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Questo ero, questo sono

Chissà chi si è accorto che a dicembre non ho postato nulla.
Qualcuno avrà pensato che controviaggio e chi lo scrive si saranno esauriti, qualcun altro forse avrà sentito la mancanza di una nuova storia; la maggior parte non si sarà accorta di niente. Intanto io mi sono preso un mese di pausa totale perché avevo bisogno di staccare la spina alla parte creativa del cervello. Forse l’unica mia funzionante tra l’altro. Mentre premeditavo quello che avete appena letto, mi è venuto in mente quando da ragazzino conducevo un programma radiofonico di mia creazione. La radio era locale e non proprio seguitissima, ma a vent’anni l’idea di avere a disposizione un mezzo di comunicazione potenzialmente così efficace era sicuramente esaltante. L’idea di lavorare in radio mi attirava tantissimo, fino al punto da spingermi incoscientemente a bussare letteralmente alle porte delle emittenti e chiedere un posto come speaker radiofonico. Radio Popolare nella piccola Gorizia, non quella famosa ed impegnata di Milano per intenderci, mi aprì la porta e mi insegnò ad usare microfoni, mixer, piatti e via dicendo. Il mio primo programma era serale, naturalmente non remunerato; non ricordo che argomenti trattasse ma trasmetteva musica di cantautori per lo più italiani; non erano così commerciali come lo sono diventati negli anni a seguire. Si chiamava Slight Night, Notte leggera. All’epoca mi piaceva il suono delle parole con cui avevo titolato il mio spazio radiofonico, sinceramente non ne conoscevo il significato.
Fatto sta che praticamente ogni notte le mie frequenze giungevano sotto onde fm presso gli apparecchi di qualche ascoltatore. Non c’erano social da utilizzare per valutare lo share e l’unico modo per avere un riscontro immediato era il telefono fisso della radio. Quello nel mio studio non squillava mai. Nessuna interazione, nessuna richiesta, il nulla. Tant’è che ben presto cominciai a pensare che la sola utilità di quel programma era che io potessi registrare sulle cassette (allora quelle c’erano) tutte le canzoni e dischi presenti in archivio. Un universo musicale che non conoscevo minimamente.Tutto questo preambolo per evidenziare una similitudine con controviaggio, ossia ciò che avvenne una di quelle notti in cui, completamente preso dallo sconforto, premetti il pulsante on del microfono e dissi in diretta che Slight Night era un programma inutile, non ascoltato da nessuno e che quella sarebbe stata la mia ultima trasmissione. Dopo qualche secondo, per la prima volta, il vecchio telefono azzurro della radio squillò facendo lampeggiare uno dei suoi grandi tasti. Non ci potevo credere. Aveva chiamato una signora, dal tono vocale presumo anziana, che mi pregò molto gentilmente di continuare a mettere su canzoni ed argomentare. Disse che ero di buona compagnia e mi spronò a proseguire.
Certo non è come affacciarsi ad un balcone ed avere i fans che ti acclamano e si strappano i capelli per te, ma essere in qualche modo utile anche ad una o poche persone è qualcosa di gratificante.
Ecco, io non so chi legge e perché quello che scrivo, ma che sia una persona o diecimila poco importa. Controviaggio non è un blog come ce ne sono a migliaia gestiti da influencer che si raccontano attraverso i loro spostamenti seguendo il cliché guida turistica. Dal mio punto di vista nei posti dove andate, se ci andate, potete fare quello che più vi pare e come meglio vi pare. A voi il gusto della scoperta. Fare da cicerone non mi interessa perché lo faccio già di lavoro controviaggio è un impegnativo passatempo, ma non il mio lavoro.
Non sono una persona particolarmente social e preferisco la qualità alla quantità. Il buon vino sta nella botte piccola.
Ciò detto vado avanti e vediamo quali corde riuscirò a toccare il prossimo anno solare che, almeno dal punto di vista logistico, promette abbastanza bene.

Andiamo avanti e vediamo cosa succede…

“Non abbassare mai i tuoi standard per compiacere gli altri.”
(Vince Lombardi)

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Huế: pioggia sulla città proibita

La pioggia è incessante e sul vetro opacizzato traccio distrattamente dei segni con il dito.

Fisicamente sono in una stanza, forse in Francia.

La mente è nella città imperiale di Huế.

Anche ad Huế capitava spesso di stare seduti sotto i portici ad ascoltare la pioggia. Guardarla scendere sui volti fieri dei miei avi e dei loro valorosi guerrieri scolpiti nel bronzo. Le anime e le gesta di queste potenti figure sembravano rivivere con i fischi del vento; inghiottite e poi risputate dalle bocche dei dragoni erti a proteggere la famiglia imperiale e coloro che la servivano.

A filtrare la crudeltà della realtà umana agli occhi di un bambino, quello cui ero all’epoca, ci pensavano i monaci. Loro provvedevano alla mia istruzione. Il compito di insegnare al figlio dell’Imperatore ciò che è il mondo, il suo mondo, non è facile impegno. Le loro parole sapevano sempre essere opportune e delicate. La strada del sapere che mi prepararono era lunga, contorta, fatta di piccoli inganni, nessuna scorciatoia ed un velo di soffici piume che mi accompagnarono passo dopo passo. Chiesi anche della guerra. I monaci prediligevano affrontare la mia curiosità nelle giornate più cupe e nuvolose. Pioveva sulla città proibita e, forse, il sangue veniva lavato per sempre dalle mura e dalle coscienze. Faceva bene al loro spirito pensarlo.

