua esistenza; come se le lancette del suo orologio si fossero fermate a quand’ero bambina.

Vivremo dei giorni strani, sicuramente interessanti, imprevedibili.

casaSuonerà a Casa da Musica a Porto, un enorme struttura futuristica a più piani che contiene diverse sale da concerto. Già lo immagino mentre appoggia la sua custodia ed apre con fare sicuro e rituale le clip usurate. Il vecchio legno che modella la sua splendida e lucente chitarra che estrarrà nuovamente è la dimostrazione della sua fedeltà. Tra la fuoriuscita di tante note la parola fedeltà sembra una forzatura di questo brano vissuto, invece è l’ottava sopra.

Mio padre è una coerente testa di cazzo, il titolo che leggo sullo spartito della mia vita.

Non ci sono stati molti abbracci tra me e lui. La sua chitarra era presente anche in quei rari momenti. Ricordo con piacere il calore del suo corpo mentre mi avvolgeva da tergo e posizionava le mie piccole mani sullo strumento, intento ad insegnarmi gli accordi. Una voce profonda e rassicurante accompagnava lo scorrere delle mie minuscole dita tra le metalliche corde di quel complicato arnese. Quante vesciche e quanto dolopidaore.

Passeremo alcuni giorni a Porto e poi andremo a visitare Lisbona, mi ha detto. Nella capitale voglio visitare la Fondazione Saramago, l’unico sogno da adulta che metterò in valigia.

Il mio desiderio di riscoprire azioni infantili è annientato dal suo sorprendente entusiasmo e dal programma di viaggio. Colorato e surreale, come le nostre vite d’altro canto.

Mi ha parlato del piccolo agglomerato di case grigie con gli infissi blu chiamato Pidao. Collocato tra le montagne e nascosto timidamente tra esse al riparo del sole. Lo visiteremo di strada scendendo da nord verso il cdsc_5553entro.

Ci sarà Sintra con i suoi castelli. Varcati i reticolati di cinta ci perderemo dentro giardini, corsi d’acqua, laghetti e fitta boscaglia formata da alberi centenari testimoni delle lunghe e riflessive passeggiate dei nobili feudatari la cui immensa ricchezza non sempre fu sufficiente a riempire incertezze e solitudini. Si dischiuderanno tra le nebbie i caldi e vivaci colori del Palacio da Pena, uno dei castelli più originali mai costruiti.

Approderemo nella capitale lusitana dopo aver percorso una ventina di chilometri brulicanti di antiche ville immerse in verdi parchi e vicoli inerpicanti fino ad approdare alla torre di Belem, ennesima meraviglia portoghese patrimonio dell’Unesco.dsc_5590

Guiderò io la macchina.

Rassegnata al fatto che ancora una volta sarà protagonista la musica; ad inframmezzare le nostre poche parole.

Magari quelle mai dette tra padre e figlia.

 

 

 

Se non sei mai stato odiato da tuo figlio, non sei mai stato genitore.
Bette Davis

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Lisbona. Sostiene Pereira

28Ultimi sorsi di .

Accartoccio l’incommestibile della mia colazione e lo butto.

Noto quanto sia davvero spropositato il materiale di scarto intanto che il cestino straborda.

Sono avvolto da un alone di stranezza ed incredulità, affrontare un viaggio adesso forse non è la cosa migliore da fare.

La porta si chiude dietro me, una mandata di chiave, la seconda e sono già sulle scale.

Si spegne la luce sui pochi miei averi e certezze che lascio dentro il mio appartamento. Cala il buio anche sul comodino ed il libro che vi è appoggiato sopra. Sotto la lieve patina di polvere sulla copertina si legge Sostiene Pereira.

Tabucchi inventa e descrive la storia di un protagonista mediocre, giornalista timoroso e passivo di ciò che accade in una Lisbona sotto assedio dittatoriale. E’ ambientato nel 1938.

