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Nashville. Senza titolo

Se sapessi scrivere probabilmente racconterei la storia di una donna seduta in una tavola calda mentre sorseggia il suo caffè e legge una rivista al riparo dalla pioggia. Certo prendendo spunto da Tom’s diner, canzone di Susanne Vega. Nella sua ordinaria e semplice storia e con poche parole come solo i poeti sono capaci di fare, descrive preziosi gesti di gente comune. Chi scuote l’ombrello prima di entrare nel locale, chi si specchia nella vetrina alzandosi la gonna ed aggiustandosi le calze pensando di non essere vista dalla persona seduta dall’altra parte.

Avessi questo dono prezioso, abbinato alla pazienza degli osservatori, chissà come descriverei bene la città di  Nashville e con quale storia riuscirei ad appassionare i miei lettori. Snellendo i periodi da tanti inutili particolari, mi concentrerei sui protagonisti, descriverei i luoghi. Le loro vicende le narrerei  così, come realmente accadute oppure con qualche ritocco di fantasia, come fossero pennellate di colore in un quadro dalle tinte scure. Il fiume Cumberland continuerebbe a scorrere  ma con l’aggiunta delle parole giuste riuscirei a ridare luce alla forza della natura così spesso banalizzata dai nostri egoismi.

Nashville è città abituata ad esibire moderni menestrelli con il cappello da cowboy, cresciuti con la chitarra tra le mani soffianti aria e polvere nelle pulsanti armoniche. Il loro cammino di cantastorie è geneticamente solcato. Riassumono in pochi versi sentimenti che non riescono a contenere intere biblioteche.

Avessi questa abilità avvolgerei il lettore tra le luci soffuse di un locale mettendolo a sedere davanti ad un palco da dove potrebbe percepire la battuta del tempo scandita dallo stivale del cantante. Riuscirei ad essere romantico nel descrivere la bionda e bella ragazza al banco del bar mentre protesa in avanti con i suoi jeans attillati, le natiche sode e la tshirt scollata, si lascia trasportare dalle promesse poetiche della canzone e dal suo cantante preferito.  

Quante cose potrei raccontare se solo ne avessi la capacità.

Come l’atmosfera contadina della leggendaria Grand Ole Opry House, luogo sacro in cui si sono esibiti e continuano a farlo i migliori talenti della musica country.

Un teatro in cui si riversano centinaia di persone come in una festa di paese. Richiamati dai loro idoli che per qualche ora canteranno e suoneranno novelle che si insinueranno nell’arida quotidianità rendendola soave e profumata. Se fossi uno scrittore mi soffermerei anche ad osservare le mani degli spettatori in attesa del overture  attraverso la trasparenza della plastica di bicchieri riempiti di birra fino all’orlo che intanto scorre dalle spine come il fiume Cumberland. Magari inventerei il gioco vita dura, vita facile contrapponendo l’apparenza di mani tozze e callose a quelle più curate ed affusolate. Farei di ognuno rassegna dell’abbigliamento, delle scarpe e dell’atteggiamento. Non per giudicare, per descrivere.

Non credo basterebbe nemmeno questo a rendere i miei scritti interessanti, coinvolgenti. E’ l’inesistente che i poeti riescono a concretizzare in uno scarabocchio di lettere.  Riescono a dare momentanea sostanza all’invisibile energia. I sentimenti. Ma come faccio a coglierli dentro a tutte quelle persone corazzate dentro camicie a quadri e lunghi abiti ricamati? Dai volti nascosti sotto ad ampi cappelli da cowboy o da appuntiti stivali in cuoio? Come faccio a perforare tutto quel tessuto ed insinuarmi tra i loro cuori? Ho tanta voglia di imparare, di conoscere il metodo per farlo, ma mi sembra tutto così inutile. Non saper scrivere è frustrante. Non riuscire ad espletare i propri sentimenti è frustrante.

Caro lettore, che dispiacere non esser stato in grado di descriverti Nashville. Di aver omesso protagonisti, luci, ombre, vento gelido, stivali giganti e chitarre appese, di non essere riuscito a farti sorseggiare una birra assieme a me al tavolo del Lucky Bastard Saloon con la vetrina affacciata sulla Broadway. Quanti versi strozzati che mi porterò dentro.

Così anziché aver scritto di Nashville ciò che avrei voluto, mi ritrovo con un’altra accozzaglia di parole senza titolo.

Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra.

(Giovanni Pascoli)

Avete vinto voi

Ebbene sì, avete vinto voi.

Chi pensava che la pandemia avesse in qualche modo alzato di qualche centimetro il senso della collettività si sbaglia di grosso. 

Ormai è evidente che l’effetto è stato opposto, un libera tutti dalla quale non si vede la fine in fondo al tunnel.