I racconti di ciò che avveniva là fuori erano innumerevoli. Per me e per l’Imperatore, mio padre, era sufficiente la nostra sacra dimora protetti dalle mura. Da adolescente, nel poco tempo di gioco e solitudine, appoggiavo le orecchie sull’umido muro che mi sovrastava. Ascoltavo quello che il mondo mi sussurrava dall’altra parte. Sui libri avevo letto e visto, dai racconti dei monaci sentito, di enormi distese d’acqua, di giganti creature marine e uomini coraggiosi che le sfidavano a bordo di piccole imbarcazioni ricavate da tronchi d’albero; di invalicabili montagne ricoperte da fitta boscaglia ed animali pelosi dalle grandi zanne predati da valorosi combattenti armati di arco e frecce.

La porta d’ingresso principale della città non veniva spalancata frequentemente. Era riservata all’Imperatore ed egli non amava allontanarsi troppo. Da quelle laterali ho visto comparire persone da ogni provenienza. Il mio contatto con gli estranei si limitava ad essere visivo. Loro non potevano rivolgersi a me, io a loro. Un giorno mio padre mi volle seduto accanto a lui ed a mia madre durante l’accoglienza di uno di questi signori. All’epoca non avevo mai visto, se non disegnato sui libri, un viso dalle caratteristiche così diverse dalle nostre. Quello che era un generale dell’esercito francese allora mi risultava essere una simpatica caricatura. Mi faceva ridere quasi come fosse un grande pupazzetto vivente. I suoi lineamenti squadrati, gli occhi e la bocca così piccoli. Quel cappello rotondo che inglobava tutta la sua testa. La lingua che parlava mi era nota; era stata introdotta nei miei studi qualche anno prima. I toni tra l’Imperatore ed il generale erano cortesi ed i nostri servi continuavano a riempire le tazze del e far dono di oggetti preziosi. Il generale tra le varie cose regalò a mio padre un orologio ed egli apprezzò il gesto. Quell’istante significò la svolta della mia vita. Smisi di ridere dentro e cominciai a diventare adulto. L’arroganza dell’uomo nel voler controllare il tempo era racchiusa dentro quelle scatoletta. La mia visione della città proibita e dell’Imperatore cominciò a scricchiolare vittima dei colpi inferti dai miei dubbi.

Le lancette degli orologi francesi da lì a poco avrebbero cominciato a scandire tempi sempre più cupi per la famiglia reale e gli abitanti di Huế. La persistenza delle battaglie e forti ed impreviste alluvioni avevano sbiadito la potenza dell’Imperatore che cominciò ben presto a manifestare i primi segni di cedimento. Mio padre negli ultimi anni della sua vita si era avvicinato a me. Mai al punto di confidarsi.

I nostri ruoli ci imponevano freddezza, distacco e sobrietà in qualsiasi avvenimento pubblico, tant’è che finimmo per applicare il protocollo anche nei rari momenti privati. Cresceva in me la voglia di evadere da quelle mura dorate, di guardare con i miei stessi occhi ciò che avveniva là fuori. Un primo goffo tentativo di fuga lo feci da adolescente. Mi ritrovarono i monaci mentre camminavo tra la gente di Huế. Un’esperienza meravigliosamente scioccante.

In un primo momento la povertà mi aveva inorridito. Vedere tutte quelle persone semplici dalle mani sporche e rugose tirare pesanti carri colmi del raccolto giornaliero. Le loro modeste dimore. Il linguaggio così rude e primitivo. Le urla e la frenesia dei mercati. Non dormì alcune notti ripensando alle condizioni di vita dei nostri sudditi. Così come non dormì, molti anni dopo, in attesa di comunicare la scelta a mio padre: volevo girare il mondo. La sua risata, la sua disapprovazione.

Ma le cose andarono così.

Dopo la sua morte il nostro Regno terminò e grazie ad un accordo con i francesi l’esilio della nostra famiglia avvenne in sicurezza e con rispetto. La città imperiale ci era stata negata. Inaccessibile. Adesso la città era proibita a me ed alla mia dinastia.

Ricordo il forte battito del cuore quando varcai le sue mura per l’ultima volta. L’affannoso respiro ed il pensiero cupo che si contrapponeva alla gioia di esplorare il mondo che non avevo mai visto.

Ricordo la città Imperiale sotto una pioggia torrenziale.

Anche allora, come adesso, tracciavo sul vetro opacizzato dei segni con il dito.

Fisicamente ero in un auto, ad Huế; la mente nel nuovo mondo che avrei esplorato.

Per fare ciò che si vuole bisogna nascere re o stupidi.
Lucio Anneo Seneca

La Maratona di Los Angeles

Avranno mille difetti, tralasciando il delicato aspetto politico, ma bisogna riconoscere che nell’organizzazione eventi gli americani sono particolarmente capaci.

La maratona di Los Angeles, che chiaramente non fa parte delle sei major (Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e New York) a dirla tutto non ha un impianto organizzativo infallibile però grazie alla cornice hollywoodiana ed ovviamente ad una importante partecipazione atleti/pubblico è molto divertente.

I giorni precedenti alla gara il ritiro del pettorale avviene al Los Angeles Convention Center situato sulla Figueroa St dove a poche centinaia di metri si trova lo Staples Center, palazzo dello sport che tra le varie ospita le franchigie NBA Lakers e Clippers. Inevitabilmente ci aspettano numerosi stand con interessanti e svariate proposte per sportivi e non. Certo, dimensioni e varietà non sono paragonabili a ciò che si può trovare a NY ma gli ingredienti per perdersi tra le proposte commerciali, spesso camuffate da divertenti giochi, ci sono tutti. Quindi il maratoneta una volta ritirato il pettorale e con la sacca piena di gadget, rimane in attesa del suo giorno.