Magari è causa di quel libro se la meta del viaggio è la capitale lusitana.

Arrivato, tra gli innumerevoli sali scendi e binari del tram ordinatamente adagiati sull’asfalto che li ricoprono, soffro un’aria irrespirabile. Penso sia dovuto al fatto che le case sono costruite una attaccata all’altra. Sembrano franate da una montagna e raggruppate ai bordi dell’Oceano in balia di un infinito istante prima di scivolarci dentro. Un affascinante ammasso colorato.

Chi mi ospita nella capitale è sicuro del fatto che la coltre di smog sia dovuta ai nuovi ambiziosi lavori di riqualifica del centro e dall’immane fatica che devono sostenere i mezzi per inerpicarsi tra le vie di Lisbona.

Mi sembra strano rivedere F dopo tanto tempo. Eravamo rimasti in contatto, sporadico, grazie alla semplificazione tecnologica. In altri tempi una semplicissima leccata al francobollo sarebbe risultata fatale al nostro rapporto.

Non mi colloca nella mia situazione attuale se ci troviamo a mangiare una nata in un rinomato locale in Praça dos Restauradores. Bellissima e ricca zona del centro costruita volutamente dopo il terribile terremoto del 1755 che distrusse tutta la città tranne qualche raro edificio. Mentre ci incamminiamo con goffaggine infantile mi pulisco la mano dagli ultimi residui di crema pasticcera, ripieno generoso della terza nata che ho ingerito. Forse non è il momento più adatto per specchiarmi nelle vetrine dell’Avenida Liberdade. Provo un sentimento più solidale rispetto al pover uomo che chiede l’elemosina a pochi passi dai negozi Burberry e Louis Vuitton, che alla agghindata signora che precede il bellman intento ad aprirle la splendente porta del Tivoli.

verdeCi avviciniamo al Parque Eduardo VII. Nell’attraversare l’Avenida Liberdade le mie vie respiratorie hanno goduto di una tregua, ora che siamo seduti al parco ricomincio a respirare. A spezzarmi dinuovo il fiato è la vista panoramica della città.

Ci raccontiamo pagine sparse delle nostre vite ed associo la mia alla Lisbona martoriata dal terremoto. Dentro di me solo macerie e nessuna visione di viali o parchi costruiti per siglare la rinascita. Troppo presto. D’altronde, mi spiega pazientemente F, ci vollero cent’anni prima che il francese Marchese di Pombal diede il via alla costruzione della Avenida Liberdade.

tram2Condizionato dalle descrizioni mi aspettavo una città più poetica. Magari più artistica. Eppure F è emigrato dall’Italia decenni or sono per impiantare lì il suo studio di pittura. Ero tra quelli che all’epoca lo sottostimava mentre mi concentravo a primeggiare nella competizione del consumismo più sfrenato. Rispetto ai suoi epocali detrattori mi sento meschino e vigliacco. Mi nascondevo dietro persone che dichiaravano con cattiveria, ma in prima linea, il disprezzo nei suoi confronti. Usavo un fasullo sentimento d’amicizia per fargli pesare la mia presunta superiorità. Era alternativo, a modo suo unico e così lo vedo anche adesso mentre con disinvoltura continua a spiegarmi ogni angolo della sua città adottiva guardando fuori dalle finestre del tram 26. Per lui la libertà è qualcosa di naturale. E’ cresciuto libero. La riscoperta di questa libertà mi destabilizza.

