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La bambina di Saigon

La bambina animava con la sua presenza la piccola abitazione al centro di Ho Chi Minh.

I suoi acuti non riuscivano comunque ad interferire con il rombo incessante del passaggio dei motorini che a milioni sfrecciano ogni secondo tra le strade. La mamma quel giorno era indaffarata ad inseguire senza successo la piccola nella speranza di farle indossare l’ultimo capo del suo abitino da ballo. Si era fermata stremata mentre sua figlia correva ininterrottamente a destra e sinistra, eccitata per la recita alla quale da lì a poco avrebbe partecipato. Rassegnata con in mano il cerchietto da metterle in testa, le antenne da coccinella, aveva cercato comprensione nello sguardo del suo anziano padre, che a dispetto del trambusto se ne stava seduto tranquillo in un angolo della stanza ad osservare sornione, forse divertito, figlia e nipote.

A lui bastò un lieve cenno di capo per tramettere che c’era ben poco da fare con quel piccolo terremoto. Gli occhi del vecchio tradivano profondo amore nei confronti della nipotina e di quella ingenua e chiassosa infantilità che nella casa e non solo, coinvolgeva tutti.

Molte delle abitazioni  di Ho Chi Minh sono molto strette e costruite su due piani. Il piano terra viene utilizzato come attività commerciale ed è frequente vedere un officina di moto allestita in uno spazio che potrebbe essere un soggiorno, oppure un bar in cui ci si parcheggia la macchina.

Questo avveniva anche a casa della nostra piccola protagonista dove il padre si stava occupando di riparare uno scooter Honda che a suon di buche e chilometri aveva cominciato a perdere olio. Abbandonò per un attimo il motore su cui stava lavorando e, dopo essersi alzato, appoggiò lo straccio sul cassone portapacchi della moto cui pubblicità prometteva consegne rapide di cibo; si affacciò quindi alla scala a chiocciola che portava al piano superiore della casa; urlò qualcosa rivolto verso la tromba delle scale in modo che potesse dare ancora più volume alle sue parole. Si sentì qualche passo e poi il silenzio.

Evidentemente il padre, che tornò a dedicarsi alla moto, aveva minacciato qualche punizione nel caso in cui sua figlia non si fosse calmata.

La bambina non volle comunque  indossare il cerchietto e si lanciò tra le braccia del nonno a cercare conforto e protezione dopo aver subito le dure parole del padre. L’anziano signore ogni volta che teneva tra le braccia la piccolina pensava sempre a quando fu lui a diventare padre per la prima volta. Sua moglie non c’era più. Era morta qualche giorno prima che nascesse la nipotina a causa di un cancro che l’aveva tormentata per qualche anno. Erano sopravvissuti ai bombardamenti degli americani rintanandosi sotto terra e vivendo come topi finché gli invasori non li lasciarono definitivamente in pace, ma la malattia invece non le aveva dato scampo. Lui più invecchiava più pensava ai giorni della fatica, dello scavare trincee e strisciare nei cunicoli tra il fischio delle bombe nemiche che nel frattempo in superficie radevano al suolo uomini, animali, piante e qualsiasi cosa dall’aspetto vivente o meno; non lasciavano molto spazio all’amore. Eppure proprio in quel periodo conobbe la donna che avrebbe sposato. Era minuta ma molto decisa e forte. Una combattente sconfitta dalla malattia che forse era la maledizione lasciata dai soldati americani morti sul suolo vietnamita.

La guerra tradizionale, per quanto crudele e spietata, paradossalmente si può fronteggiare e combattere nella speranza di sopravvivere, ma il consumismo con il proliferare di fabbriche ed industrie inquinanti, le sostanze tossiche riversate nelle falde acquifere, le polveri sottili di camion, macchine e motorini sembrano inarrestabili. Colossi di cemento che attaccano l’uomo con armi invisibili.

Una visione tragicamente realistica del mondo in cui viveva che pareva vulnerabile solo dagli affettuosi abbracci della sua nipotina. La nuova generazione difficilmente potrà far peggio di quanto fatto da quelle precedenti. Pensò.