La partenza avviene presso il Dodger Stadium, tempio del baseball. Per raggiungerlo assolutamente consigliati i mezzi pubblici riservati ai partecipanti perché altrimenti si rischia di rimanere incolonnati sulla highway dove, tra l’altro, viene chiusa l’uscita principale che da accesso diretto allo stadio. Fa freddo ed il rimedio è immergersi nel fiume di partenti dove centinaia di corpi emanano il calore necessario ad alzare un po’ la temperatura. Non per altro, ma nell’immaginario collettivo in California fa sempre caldo… Così non è specie nelle albe di marzo.

Nota negativa dell’organizzazione: se non si arriva con un certo anticipo al nastro di partenza ci si può scordare il proprio wave. Infatti, a differenza di Siviglia o Barcellona ad esempio, non ci sono ingressi laterali paralleli alla corsia di partenza così che si è costretti a fare la fila che, ovviamente, ad una certa diventa invalicabile. Partire con i più lenti (rispetto ai miei tempi) mi ha parecchio penalizzato perché ho dovuto attendere 1/2K prima di cominciare a correre decentemente. Già che ci sono: non è una gara dove cercare il personal best. A cominciare dal Dodger Stadium  e zone limitrofe non mancano le salite per quello che si rivelerà un percorso piuttosto impegnativo in tal senso. E’ sicuramente interessante correre anche tra i quartieri meno ricchi della città per poi ritrovarsi nella zona più turistica, come la Walk o Fame, il Chinese Theatre a Hollywood, per poi toccare il lusso sfrenato di Beverly Hills. Diciamo che per scoprire da cima a fondo una città la maratona è un ottimo mezzo. Un po’ faticoso certo, ma non lascia nulla di inesplorato.

Come anticipato la partecipazione del pubblico non è sensazionale ma importante ed anche questo, come sostengo sempre, è di grande aiuto. Si fa particolarmente vivace e fragorosa negli ultimi chilometri quando, come un miraggio di dune nel deserto, compaiono le ultime impegnative salite che ci dividono dal traguardo situato nella caratteristica cornice di Santa Monica. Si recuperano le ultime forze tra giovanissimi studenti intenti a distribuire bevande, gruppi rock e multicolorate cheerleaders in attesa di veder comparire l’arrivo. Per ovvi motivi di sicurezza anche la linea del traguardo è particolarmente controllata e non è facile per parenti amici avvicinarsi o raggiungere la persona che si sta aspettando.

Finita la gara ed indossata l’ennesima medaglia, che chiaramente è molto piacevole e curata nell’aspetto, non rimane che recarsi al Santa Monica Pier, famoso molo dove termina anche la Route 66 e dove ci aspettano birre e cibo per tutti i gusti e tutte le tasche.

Ulteriore demerito organizzativo il rilevamento dei tempi ufficiali che per una giornata mi ha quasi fatto credere di aver stabilito il mio personal che, tra l’altro, sarebbe stato utile per la qualifica alla maratona di Boston.  Naturalmente andava in netto contrasto con quello registrato dal mio cronometro che, per quanto possa essere approssimativa l’esattezza nel farlo scattare alla partenza e stopparlo all’arrivo non può certo sgarare di nove minuti. Ovviamente il tempo ufficiale strepitoso si è dimostrato un erroraccio quando già festeggiavo sui social la qualificazione per Boston appunto.

Morale della favola a mio avviso la maratona di Los Angeles è più orientata alla celebrazione festaiola dello sport piuttosto che all’agonismo duro e puro. Il percorso, come detto, non attrae più di tanto i top runner che preferiscono concentrarsi su altre gare ma questa non è una critica negativa, anzi. In questa maratona emerge ancora di più il lato umano delle persone più semplici con le loro svariate motivazioni che, non solo agonistiche o economiche appunto, popolano per un giorno tutte le strade di LA. Ad esempio mi viene in mente un massiccio ragazzo di colore che ho avuto a fianco per qualche centinaio di metri che ripeteva ad alta voce a se stesso ininterrottamente “You can, you can, do it, you can”. Non so se avevamo superato il 5K e chissà se avrà continuato ad automotivarsi per tutti i restanti 37K. Oppure due ragazze visibilmente fuori forma che alla mezza mi hanno superato con nonchalance ad un ritmo vertiginoso tanto da farmi sentire una completa nullità. Giuro. Dopo un po’ le ho ritrovate che camminavano sfatte; intanto fino al 21K hanno davvero corso veloci nonostante la loro stazza.

Piccole storie che Hollywood, come sempre, riesce a rendere grandi.

Tutti abbiamo delle motivazioni. La differenza tra gli individui sta nella loro capacità di farle durare a lungo nonostante ostacoli,difficoltà e problemi. La capacità di perseverare, di far durare a lungo la motivazione viene detta resilienza.

Pietro Trabucchi

Long Beach: il banditore d’aste

“Salve…”

Dalla fessura appena socchiusa della porta d’ingresso di casa di mio fratello uscì una ragazzetta che mi salutò frettolosamente a testa bassa ed intenta ad indossare un giacchino. Nel mentre si distorceva sui tacchi in cerca del giusto equilibrio. Sparì nel nulla dopo pochi istanti come il profumo che portava addosso.

Dopo averle curiosato per qualche secondo il fondo schiena, ben evidenziato da un leggero vestito semitrasparente a righe orizzontali bianco e nere, entrai in casa. Mi piaceva l’appartamento di mio fratello, era molto ampio e luminoso con la vista sul porticciolo di Long Beach. L’aveva arredato con classe; pochi pezzi ma di grande valore. D’altronde era un banditore d’aste e nonostante la sua sindrome di Peter Pan aveva un gusto raffinato ed adulto. In questo e non solo lo aiutavano le nostre origini italiane.