Scendiamo dal tram 26. Il percorso è stato sorprendente ed ha svelato la parte più tradizionale di Lisbona. Sento di indossare un sorrisino da ebete mentre osservo il cartello di avviso nel vagone; informa i passeggeri del pericolo di borseggiatori. Non è l’insegna che mi fa sorridere bensì il confronto tra l’accorgimento protettivo adottato dal mezzo pubblico per evitare spiacevoli furti di modesti valori e la totale noncuranza con cui avevo portato al lastrico intere famiglie senza il benché minimo avviso.

fumettoDistolgo lo sguardo dall’intenso azzurro di occhi di donna che colgo nel ordinato intreccio di colori di uno dei quadri dipinti da F. Non riesco a farmi distrarre da niente e vengo completamente coinvolto dalle opere esposte. La mia glaciale scalata al successo aveva chiuso ogni spiraglio all’idea che quel ragazzo senza ambizioni potesse affinare la sua tecnica fino addirittura consentirgli di vivere di arte.

Non sono tutte sue le opere.

Mi racconta che lo studio è frequentato da altri due artisti con i quali ha un rapporto professionale duraturo e fraterno. Ama ospitare ragazzi talentuosi desiderosi di esprimere le loro idee attraverso l’arte. Per partecipare alle sessioni artistiche hanno l’obbligo di pagare una retta che consiste nel portare con sé qualche lattina di birra, qualcosa da mangiare e qualche amico musicista. Spesso impiegano più tempo a discutere, bere e suonare che a dipingere.

Il quartiere storico docolorve ci troviamo si chiama Alfama e non ha un aspetto rassicurante. Per accedere al suo studio siamo entrati da una finestra affacciata sulla strada riadattata all’uso di porta. Viene oscurata per qualche secondo al frequente passaggio del tram.

Nel frattempo si è fatta sera e decide che oggi è un giorno troppo speciale da passare chiusi nel suo laboratorio. Armeggia gli interruttori ed usciamo da una porta secondaria. Si spengono le luci dietro a noi. Attraversiamo l’ampia ed ordinata stanza adiacente dove prevale il colore neutro grigio delle pareti. Le sculture esposte nelle teche hanno uno spot di luce ed una targhetta con la schematica descrizione. Anche l’arte per sopravvivere necessita di una parte meno nobile, commerciale. Penso.

dsc_5755Tra le portate del menù che stiamo consultando su una piccola lavagnetta nel caratteristico locale dove ci troviamo permane ancora dell’imbarazzo. Le ridotte dimensioni della stanza obbligano gli avventori a sedere gomito a gomito anche tra sconosciuti. Diversità compresse in pochi metri quadrati.

Tutto sommato avrei desiderio di parlare di me e di cosa stava accadendo ad F, ma non trovo lo slancio per farlo. Penso alla faccia che farebbe la mia giovane sconosciuta vicina di panca se sentisse e capisse chi sono veramente. La cena invece scorre veloce tra la curiosità d’aver indovinato il cibo ordinato e le scritte sui muri, riesumazioni adolescenziali e commenti sugli altri commensali.

L’indaffarata e cordiale signora che si muove agilmente tra le barriere umane del suo ristorante si appoggia al nostro tavolo e conteggia velocemente su un piccolo block notes quello che dobbiamo lasciare. Intravedo la cifra, onesta, ma non ho il tempo di pagare. Vengo trattenuto da F che scambiando sorrisi e parole portoghesi incomprensibili con l’affabile locandiera salda abilmente il conto. Ringrazio F ma lo obbligo a continuare la serata altrove a mie spese.

I vicoli che attraversiamo sono riflessi nelle pozzanghere d’acqua che l’abbondante piovuta pomeridiana ha lasciato dietro sé.

A Lisbona la musica rimbalza tra le pareti dei muri delle case e trova la sua massima dimensione nei locali di Fado.

veccioSono un broker, fallito come le persone che ho strascinato dentro la follia economica di cui mi assetavo. Non conosco amicizia e sincerità ma solo il lusso dell’inanimato e rapporti pretenziosi ed occasionali. Il suono violento e sordo delle due porte che mi sono state chiuse in faccia in questi ultimi giorni rimbombano continuamente in me. E’ il vuoto che ho dentro alimenta l’eco di questo dolore che pare infinito. Ero e sono drogato di numeri, economia, soldi. Di niente.