In questa estate italiana 2021 con intermittente parvenza post pandemica, scorrazzano baldanzose intere famiglie alla ricerca di raggi di sole ed acque incontaminate tra località turistiche nostrane ormai costrette ad una sorta di prostituzione professionale pur di racimolare gli ultimi spicci derivanti da bonus vacanze e redditi di cittadinanza. La professionalità si è ristretta come un maglioncino di lana lavato a 180 gradi e centrifugato a 1200 giri. E’ circoscritta nelle zone considerate vip, dove solo pochi eletti possono accedere e sono, guarda caso, gli idoli degli idioti instagrammati che provano ad emularne le gesta. Bottiglie di champagne stappate con sorrisi e scioltezza a bordo di inavvicinabili yacht da categorie di persone che nulla hanno a che spartire con il popolino cafone se non, spesso, le loro origini e la cafoneria stessa.

Locali, ristoranti, alberghi sono costretti a lavorare con un numero ridotto di personale alle prime armi e frequentemente sotto pagato. Quasi impossibile trovare e remunerare i professionisti, già evasi all’estero anni or sono alla ricerca di commisurati riconoscimenti. Quelli rimasti a casa preferiscono giustamente il divano ed un reddito regalato che, seppur minimo, supera le offerte di mercato.

Le persone che nei decenni passati si incontravano nei corridoi degli alberghi e con le quali ci si scambiava un cordiale cenno di saluto che poi silenziosamente si ritiravano nelle loro stanze, sono state sostituite da frotte di bambini urlanti dalle infradito usate come zampe palmate di papere fuori habitat e nocche addestrate a picchiare le rimbombanti porte di legno in attesa che qualche genitore apra loro l’uscio. Non esistono più le ore di silenzio che in un hotel dovrebbero essere h24.

Lunghe carovane di individui fuori forma vocianti e strascicanti coinvolti in strenue battaglie alla ricerca di sedie e tavoli liberi in quelli che una volta erano ristoranti ed oggi sono semplici mense. Lunghe code di canottiere e pantaloncini corti, che sia pranzo o cena, al buffet da svaligiare di turno. Facce scure deluse dalle privazioni della vacanza dei loro sogni e con un buco nero nello stomaco capace di ingurgitare quantità industriale di cibo che nemmeno il rutto conclusivo riuscirà ad addolcire le loro monotone vite.

Infanti annichiliti dai cartoni sparati sugli smartphone posizionati sul tavolo con volumi da drive in. I richiami da metri di distanza tra i componenti delle varie tribù familiari per urlarsi il superfluo. Sedie stridenti trascinate come corpi morti e porte sbattute in faccia al buon senso.

Questa pochezza ha riempito tutti gli spazi lasciati colpevolmente vuoti dalla gratitudine e dalle regolette base della buona educazione. Sventola alta e fiera la bandiera del io ho pagato a giustifica di tutte le nefandezze intellettuali commesse quotidianamente dal turista moderno, un po’ come accade ad Israele* che ad ogni accusa si nasconde dietro all’evergreen antisemitismo.  (*sì, è una mia ossessione e tale rimarrà finché la Palestina non avrà giustizia)

Domina incontrastato un pensiero unico globale che si è conformato allo spartito scritto dai vari Amazon, Netflix e tutto ciò che si può comprare. Come se il bon-ton fosse in vendita sugli scaffali virtuali dei grandi magazzini.

Così va oggi il mondo, compresso e ridotto al minimo non indispensabile, addobbato da una marea di plastica e cazzate.

Ben inseriti in una società che non tiene conto delle persone più vulnerabili. Marciapiedi e piste ciclo pedonabili progettate con enfasi e contributi europei, realizzate con fastidio, abbandonate e violentate da suv e furgoni dittatori incontrastati della strada.

La prevalenza della costante rumorosità di pensiero, confusione mentale urlata in ogni occasione ormai da tutti, non più da molti idioti auto eletti.

Quindi maleducati ed ignoranti, anche se mai sarete consapevoli di questo, sappiate che avete vinto voi. Avete portato al trionfo il menefreghismo, la puerilità, l’arroganza, la meschinità, il nulla.

Sono d’accordo col fatto che nel mondo non ci sia equità; le persone maleducate infatti sono molto più numerose di quelle ben educate. (Salvatore Cutrupi)

San Diego. Incontro

Un signore distinto di mezza età si allontana dalla cassa dopo aver ritirato le sue cibarie. Si avvicina ad un tavolo occupato da una ragazza a cui si rivolge educatamente

“Buongiorno, se questo posto è libero le dispiace se mi siedo qui di fronte a lei?”

Lei alza lo sguardo e risponde abbozzando un sorriso di cortesia.

“Sì, è libero, si accomodi pure”

Lui ringrazia, appoggia il vassoio al tavolo e prende posto.

“Sbaglio o parliamo la stessa lingua? Che combinazione! Ci sono parecchi posti liberi ma stanno lavando il pavimento e sono tutti inaccessibili. Grazie ancora e scusi se la disturbo”

La ragazza da un piccolo morso al panino che tiene tra le mani. L’uomo scarta il suo e fa lo stesso. Tra un boccone e l’altro ha inizio una conversazione

“Come mai è da queste parti? Lavoro, turismo? Se posso chiaramente…”

Chiede il signore. Lei non sembra infastidita dalla domanda e risponde

“In questo periodo io e mio marito ci dedichiamo ai viaggi un po’ più impegnativi rispetto ai week end fuori porta. Gli USA sono una di quelle mete che ci ha sempre incuriosito per la varietà del paesaggio e per la vastità degli spazi”

L’uomo ascolta attento sorseggiando da un bicchierone di plastica una bevanda esageratamente zuccherata e gassata.