Vidi transitare la sua sagoma vestita da un solo paio di pantaloni in raso e delle ciabatte che parevano quelle rubate in un albergo 5 stelle. Passò le mani tra i capelli umidi scompigliandoli. Evidentemente si era docciato poco prima. Durante questo passaggio ci salutammo mentre lui si fermò pochi istanti per sorseggiare qualcosa di ambrato contenuto nel bicchiere parcheggiato su un tavolino vicino al divano. Il bicchiere e la bottiglia di cognac, ormai vuota, probabilmente erano lì dalla sera precedente.

“Cristo, ma come fai a bere quella merda già a quest’ora?” gli dissi con un tono di voce piuttosto alto. Mi rispose dal bagno urlando ancora più di quanto stessi facendo io “Perché che ore sono?”

Mio fratello prendeva la vita così come veniva. Alla giornata. Era più piccolo di me e decisamente era riuscito meglio. Nonostante non praticasse palestra aveva un fisico grosso e scolpito. Le uscite con il surf l’avevano modellato ma dai miei ricordi ho un immagine di lui sempre bella tosta e mai fuori forma già da bambino. Nostra madre aveva provveduto a fornirgli anche degli occhi azzurri, il resto l’aveva fatto nostro nonno, che fu un bellissimo uomo.

“Ma quella che è uscita da casa chi è?”

Rispose dal bagno “Quella chi?”

Mentre mi facevo gli affari suoi guardavo il panorama a Long Beach. Mi specchiavo nella vetrata e pensavo: ma siamo davvero fratelli? I miei occhi sono scuri, ho la pancetta e comincio pure a stempiarmi. Sarò anche il fratello maggiore ma di cinque anni per dio, non venti!

Continuai la conversazione.

“Come quella chi? La ragazzina che è uscita quando sono arrivato. Ma sicuro sia maggiorenne?”

Rispose prima di accendere il phon “Carina vero? Conosciuta ieri sera ad una festa qui sotto. Non ho chiesto l’età mi pareva brutto.”

Un pazzo. Uno di questi giorni l’avrei trovato dietro le sbarre.

Presi in mano il Rolex Daytona che trovai tra le intercapedini del suo pregiato divano Moroso.

“Ma lasci in giro il Rolex in questo modo? Con sconosciute che girano per casa? Cazzo ma saranno 10.000 dollari di orologio!”

La mia frase partì pochi istanti prima che spegnesse il phon e mi sentisse nuovamente. Rispose quando riprese l’orologio dalla mia mano. Lo indossò.

“Ah ecco dov’era! Vale 21.000 dollari, non 10. E’ un black dial

“Ma quando metterai la testa a posto?”

Grazie ad una giusta intraprendenza ed un’elevata dose d’incoscienza il ragazzo raggiunse il successo in poco tempo. Raramente riscontrava delle sconfitte e quando capitavano le trasformava in opportunità. L’affare che lo introdusse nel mondo della compravendita fu qualcosa di assurdo. Andò così: una volta laureato i nostri genitori decisero di regalargli una macchina. Ci ritrovammo così nel garage di casa una vecchia Colt color beige. Non aveva il fascino di una spider ma era comunque decorosa ed utile; ma a lui a cui piace e piaceva surfare in giro per il mondo della macchina non fregava assolutamente nulla. Così che un bel giorno, chiacchierando con uno studente in cerca di un mezzo economico, venne a sapere che il ragazzino aveva ereditato dal nonno una vecchia moto impolverata e mal funzionate. Andammo assieme a San Gabriel Valley a visionare quel ferro vecchio tenuto in malo modo all’interno di una stalla adibita anche a deposito. Io ero scettico e lo sconsigliai vivamente di fare la cazzata del secolo, ossia scambiare l’auto con il rottame. Lui si scrollò dalle spalle la paglia che la gallina svolazzante gli aveva depositato addosso quando cercò di allontanarla dal motociclo e con un gran sorriso strinse la mano al giovinastro “Affare fatto. Queste sono le chiavi della macchina, è tua”

Aveva appena ceduto una Mitsubishi Colt dal valore di 1000 dollari ed aveva portato a casa quella che dopo due settimane si sarebbe rivelata una perfetta BMW R26 del 1956 dal valore di 10.000 dollari. Riuscì a piazzarla ad un produttore di Los Angeles per 12.000 dollari ancora prima di completare il restauro.

In più il produttore, incantato dalla sua dialettica, lo inserì presto nel giro; senza un minimo di esperienza, si ritrovò a vendere e comprare oggetti provenienti da tutto il mondo con persone molto più esperte e preparate di lui.

Quel giorno andai a trovarlo perché proprio a Long Beach si stava tenendo un raduno sia di auto d’epoca che tuning. Eravamo entrambi interessati a quelle d’epoca perché, riguardo alle elaborate, odio profondamente gli individui che buttano i loro soldi in particolare per potenziare a dismisura l’impianto audio delle loro vetture. Essendo loro stessi comunicatori primitivi, necessitano di mezzi che amplifichino i loro basici sentimenti. Una lieve evoluzione rispetto ai gorilla, costretti a prendersi a pugni il petto per sciorinare al mondo femminile la loro virilità. Tutto ciò che è urlato ed esageratamente evidenziato denota ignoranza. Trovo ingiusto che persone dispensatrici di scie acustiche di bassi capaci di far vibrare l’asfalto possano far parte della società moderna.

“Sei troppo silenzioso. C’è qualcosa che ti infastidisce vero?” Mio fratello sapeva leggere il mio umore come nessun altro.

“No tranquillo. Guardavo qua e là. Questa non mi dispiace…”

Avevo messo gli occhi su una curiosa Porsche d’epoca forse troppo modificata per i miei gusti.

Le vetture avevano occupato tutto lo spazio che arriva fino al faro. Preferimmo passeggiare sul lato opposto e fermarci a bere qualcosa in un pub sul molo.