Di locali assordanti e ristoranti di prestigio, abiti cuciti su misura, donne a cottimo e polvere bianca. Mal di testa e bruciore agli occhi. Occhi arrossati dall’alcool e dal monitor del mio laptop. Investimenti incoscienti e proposte indecenti nell’emozionante sali scendi della Borsa. Roller Coaster su cui ho volutamente, irresponsabilmente, egoisticamente stipato gente in ogni spazio del treno.

Follia alimentata da persone dalle mani ruvide, camminate stanche, sguardi fiduciosi.

Ho rovinato loro. Ho rovinato me.

Arrivano i nostri drink e non ho seguito nulla della descrizione di F riguardante il Fado. Era assorto nei miei pensieri. Pensieri che continuo a nascondergli.

Nella sala si accende una luce rossa. Segnala l’arrivo del gruppo che da lì a pochi istanti si esibirà per l’intima platea.

Porto il bicchiere alla bocca e Cristiana Águas comincia a cantare.

Ascolteremo questi canti e lascerò Lisbona. Penso.

Domani caricherò il mio pesante fardello e tornerò da dove sono arrivato.

Da dove non c’è domani.

La maratona di Porto

Attendo l’apertura del gate d’uscita per imbarcarmi sul volo diretto a Porto.

E’ mattina presto, sono seduto, guardo in giro, osservo.

medalportoIl mio sguardo punta verso il basso alla ricerca di indizi per riconoscere altre persone che hanno scelto la città lusitana per correre la maratona. Passo in rassegna la tipologia e la marca delle scarpe, carta d’identità pressoché infallibile del corridore. Ce ne sono parecchie, indossate anche da insospettabili e fisicamente impreparate persone. Almeno apparentemente.  Magari quelli percorreranno i 15K.

E’ lo stesso gruppo di amici che commenta l’arrivo di alcuni ragazzi cui non serve guardare le scarpe. Hanno la pelle nera come la notte appena trascorsa. Magrolini e spaesati, dallo sguardo fragile ed insicuro. In fila tra le tante persone che prenderanno quel modesto volo low cost da lì a poco. Sicuramente kenioti. Gli africani sono fenomenali nelle competizioni di questo genere.

Dal mio sedile ho modo di rivederli in piedi nel corridoio dell’aereo; spontanei nello scattarsi alcune foto subito dopo aver riposto i bagagli nelle cappelliere. Giovani e sconosciuti ma forse abituati ad avere gli occhi sempre puntati addosso. Sezionando le loro diversità c’è chi li contempla perché immagina siano dei fuoriclasse, chi li osserva preoccupato perché pensa siano emigrati o clandestini in fuga, chi semplicemente perché negri.

Le assistenti di volo si prodigano nell’indicare ai passeggeri tutte le norme di sicurezza vigenti, le turbine del velivolo iniziano a rombare a fasi alterne spingendo la macchina verso la pista di decollo. In quei momenti riavvolgo il nastro dei sei mesi precedenti, come una persona che sta cadendo da un grattacielo al quale si illuminano intermittenti finestre di memoria. Sono sicuro di essere pronto a terminare una gara descritta come mentalmente e fisicamente impegnativa. Diciamo.

Mi sono allenato duramente e costantemente davanti ad ogni ostacolo ed avversità meteorologica, fisica e mentale. Ho sfiorato i miei limiti, ho avanzato i miei traguardi giorno dopo giorno. Ma i dubbi rimangono.

Cominciano a rimpicciolirsi le case e da lì a poco finiremo inghiottiti tra le nuvole. Non posso che insistere a pensare all’evoluzione che ho assimilato durante questo periodo di preparazione. Dall’alone di perplessità iniziale, all’influenza di riviste ed articoli redatti per meri fini commerciali, alla consapevolezza di essere pronto. A pensarci adesso la stessa sensazione che mi attanagliava gli istanti prima di calcare il palcoscenico. La certezza di aver studiato la parte da recitare, il tremore iniziale che accada qualcosa d’improvviso che te la faccia dimenticare, l’improbabile predizione di accadimenti esterni che possano modificare l’evento così come te lo immagini.