“Quindi è sposata. Ma suo marito l’ha abbandonata in questo misero fast food ed è scappato in Messico?”

I due ridono alla battuta

“No, è nei dintorni anche se mi ha fatto venire il dubbio che abbia trovato qualche giovane messicana e sia fuggito oltre confine. Lei invece come mai si trova in California?”

“Anch’io sono attratto dagli States per gli stessi motivi. A volte mi capita di venirci per lavoro, altre, come in questo caso, per passarci le vacanze. La California è uno Stato particolarmente ricco ed interessante ma apprezzo anche altri luoghi meno sfavillanti. Lei viene spesso a mangiare nei fast food?”

Chiede lui mentre vengono distratti dal passaggio di un’impiegata di colore dalla mole gigantesca intenta a trasportare faticosamente il carrello dei detersivi. Ad ogni passo il suo fondoschiena si scuote come in una danza hawaiana a ritmo con il liquido contenuto nel  secchio.

“No, non ci vengo quasi mai. Trovo questo tipo di cibo piuttosto insano

Risponde la donna  e questa volta è lui a sorridere

“In effetti , così a prima vista, ho avuto l’impressione che lei sia un po’ sofisticata. Nemmeno io amo questi posti. Anzi, le dirò, questa costante puzza di fritto e la discordanza tra le foto dei prodotti  della pubblicità e la realtà mi infastidisce proprio”

Mentre lo dice preme con le dita il panino risaltando la mollezza del pane

“Sì vero. Ma allora perché è venuto a mangiare qui scusi…”

“Me lo chiedo anch’io. Ecco a dire il vero avevo un incontro con una persona”

La ragazza evita di porgere ulteriori domande per educazione. Si guarda in giro distratta dai clienti che passano a fianco a loro in cerca di tavolini disponibili. Fuori dalla vetrina scorge un senza tetto intento a racimolare qualche soldo o del cibo che gli consenta di passare la giornata. Anche lui lo nota e vuole approfondire.

“Ha notato quanti homeless ci sono a San Diego? A me pare che in tutti gli USA siano in forte aumento. Certo qui è davvero impressionante vedere tutte queste persone buttate in mezzo alle strade”

La ragazza è d’accordo.

“Il paradosso è che se attraversa il ponte e va a Coronado Beach il più povero è come minimo proprietario di qualche villa”

Lui annuisce e da un altro morso a quello che rimane del suo panino striminzito

“Indubbiamente sapere che gli abitanti dell’isola hanno a disposizione il campo da golf municipale e da questa parte ci sono persone che vagano nel nulla come gli zombie fa impressione”

“D’altronde questo è il Paese dei paradossi. Il sogno americano e la povertà estrema, la libertà e Guantanamo, l’uguaglianza ma prima gli americani… E’ un Paese bellissimo da visitare ma dal punto di vista politico è davvero un disastro. Diciamo che i Repubblicani bombardano con il petto in fuori, i Democratici bombardano lo stesso ma con più discrezione”

La donna alleggerisce subito la conversazione

“Ma dobbiamo parlare proprio di politica? Con questa meravigliosa giornata?”

“Non mi fraintenda ma davanti a me di meraviglioso vedo solamente i suoi occhi

Replica sfrontatamente l’uomo.

“Così però mi fa arrossire…”

La ragazza abbassa lo sguardo cercando di nascondere un po’ il suo imbarazzo

“E’ la verità. Non mi spingo oltre perché non vorrei mai arrivasse suo marito a gonfiarmi di botte”

Ancora una volta la coppia improvvisata si mette a ridere.

“Mio marito non so neanche se è geloso. A volte sembra non mi consideri proprio”

“Magari è solo una sua impressione. Ognuno è fatto a modo suo. Mi creda che il suo sguardo, la sua bocca, il suo sorriso non passano certo inosservati. Se l’ha sposata vuol dire che è rimasto folgorato sulla via di Damasco…”

“Lei dice?”

“Sì, lo dico e lo penso”

“Non ne sono così sicura…”

“Che dice se ce ne andiamo da questo postaccio che ho gli abiti impregnati di fritto?”

“Sì, sì, non vedo l’ora anch’io di levarmi questo odore di dosso”

Dopo aver ripulito dai residui cartacei i vassoi i due lasciano il locale.

“Ma davvero pensi che io non ti consideri?”

Dice lui mentre apre la porta della loro macchina

“A volte. Non capisco come tu faccia a non essere geloso… Se m’avessi veramente trovata seduta con uno sconosciuto come avresti reagito?”

“Avrei stretto la mano al tuo nuovo pretendente e sarei scappato in Messico con una giovane messicana”

“Che scemo…”

 

“Nei momenti sereni ricordati di temere sempre le avversità e nelle avversità ricordati di sperare sempre in cose migliori.”
Catone il Censore