Il sipario del tramonto serale di Long Beach era quasi completamente aperto alla vista del pubblico che, come noi, frequentava numeroso i locali del porticciolo; ero anche impegnato a dare ascolto alle voci che dentro di me mi invitavano a godermi lo spettacolo senza pensieri; a ripartire in fretta per evitare il cronico traffico di Los Angeles; a chiacchierare ancora con mio fratello che chissà quando avrei rivisto.

La decisione finale fu estratta dal mazzo di carte che al solito distribuiva il mio caro consanguineo, diretto in bagno e scomparso nel nulla per una mezz’ora abbondante.

“Scusa se ti ho fatto aspettare questi 10 minuti…” Disse una volta ricomparso dopo mezz’ora. Non era tornato da solo ma accompagnato da una affascinante ed acerba ragazza dai tratti orientali. In California ci sono parecchie di queste bellezze di origini asiatiche.

“Lei è…”

Nonostante gli atteggiamenti dei due fossero espressione inequivocabile di complicità, non conosceva ancora il nome della ragazza incontrata forse qualche decina di minuti prima alla cassa del bar o nella fila dei bagni “Sono K piacere” intervenne lei non curandosi minimamente dell’omissione “Cavolo siete fratelli? Non sembrate neanche cugini”

Già, pensai.

Rimasi con loro giusto il tempo per finire la birra ed ascoltare le solite avventure d’effetto che venivano da lui gettate come esche a tutte le ragazze che avrebbero passato la notte nell’attico di Long Beach.

Salutai la nuova coppietta con un sorriso forzato che mal celava il mio disagio, offrì il giro e mi incamminai verso la macchina lasciando dietro a me passo dopo passo il rumore della festa.

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

La Mezza Maratona di Torremolinos

Visto il percorso non proprio velocissimo e la modesta dimensione della località balneare spagnola, la mezza maratona di Torremolinos è da considerarsi una di quelle gare di seconda, terza fascia.

Abbastanza comodamente raggiungibile dalla vicina Malaga la gara si corre i primi di febbraio e può essere usata come test di allenamento in vista delle più rinomate mezze o maratone di aprile.

Nonostante il mese invernale in cui si svolge il clima è abbastanza mite ed adatto alla corsa. Discreta l’affluenza di pubblico, sempre partecipativo come avviene abitualmente in Spagna, anche se la manifestazione attrae principalmente e quasi esclusivamente atleti, corridori ed addetti ai lavori più che gente comune.

Gli stranieri più presenti sicuramente gli inglesi che si presentano al via con numerosi gruppi organizzati.

La partenza avviene presso la pista di atletica dello stadio comunale di Torremolinos dove i più veloci devono sgomitare un po’ per posizionarsi nelle prime file che consentono loro di non essere rallentati. Essendo una competizione non troppo partecipata chiaramente non sono predisposti wave, quindi chi prima arriva meglio alloggia. Almeno così dovrebbe essere perché anche alla partenza delle gare podistiche c’è sempre chi cerca di infrangere le regole della fisica impegnandosi nella difficile impresa di oltrepassare i corpi solidi che interferiscono tra lui ed il nastro del via.

Prima di recarmi sul posto ho cercato filmati o informazioni riguardanti il tracciato con l’intenzione di preparare una strategia di gara, ma non ho trovato nulla. Preferendo risiedere a Malaga anziché Torremolinos, non ho avuto modo di testare nemmeno parte delle strade che avrei dovuto affrontare. Il fattore sorpresa non aiuta certamente, sia nella strategia di gara che mentalmente.

Già alla prima curva usciti dallo stadio un disguido: una strettoia che costringe la maggior parte dei corridori a rallentare a tal punto da camminare. Ecco il perché in molti hanno spintonato alla partenza per garantirsi la prima fila.

Dopo questo intoppo parte il pendio. Una prima parte di mezza maratona velocissima dove, prendendo di riferimento anche la condotta di gara di alcuni locali, ho usato il freno per cercare di non disperdere tutte le energie in discese forsennate ed in attesa di ciò che mi sarebbe aspettato in seguito.

Sbagliato.

Nella parte centrale, quella visivamente più attraente con un passaggio sul lungomare e completamente piatta, mi sono accodato con non troppa disinvoltura, ad una ragazza dai tempi ben lontani di quelli del mio personal che resiste ancora da quel di Bonn e che nel mondo della mia fantasia avrei voluto battere a Torremolinos. Il cronometro diceva che la nostra andatura era da maratona più che da mezza. Lentissimi.

Strategia sbagliata nuovamente.

Solo all’ultimo tornante prima di entrare nella terza fase di gara ho cominciato a correre nelle mie possibilità ed ho guadagnato metri su metri sulla ragazza alla quale avevo tenuto la scia e che mi aveva fatto perdere molto tempo. L’ultima parte di gara ripresenta tutte le discese affrontate all’inizio sotto forma di salite ovviamente. Quindi, vero è che risparmiare energie serve a superare queste insidiose pendenze, vero è anche che essendo il sottoscritto allenato per la maratona, in salita avrei fatto più o meno gli stessi tempi con o senza energie da spendere. Quindi la tattica migliore sarebbe stata quella di tirare come un pazzo nelle prime due parti di gara e mantenere un ritmo lento costante nei chilometri finali.

Fatto sta che questa mezza maratona è stata archiviata con un tempo insoddisfacente ed un’esperienza in più da raccontare.

Per quanto riguarda il discorso gadget, sponsor ed organizzazione non si sono risparmiati con una caratteristica e variopinta medaglia finale, una t shirt tecnica ed un telo mare. Tanto per completezza di informazione, non che la scelta delle gare ricada sulla qualità o l’abbondanza dei gadget chiaramente.