Chiudo gli occhi, respiro profondamente. Lentamente. C’è il silenzio più totale.

Porto le mani al volto. Le dita sono intrecciate. L’indice di entrambe mi aiutano a mantenere le palpebre chiuse; appoggio il mento sui pollici. Il buio, il vento, il mio battito, i miei respiri.

Giù le mani, gli occhi si riaprono; decimi di secondo in cui il silenzio è dissipato da rumori ovattati; si fanno sempre più consistenti. Uno sparo. I primi passi tra la confusione e la musica. Si corre. Tra migliaia di persone e le nostre storie di vita raggruppate ma quel solo giorno, forse, da condividere.

Incrocio l’ultima volta i ragazzi kenioti con la quale avevo condiviso parte del viaggio. Vederli correre è uno spettacolo. Mantengono tempi impensabili. Spogliatisi delle loro tute, vestono una semplice canottiera e pantaloncini come invincibili guerrieri indossano corazze e come loro guardano davanti senza esitazioni. Sono istanti in cui posso notare la metamorfosi dei loro sguardi mentre volano leggeri e decisi sull’asfalto.

Scorrono portando con sé anche la mia invidia sportiva che lascia spazio all’ammirazione ed al realismo. Loro sono giovani professionisti. Io né uno né l’altro.

Sono preparato a portare a termine questa maratona e lo sto facendo in modo inaspettatamente disinvolto, senza l’aiuto di integratori, barrette e tutto ciò che il marketing vuole farci credere indispensabili. Ogni 10K assumerò l’acqua che perdo. Gli ultimi 15 aiuterò la spinta con del gel energetico. Questo è quanto.

Comincio a sospettare, ribaltando le parti, che i campionissimi incrociandoci abbiano pensato alla stranezza di noi dilettanti. Instancabili e di fretta nel marasma quotidiano delle nostre metropoli dove sacrifichiamo affetti e sentimenti pur di non rimanere indietro nella corsa allo sviluppo; lenti e molli sulle gambe nel vivo della competizione quando troviamo pure il tempo di goderci i paesaggi.

Mi piace correre, conosco la città e me la riguardo. Il Parque de Cidade nell’elegante Matosinhos è ormai alle spalle, inizio ad avvicinarmi al Ponte di Sant Louis. La cadenza della mia corsa ricorda lo scorrere dei vecchi rumorosi proiettori a bobina mentre irradiano immagini. Sequenze di Oceano Atlantico, barche a vela, raggi di sole e persone che incitano ai lati della strada. Reverenzialmente mi accodo ad una atleta professionista almeno nell’aspetto. Mi sento rallentato. Riprendo la mia cadenza e la lascio dietro. Così accadrà anche nelle salite che affronterò dall’altra parte del Rio Douro ed una volta riattraversato il Ponte Louis intorno al 25mo km dove cercherò inutilmente di trovare qualcuno che faccia da traino. Non accuso stanchezza, perlomeno non tale da impedirmi di continuare senza cali, eppure vedo moltissime persone in grande difficoltà. Comincio a ripensare agli esercizi, al caldo soffocante ed alle salite massacranti che mi hanno sì preparato fisicamente, ma anche messo a dura prova mentalmente.

_20161108_224208Sono ripagato da un allenamento impegnativo e costante.

Attraverso il traguardo ed è una soddisfazione che non sfocia in pianti liberatori o accasciamenti dovuti alla mancanza di forze. Non sento nemmeno crampi nonostante abbia sprintato gli ultimi 3K.

Indosso la mia prima maglia finisher ma la testa è già alla prossima maratona dove mi sento in dovere di abbassare il tempo.

Eppure il primo amore non si scorda mai.