Passò qualche minuto e la bambina scese le scale vestita di tutto punto pronta per essere portata a destinazione dove si sarebbe esibita da lì a poco. Essere tenuta per mano dalla mamma frenava la sua vivacità che però non riusciva a trattenere completamente. Scuoteva infatti la testa in modo da far dondolare le antenne da coccinella.

Le due, dopo aver salutato il resto dei familiari, si misero in cammino tra le caotiche ed inquinate vie di Saigon in direzione del teatro all’aperto dove ad attenderle avrebbero trovato la maestra di ballo e tutti i compagni di scuola che avrebbero aderito alla recita.

 

Viaggiare d’autunno

La meteorologia classifica l’autunno al pari della primavera, come una stagione intermedia; la durata viene quindi stimata tra il 1° settembre e il 30 novembre

 

Mi sono svegliato, o almeno credo.autunno

Nel dormiveglia socchiudo gli occhi ed intravedo la luce dell’alba. Li richiudo avaro di sonno e diventano sempre più definiti i rumori all’esterno; capisco che è un camion della spazzatura quello che emana un acuto segnale ad intermittenza interrotto dal secco frastuono del cassonetto rilasciato a terra. Dura qualche minuto, poi si allontana portando con se il cadenzato rumore diesel e lo scorrere dei pneumatici sull’asfalto amplificati dal cemento bagnato. Pare abbia piovuto o, chissà, forse sta piovendo.

I sogni della notte lasciano spazio ai primi pensieri razionali; c’è da scegliere l’abbigliamento adatto per uscire, ma ancora non so se piove o meno, se fa caldo oppure no, se la giornata di oggi sarà caratterizzata da un vento forte, umidità o da chissà quale altro ostacolo meteorologico. La lucina arancione della ricarica della Nikon è fissa,  la batteria pronta per essere inserita nella macchina.

Scorre l’acqua in bagno, arta malapena ho realizzato che ti sei fatta la doccia qualche istante fa.

Sarai davanti allo specchio concentrata a sistemarti. Chissà se guardandoti penserai a quante centinaia di individui si sono riflesse proprio lì, dove adesso sei tu. Persone con le loro storie vissute, le loro famiglie, i loro desideri e segreti; ansie, paure e differenti modi di usufruire la stessa stanza che stiamo vivendo noi ora. In pochi ci pensano, secondo me. Forse è proprio grazie al pbeattlesotente ed istantaneo senso di proprietà che contraddistingue gli esseri umani che le strutture ricettive esistono. Dal momento in cui ci viene data la chiave la camera diventa nostra; per qualche giorno o settimana la possediamo. Centinaia di persone dormono nello stesso letto certi di essere, non dico gli ultimi, ma i primi ad averlo fatto.  Stranezze.

Sul letto ci sono seduto, adesso. Il bollitore elettrico ha ufficializzato l’inizio della nuova giornata con il suo goffo balletto dovuto al bollore dell’acqua che ho già versato nella tazza. La bustina del tè deteinato me la porto da casa, un amuleto per affrontare nuove culture senza staccarmi dalle mie radici. Apro la confezione di un prodotto locale e ne assaporo il gusto. Tu sei quasi pronta e ti sposti continuamente tra la stanza ed il bagno per gli ultimi preparativi. Devo rompere il silenzio per farti notare quanto sia buono quello che sto degustando; svela sapori inimmaginabili se mangiato lontano da qui. Devi assaggiarlo!

I preparativi per affrontare il primo giorno di viaggio stanno procedendo come di consueto e le lenzuola poc’anzi stropicciate sono perfettamente aderenti al materasso per accogliere la pianta della città. Occupa molto spazio, odora di stampa, ai lati della schematica mappatura pacchiane finestre colorate raccomandano ristoranti, attività e quant’altro. Lievi distrazioni su quello che da lì  a poco diventerà un campo di battaglia pieno di appunti e cerchiature solo all’apparenza disordinate. Una volta usciti capiremo se è il caso di raggiungere questi luoghi camminando o con altri mezzi.

Entriamo nell’ascensore che una coppia di giovani italiani ha appena lasciato alle loro spalle. Sembrano essere in disaccordo su molte cose mentre si incamminano nel corridoio; si chiude la porta. Torna il silenzio.

Ancora non sappiamo cosa ci aspetterà là fuori, ma sono sicuro che ci piacerà anche questo viaggio.

Bello viaggiare d’autunno, penso.