Avete appena letto il resoconto di un consapevole podista amatoriale senior dalle irrilevanti tempistiche, quindi prendete le mie informazioni come spunti per le vostre future esperienze. Dei primi obiettivi da raggiungere se siete principianti alle prime armi oppure con pietà e tenerezza se siete professionisti o giovani fuoriclasse.

Malaga. Problemi di cuore

Stavo affrontando l’imperiosa salita che mi avrebbe fatto raggiungere il Castello di Gibralfaro. La giacca che indossavo risultava inadatta alla giornata calda e soleggiata così che dopo un centinaio di metri, infatti, la tolsi. Man mano che salivo si aprivano nuovi scorci e la vista della città dall’alto si faceva sempre più emozionante. Feci una prima sosta presso un punto panoramico lungo la muraglia. Avevo già individuato il teatro romano ai piedi dell’Alcazaba;  lì fumai una sigaretta, scattai alcune foto e ripresi la salita.

Non sono mai stato un gran sportivo e quella passeggiata lo evidenziava ulteriormente.

Incontrai altri turisti lungo il cammino. Le coppie anziane mi fanno sempre tenerezza; di loro invidio la complicità e la caparbietà con la quale esplorano il mondo. Spesso calzano scarpe della stessa marca; significa che gli acquisti vengono decisi assieme. Poi c’è uno dei due che ha da lamentarsi dell’altro. Borbottano frasi comprensibili solo a loro e così anche il linguaggio che utilizzano è un’ esclusività di coppia.

Venni sfiorato da un corridore che vestito in maglietta e pantaloncini tecnici sembrava pratico di quella strada. Stava salendo piuttosto disinvolto e, a differenza mia, era notevolmente allenato. Infatti sparì dalla mia vista dopo pochi secondi.

Il caldo aumentò ed il mio respiro divenne affannoso. La stanchezza cominciava a farsi sentire più che sulle gambe, nel petto. Avevo cominciato a respirare faticosamente e quindi mi fermai ancora una volta. Sedetti sul muretto medievale al Belvedere di Gibralfaro. Sorseggiai un po’ d’acqua e guardai ancora una volta il paesaggio che offriva Malaga. Rinunciai alla sigaretta e maledii il mio vizio . La linea blu del mare contrastava con l’azzurro del cielo. Una grossa nave bianca di tanto in tanto suonava la sirena per avvisare l’equipaggio che da lì a poco sarebbe salpata. Le città sul porto le ho sempre considerate le più affascinanti in assoluto perché mi trasmettono un impagabile senso di libertà.

Lentamente passò al mio fianco anche una famiglia di persone distinte. I due coniugi parlavano in arabo mentre i figli, almeno sembrava lo fossero, si rincorrevano scherzosamente intorno a loro schiamazzando in spagnolo. Il padre, un signore alto e robusto, con un cenno fermò uno dei due ragazzini riportandolo alla calma. La sua consorte era silenziosa e minuta, portava il chador e sembrava abbastanza più giovane di lui.

Proseguì il mio cammino a qualche passo di distanza da quella famiglia.

Il corridore mi sfiorò nuovamente mentre affrontava la discesa come una furia.

Una volta faticosamente raggiunto il traguardo, ossia l’interno delle mura del castello di Gibralfaro non persi tempo nel riammirare Malaga e tutto ciò che aveva da offrire. La cosa più evidente da quella posizione era la Plaza de Toros, conosciuta come Malagueta e costruita nel 1847. In quel luogo così crudele ed arido anche l’artista per eccellenza Pablo Picasso prese spunto per molte delle sue opere tra cui la tauromachia. Sarei andato a far visita anche al museo a lui dedicato, magari nel pomeriggio. Il vento mi spense più volte la fiamma dell’accendino prima che potessi godermi finalmente anche la mia meritata sigaretta.

Non prestavo più attenzione al respiro affannoso e da qualche decina di minuti si era anche acutizzato un dolore al petto ed al braccio sinistro. La colpa era di quella maledetta salita e di me idiota non più abituato a fare sforzi prolungati.

Decisi che era meglio entrare per qualche attimo all’interno del museo. L’ingresso era gratuito e la stanza era decisamente più fresca rispetto alla temperatura esterna.

Ricordo d’aver osservato con cura la divisa militare risalente al 1800 ed indossata da un manichino.

Poi il buio.

Mi risvegliai non so quanto tempo dopo e la prima figura che si materializzò davanti a me era quella del padre di famiglia con cui avevo condiviso parte della camminata. Man mano che passavano i secondi realizzavo sempre più quello che capitava intorno a me. Le sagome si facevano più nitide. Quell’uomo mi stava tenendo il braccio destro e misurando il battito cardiaco mentre io vedevo la stanza di un soffitto. Chiesi dov’ero e mi venne intimato in non so quale e quante lingue di starmene tranquillo.  Attorno a noi c’era un gruppetto di persone che ci accerchiavano ad una certa distanza. Potevo riconoscere anche la moglie del signore che mi stava prestando soccorso mentre teneva per mano i due bambini. Il più piccolo la guardava di tanto in tanto alla ricerca di qualche spiegazione su ciò che stava accadendo. Poi le sirene di un’ambulanza e nuovamente uno stato confusionale che non mi permise di ricordare altro.

Dopo una serie interminabile di esami finalmente riuscì ad avere un colloquio con un medico che qualche parola di italiano la parlava anche, così che non fu troppo arduo capire la diagnosi, facilmente intuibile anche per un comune mortale come me:  si trattava di infarto.

