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Sequoia Park: L’incredibile storia degli alberi pensanti

La cima delle sequoie è annebbiata dalle nuvole che con lentezza  si adagiano sulla montagna. La neve ha imbiancato il paesaggio ed attutisce i rumori esterni. Il passo felpato di un cerbiatto fa capolino alla base di uno degli alberi del parco. Cerca dell’erba da brucare. Alza la testa, rimane immobile per qualche secondo e poi scompare tra la vegetazione. Turisti curiosi si intrufolano tra i sentieri osservando le giganti piante nella loro infinita altezza. Lo sguardo segue il maestoso tronco di legno dai riflessi arancioni illuminato da raggi di sole che si fanno spazio tra i rami dell’albero ed i disegni delle nuvole. Un giovane arbusto alto appena ventiquattro metri chiede al suo vicino spiegazioni riguardanti il luogo dove si trovano ed il perché. In questi ultimi duecentotrenta anni sono numerose le volte che si è rivolto ai suoi vicini. Attorno al suo tronco piccoli individui colorati lasciano delle impercettibili impronte che nemmeno degnano la sua attenzione. Il tempo per lui che vivrà forse più di duemila anni scorre in modo proporzionato. Al solito, le risposte che riceve dai compagni del fitto bosco non cambiano. E’ una sequoia sua coetanea a prenderlo in considerazione. “Sempre le solite domande. Ogni dieci, vent’anni te ne esci con queste curiosità” dice mentre il vento le smuove i rami come fossero enormi tentacoli. Non ha una voce. Gli alberi, si sa, non hanno bocca, orecchie, corde vocali e tutto ciò che è necessario per poter parlare o cantare. Le sequoie, come tutti gli esseri viventi, comunicano tra loro. Gli alberi di cui stiamo raccontando la storia, continuano “Queste domande sono difficili per noi. La risposta è laggiù, lo sai…” Il giovane non si scoraggia “Ormai è da qualche decina di anni che cerco di raggiungerlo ma non mi sente. Pensi che potrei…” La sequoia amica lo interrompe incitandolo “Certo, se davvero cerchi una risposta alle tue domande, l’unico che può aiutarti è il Generale Sherman.”

Il Generale è un albero piuttosto anziano che, dall’alto dei suoi circa duemilacinquecento anni, ha sempre una risposta pronta per tutti. E’ un po’ vanitoso e scorbutico vero, tant’è che nasconde la sua età esatta che nessuno conosce; leader infallibile quando ce ne stato il bisogno.

“Chissà se sei abbastanza alto da farti notare e sentire. Tra l’altro il Generale è anche un po’ sordo ultimamente. Tu provaci.”

La stagione potrebbe essere quella giusta visto il silenzio che regna tra la fitta vegetazione. Non circolano neanche tanti di quei fastidiosi puntini colorati che non si capisce bene per quale motivo si appiccicano alla base del mio tronco alla ricerca di improbabili abbracci. Pensò l’alberello.

Generale, Generale mi sente? Generale mi sente?”

Si alternarono giornate di sole, pioggia, neve, vento e tempeste. Poi ancora sole e caldo torrido.

Generale Sherman mi sente? Ho bisogno di chiederle una cosa!”

Stranamente, dopo soli quindici anni il Generale si degnò di dare ascolto al giovane albero.

“Mi hai chiamato giovanotto? In cosa posso esserti utile” sbofonchiò nel suo linguaggio la gigante sequoia.

“Quale onore! Mi stavo facendo alcune domande. Forse lei con tutta la sua saggezza dall’alto dei suoi ottantatre metri e dei suoi duemilacinquecento anni potrà darmi delle risposte…” Il Generale Sherman non gradì il fatto che venisse menzionata la sua presunta età “Chi ti dice che ho duemilacinquecento anni? Forse il mio aspetto tradisce una certa longevità? Poi ad essere precisi, sono alto 83,80 metri. Pensare che circa millenovecento anni fa ero il più piccolo della classe.”

“No assolutamente. Non era mia intenzione… Insomma, anzi… Il suo aspetto è meraviglioso. Anch’io magari un giorno potrò avere una massa come la sua…” Il Generale cominciò a spazientirsi “Massa come la mia? Intendi forse dire che la circonferenza di 31,30 metri mi appesantisce?”