Bellissima Maratona di Porto, non ti scorderò mai.

Porto: Born for Triathlon

La tridimensionalità di Porto non solo valorizza gli aspetti estetici della città lusitana, come precedentemente annotato, ma esalta le attività sportive cui questo luogo si presta ad esserne habitat naturale.

Chi ha piacere di svolgere attività all’aperto come la corsa o il ciclismo, a Porto troverà numerose piste che gli permetteranno di godere appieno ogni singolo centimetro della città.

marginalIl Percorso da Marginal, che segue il corso del fiume Douro per poi costeggiare l’Oceano, con la sua vicinanza all’acqua e le spiagge delimitate da rudi insenature, alimenta la fantasia nell’immaginare i così detti iron man mentre si tuffano e dissolvono la propria immagine tra le onde per poi riapparire come singole miracolose apparizioni centinaia di bracciate dopo; di corsa verso la loro bicicletta e nemmeno distratti dalla bellezza della natura, tanto concentrati sul loro obiettivo. Si susseguono i pensieri e le fantasie mentre si percorre questo splendido sentiero dalla difficoltà bassa, non fosse per le consuete folate di vento e costanti pendenze in leggera salita. Il paesaggio circostante però è un potente anestetizzante dato che nei momenti di difficoltà è la mente il primo, nella maggioranza dei casi unico, ostacolo da superare.

I suggerimenti riportati sui cartelli segnaletici strizzano l’occhio al runner più esperto e cercano complicità nel principiante, avvolgendolo di attenzioni e cure per far sì che l’esperienza della corsa non possa mai trasmettere dei traumi. Così recitano: consulta un medico prima di fare attività fisica costante, cammina almeno tre volte la settimana per un periodo di trenta minuti, adotta una velocità tale da respirare senza affanno, aumenta la distanza gradualmente, utilizza scarpe adeguate ed abbigliamento traspirante, bevi acqua regolarmente. Probabilmente è anche grazie a queste avvertenze che un numero impressionante di portoghesi e non, usufruisca del percorso, sia praticando la corsa a piedi che in bici. Durante le festività una marea di magliette dai mille colori danno vita all’onda umana che con il suo ritmo cadenza le strade.

run

merSe fatta in modo corretto l’attività fisica produce benefici non solo a chi la pratica ma anche alle casse dei comuni che la promuovono ad incominciare dalla sensibile riduzione delle malattie cardio vascolari e disfunzioni derivate dall’obesità. Il miglioramento della vita ed il conseguente cambio di routine permetteranno inoltre ai beneficiari di eliminare gradualmente le cattive abitudini culinarie, preferendo il cibo bio, di conseguenza quasi sempre a km zero, alle patatine fritte e gli hamburger alimentando così non solo in modo adeguato il proprio stomaco ma favorendo il commercio locale a discapito di catene ultrafrittolose americane. Ulteriore introito al Comune deriva dalle manifestazioni sportive che non solo contribuiscono con le partecipazione dei locali ma attirano anche numerosi turisti che, con i soldi risparmiati in sigarette, potranno coccolarsi tra i prodotti e l’abbigliamento cui gli sponsor tecnici provvedono a fornire la città, in particolar modo durante le fiere. Buone nuove anche dal punto di vista del traffico che sgonfiandosi giorno dopo giorno diminuisce il logoramento del manto stradale, la conseguente manutenzione e riducendo ovviamente le emissioni tossiche.

faroPaesi dati per morti e sepolti, come il Portogallo, hanno programmato il loro futuro ed hanno creduto che l’investimento migliore da fare era il ritorno alla semplicità. Una lenta ed efficace educazione alle sane abitudini ed alla sostenibilità hanno rimesso in moto anche la macchina dell’economia che fino a non molto pareva essere egemonia di multinazionali e stregoni industriali, insegnando a tutti che la formula per uscire dalla crisi è mettersi a correre. Letteralmente.