Il giovane e gesticolante dottore dal candido camice bianco mi comunicò che ero stato parecchio fortunato ad essere stato immediatamente soccorso da una persona competente. Personalmente ricordavo l’accaduto in modo piuttosto frammentato e confuso, quando d’un tratto mi venne in mente l’immagine della prima persona che vidi da sdraiato una volta riaperti gli occhi. Era quel omone che avevo seguito durante la salita al castello. Mi venne detto che era un cardiologo molto noto in città, così che mi fu facile recuperare il suo indirizzo se non altro per ringraziarlo del suo operato.

Così feci e lo contattai qualche giorno dopo, una volta dimesso dall’ospedale. Al numero dello studio rispose una ragazza con un timido timbro della voce ed estrema pacatezza. Parlava molto bene l’inglese, cosa che non mi favoriva minimamente. Provò a comunicare in spagnolo, ma la lingua che a noi italiani sembra così simile e facile da capire, al telefono risultava impossibile da decifrare. Decisi quindi di recarmi personalmente nell’ambulatorio medico del mio salvatore. Il rosso sole infuocato di un tramonto mozzafiato rifletteva le lucenti sfumature sulla targa dorata con inciso il nome del cardiologo, come indicato chiaramente dalla dicitura. Nome di origine araba, non certo spagnola. Una volta entrato dovetti aspettare qualche istante prima di poterlo incontrare. Riconobbi la donna silenziosa e minuta che mi fece accomodare in sala d’attesa. Mi sorrise educatamente.

Stavo osservando i quadri e delle riviste mediche quando sentì un braccio avvolgermi le spalle.

“Allora come va? Passato lo spavento?”

“Dottore, non so come ringraziarla” risposi sorpreso nel rivedere il mio soccorritore. Lui sorrise mentre io continuai abbastanza imbarazzato “davvero, non vorrei offenderla ma se posso offrirle qualcosa, fare qualcosa per lei”

Ricevetti un’altra risposta spiazzante “Per me non serve che faccia niente grazie, piuttosto è per lei che dovrebbe fare qualcosa”

Intanto non feci caso che stavamo parlando la stessa lingua. “Ma lei dottore parla l’italiano…”

“Dai usciamo da qua” disse “andiamo a bere qualcosina qui alla cerveceria difronte. Sono chiuso qua dentro tutto il giorno. Sì, parlo un po’ di italiano perché ho fatto dei corsi di aggiornamenti in Italia.”

Si rivolse in arabo alla ragazza che rimase nello studio e ci chiuse la porta una volta usciti noi due.

“Parla arabo con la… signorina. L’arabo invece? Dal nome sull’insegna si direbbe…”

“Signora. Lei è mia moglie. Arriviamo dalla Siria. Siamo degli sfortunati siriani”

Le mie domande non lasciavano spazio a quelle riguardanti il sottoscritto. Erano a senso unico. Magari a lui nemmeno interessava più di tanto sapere chi fossi e cosa facessi a Malaga. Del mio eroe volevo invece sapere tutto.

Ci sedemmo e dopo mille altri ringraziamenti il discorso si fece un po’ meno formale. Ad un certo punto della conversazione si rivolse a me con tono severo “Scusi se mi permetto, ma quello che è successo non deve ripetersi. Questa volta è andata bene ma dovrà riguardarsi di più in futuro. Non è un campanellino d’allarme questo, questi sono i rintocchi di un campanile” Avevo già sentito le prediche diverse volte e glielo dissi in modo scherzoso “L’alcool da ridurre, il fumo da evitare, i grassi e gli zuccheri… Dottore di qualcosa si dovrà pur morire prima o poi!” Sul suo viso non comparve nessun cenno di compiacimento. Anzi, tutt’altro. “Lei può scegliere se aumentare le probabilità di morire di vecchiaia serenamente durante il sonno nel suo letto o in quello di un ospedale attaccato ad una bombola d’ossigeno fino a che nemmeno le macchine potranno garantirle gli ultimi respiri. In un caso o nell’altro morirà comunque, ma io preferirei farlo nel letto di casa mia”

Era piacevole parlare con lui. Mi raccontò molti aneddoti su Malaga e sulle opere esposte al museo Picasso. Imperversava anche il periodo del carnevale e mi invitò a partecipare alla festa che si sarebbe tenuta il giorno seguente tra le vie della città e culminante nella Plaza de la Merced. Trovò anche il tempo per raccontarmi sprazzi della sua vita. Aveva studiato in Siria ma fu costretto a scappare a causa della guerra “La mia casa è ancora in piedi e tra i miei familiari solo degli zii sono rimasti uccisi dai bombardamenti”  mi disse cercando di velare la commozione “Ma anche se la nostra casa ha resistito il resto della città è annientato. Gli edifici sono crollati, le strade sono impraticabili, mancano i beni di prima necessità… Come facevamo  a vivere così?” Continuò “Io e mia moglie, all’epoca non avevamo figli, abbiamo deciso di andarcene. A lei manca qualche esame per laurearsi in medicina ma ha dovuto abbandonare l’Università” Non mi sembrava il caso di aggiungere altro, lo fece lui “Abbiamo provato ad arrivare in Italia ma ci sono state chiuse le porte in faccia. Chissà, magari le aprono solo a quelli che si presentano sulle barche o sui gommoni. La Germania invece vista la mia laurea ci ha accolti a braccia aperte. Però al freddo ed alla pioggia ho preferito il mare. Così eccoci qui”

Accidenti, pensai. Questa esperienza la devo trascrivere da qualche parte. Davvero incredibile.

Ci salutammo con la promessa che sarei ripassato a trovarlo e avremmo rifatto assieme la salita del castello.

Fu la madre dell’uomo a trovare questo scritto tra le pagine di un quadernetto. Il vizio del fumo l’aveva accompagnato fino a quando il cuore decise che poteva bastare. La luce si spense dopo due interminabili giorni e due interminabili notti di faticosi e dolorosi respiri.