Con te.

 

 

 

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Tilos: laboratorio d’artisti

campanileAscoltare il silenzio senza timore, nell’epoca attuale risulta quasi impossibile. Per molti.

L’indigestione di informazioni, tra le tante inutili e fittizie, cui siamo sottoposti quotidianamente, inghiottite alla stregua delle oche da foie gras, altrettanto gonfiate a suon di mangimi sparati in gola da tubi poco cortesi, ci ha disabituato ad assaporare la libertà del nulla, la leggerezza dell’ascoltare senza dover giustificare o rendicontare. L’ossessionante condivisione del tutto, ci ha lasciato privi di apprezzare attimi in cui il vero tutto è rappresentato da momenti di niente apparente.

Introduzione decisamente importante e forse troppo pretenziosa per chi magari cerca solamente qualche spunto in più per visitare Tilos, penserà qualche lettore, ma necessaria a comprendere a fondo la spiritualità dell’isola greca; il turismo e tutto il ramificato folclore che ne consegue, lì, non ha piantato radice alcuna.

scaleAttraccati al porto principale di Livadia passano pochi secondi dalla piccola calorosa accoglienza ed adunanza dei vari albergatori mentre recuperano i loro ospiti al ritorno alla quiete. L’istantanea confusione si dissolve tra l’accelerata di qualche furgone e le conseguenti nuvolette di fumo presto scolorite tra l’azzurro del cielo. Come il botto finale ad indicare la fine dei fuochi d’artificio è il motore del traghetto a silenziarsi man mano che questo si perde all’orizzonte verso la sua prossima meta.

Ti ritrovi solo. A guardarti in giro.

I pochi noleggiatori di poche auto e pochissimi scooter aspettano, senza avvicinare o disturbare i nuovi arrivati che tanto, come le api attratte dal pistillo dei fiori prima o poi arriveranno a loro.

Grazie a questi mezzi comincia l’esplorazione di Tilos ed i suoi ampi spazi battuti da un sole incessante e raffiche di vento caldo che non attenuano di niente le temperature soffocanti.

rovineArrampicarsi su quelle che una volta erano mulattiere ed osservare l’isola dai punti più alti, in solitudine, già ci racconta molto sulla spiritualità del luogo. Così come l’antico villaggio abbandonato Mikrò Choriò dove trovano rifugio dal sole che picchia incessante sia le capre che qualche volenteroso signore intento a restaurare la Chiesa o qualche edificio che forse non accoglierà mai nessuno. Le strade sono deserte e la stazione di servizio è aperta solo mezza giornata. In caso di emergenza i supermercati del piccolo centro cittadino vendono carburante in tanica, impensabile ai giorni nostri.

Seguendo le viewsegnalazioni turistiche si raggiungono i luoghi indicati come più interessanti da visitare, tra cui il museo che ospita lo scheletro di un elefante nano; ma l’edificio è abbandonato a se stesso, chiuso ed in balia di qualche vandalo e tante capre che lo usano come riparo. Molte spiagge sono poco frequentate ed interessanti punti d’attracco di barche a vela di passaggio.

Un laboratorio d’artisti, ecco cosa potrebbe essere e cos’è forse a giudicare da qualche insegna affissa su case isolate. La misticità ed il silenzio di questa isola schiva e riservata rispetto alle sue rumorose ed iperattive sorelle più illustri, la rendono luogo perfettocampana per scultori intenti a modellare opere di creta con le mani mosse dai liberi pensieri e ed il fruscio del vento o scrittori che a Tilos concedono il corpo e la sua statica presenza, ma non la mente, fluttuante in chissà quale altro luogo o palcoscenico frutto della fantasia. Magari semplici accordi di un brano che un musicista donerà alla stessa comunità che mai potrebbe cogliere l’aspetto embrionale dell’arte, spesso fiorente nel nulla, entusiasta nel glorificarne l’aspetto finale, svilito in stanze affollate.

Oppure ispirazione di un poeta, osservatore del mare e dei pescatori, dei gabbiani e delle onde che giorno dopo giorno cullano il mistero di quel profondo blu, che come inchiostro non cambia la sostanza ma entusiasma con nuove forme.

Questi spicchi di mondo, in fin dei conti, sono loro stessi poesia.

 

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