 

 

Non sappiamo sopportare né i nostri vizi né i loro rimedi.
(Tito Livio)

 

La Mezza Maratona di Rodi

E’ domenica mentre scrivo questo post e sono passati 7 giorni esatti dalla gara; ma oggi a differenza della settimana trascorsa piove e c’è un temporale mattutino.

Quel 29 aprile 2018 alle 6:45, quando già ero praticamente arrivato nella zona adibita a partenza, il sole aveva fatto la sua prima comparsa in maniera piuttosto decisa e spavalda. L’alba rossastra che in veste di fotografo mi avrebbe regalato molte soddisfazioni, in quella di maratoneta mi stava preoccupando e non poco.

La partenza della mezza maratona, cui avrei partecipato e della maratona, cui avrei curiosato, era stabilita alle 7:30.

Conoscendo molto bene l’isola avevo percepito che sarebbe stata una gara che avremmo corso con un ospite invadente e fiaccante: il sole. Così è stato.

Personalmente ho spinto al massimo all’inizio cercando di emulare i tempi del mio personal best e cercando di accumulare un margine decente per poi affrontare da lì a poco le temperature proibitive della competizione che inevitabilmente mi avrebbero rallentato un bel pò. Tattica completamente sbagliata perché al 15K arrancavo pesantemente con la testa che mi chiedeva di sdraiarmi all’ombra di un albero a sorseggiare una fresca limonata anziché proseguire spremendo la viscida, appiccicosa ed indigesta bustina di gel energetico. L’ultimo barlume di dignità, visto il tempo degno di un over 70, è stato quello di decidere di portare a termine l’impegno, con il morale chiuso per momentanea demolizione.

Ad ogni metro mancante ho pesantemente maledetto l’organizzazione ed i greci tutti, rei a mio avviso, d’averci fatto correre in quelle condizioni estreme. Pensare che ho sempre sognato una partenza almeno tiepida; in tutte le gare officiali finora corse ho sempre battuto i denti dal freddo prima del via. In Vietnam pure all’arrivo.

Ovviamente negli altri casi la pistola non ha mai esploso il suo colpo a salve dopo le 7:00 che io ricordi.

Fatto sta che se la distanza della mezza maratona è diciamo facilmente concludibile e sostenibile, lo stesso non si può dire della maratona. Lasciando stare i tempi assolutamente irrilevanti di praticamente tutti i partecipanti, almeno sulla carta, ho davvero ammirato gli impavidi che hanno terminato la 42K. Chi addirittura ha “corso” oltre le 6 ore sotto un sadico sole estivo stra-selettivo. Personalmente non l’avrei finita.

Ulteriore difficoltà il fatto che il percorso presenta dislivelli piuttosto impegnativi da affrontare fisicamente ed oltretutto essendo circuito, a mio avviso, vieni devastato mentalmente. Quando giunto a pochi metri dal mio traguardo ho svoltato a destra seguendo l’indicazione mezza maratona ed ho visto chi mi precedeva proseguire nella corsia parallela pronto a rifarsi un altro giro ho letteralmente pensato “poraccio”.

L’idea di dover ricalcare i passi fatti e ripetere l’esperienza poc’anzi vissuta deve essere davvero sconvolgente.

Dulcis in fundo aggiungiamo pure la scarsa partecipazione di pubblico. Quasi completamente assente per tutto il tragitto e colorata dalle magliette blu dei meravigliosi ragazzi volontari all’arrivo e che hanno prestato assistenza anche nei punti di ristoro. Correre senza spinta, come a me già successo alla Halong Bay Marathon in Vietnam, oltre ad essere triste è un buon pretesto per pregiudicare gara e risultato.

Certo, Rodi non è New York, ci mancherebbe. Anche la scarsa qualità ed assenza di design della medaglia ce lo ricorderà per sempre.

Suggerivo tempo fa di trascorrere qualche giorno delle proprie ferie a Rodi (Grecia) e di approfittarne per partecipare alle gare di varia distanza che si svolgono qui ad aprile. La partecipazione di molti stranieri, per lo più turisti inglesi, ha confermato che non mi sbagliavo più di tanto, anche se con un po’ di esperienza accumulata, il consiglio si riduce a chi non ripone troppe aspettative nella manifestazione locale per la serie di fattori sopra indicati. Il vincitore della maratona, ad esempio, non ne aveva mai corso una in precedenza e dubito che se avesse partecipato a quelle di Londra o Berlino, per dire, sarebbe salito sul podio. Forse sarebbe arrivato tra i primi 100. Ma i se ed i ma sono il paradiso dei coglioni, come si dice. Il senso è che chi è alla ricerca di vere soddisfazioni si confronta con i migliori, chi invece di trofei da appoggiare sopra il caminetto si accontenta  di gare meno pretenziose. Morale della favola bravissimo lui e chi lo ha preceduto perché, ripeto, solo finire la 42K di Rodi in quelle condizioni è veramente da medaglia d’oro.

Meritano una doverosa citazione anche i partecipanti della 10K e 5K che, udite udite, sono partiti alle 12:30. Orario in cui pure i gatti dormono abbracciati ai topi. Come far odiare la corsa ai principianti.

Dopo le tante 10K e questa mezza, riuscirà l’organizzazione ellenica ad appiccicare un altro bib sulla mia bella canotta? Al momento mi han fatto passare la voglia di partecipare alle competizioni paesane e limitarmi a quelle meglio organizzate. Staremo a vedere.

Se ce la metto tutta, non posso perdere. Forse non vincerò una medaglia d’oro, ma sicuramente vinco la mia battaglia personale. È tutto qui.

Pietro Trabucchi