La sequoia curiosa non sapeva più come uscirne. Passarono altri vent’anni poi continuò “Vede Generale mi chiedevo se poteva aiutarmi a capire il significato della vita. Qual’è il nostro scopo?”

Sherman non aveva risposte certe, come nessuno al mondo e non trapelò disagio nel dimostrarlo.

“Vedi giovanotto, non lo so qual’è il significato della nostra esistenza. Ti posso però garantire che in tutti questi anni, non tantissimi vero” ci tenne a sottolineare “ho visto succedere delle cose meravigliose. Questo mondo è strabiliante. Man mano che mi innalzo cambio la mia visione e le cose che appena nato mi sembravano invalicabili oggi faccio fatica a vederle laggiù in fondo” Quando il Generale Sherman raccontava le sue storie tutto il bosco si fermava a contemplarlo “Chissà giovane se ti sei accorto della presenza di quelle piccole bestiole che transitano tra di noi. Pensa che hanno la sfortuna di nascere, vivere e morire in un tempo così fulmineo. I cerbiatti, ad esempio, da quando abbiamo cominciato il nostro discorso, saranno scomparsi a migliaia. O gli uccelletti che ospitiamo da tempo immemore. Così fragili e passeggeri. Eppure sarebbe bastato che uno di quei cosi avesse mangiato il nostro seme o sradicato la prima radice che non esisterebbe il Generale Sherman o tutti noi alberi” Specificò “Che poi quando io ero ramoscello era da aver paura con le bestiacce che giravano. La vostra generazione è fortunata!”

La foresta rimase rapita dal discorso. Il giovane chiese lumi anche riguardo le piccole creature colorate che si muovevano attorno a loro. Le persone, le automobili.

“Ci siamo noi e ci sono queste minuscole cose che ci circondano. Ti dirò, questi frenetici idioti qualcosa stanno combinando perché in questi ultimi centocinquanta anni non è che si respira la stessa aria di prima; mi lasciano dubbioso anche le strisce grigie che si vedono qua è là e che fino a poco tempo fa non c’erano. Questi dove mettono mano combinano qualche disastro, ho già capito io…”

Al giovane albero rimase il dubbio iniziale. Solo il tempo avrebbe potuto donargli la saggezza per approfondire la sua curiosità ed avvicinarlo così alla verità.

Intanto nel bosco gli alberi apparentemente silenziosi continuavano a crescere e respirare. Nella praticità quotidiana continuavano ad essere l’indispensabile polmone del mondo.

Eppure, ne sono convinto, l’incredibile storia degli alberi pensanti è più vera di quanto si possa immaginare.

Vero Generale Sherman?

Anche un albero con il tronco così grande da non riuscire ad abbracciarlo ha inizio da un delicato germoglio.
(Proverbio cinese)

 

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Copertina Novembre 2018

La Maratona di Los Angeles

Avranno mille difetti, tralasciando il delicato aspetto politico, ma bisogna riconoscere che nell’organizzazione eventi gli americani sono particolarmente capaci.

La maratona di Los Angeles, che chiaramente non fa parte delle sei major (Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e New York) a dirla tutto non ha un impianto organizzativo infallibile però grazie alla cornice hollywoodiana ed ovviamente ad una importante partecipazione atleti/pubblico è molto divertente.

I giorni precedenti alla gara il ritiro del pettorale avviene al Los Angeles Convention Center situato sulla Figueroa St dove a poche centinaia di metri si trova lo Staples Center, palazzo dello sport che tra le varie ospita le franchigie NBA Lakers e Clippers. Inevitabilmente ci aspettano numerosi stand con interessanti e svariate proposte per sportivi e non. Certo, dimensioni e varietà non sono paragonabili a ciò che si può trovare a NY ma gli ingredienti per perdersi tra le proposte commerciali, spesso camuffate da divertenti giochi, ci sono tutti. Quindi il maratoneta una volta ritirato il pettorale e con la sacca piena di gadget, rimane in attesa del suo giorno.

La partenza avviene presso il Dodger Stadium, tempio del baseball. Per raggiungerlo assolutamente consigliati i mezzi pubblici riservati ai partecipanti perché altrimenti si rischia di rimanere incolonnati sulla highway dove, tra l’altro, viene chiusa l’uscita principale che da accesso diretto allo stadio. Fa freddo ed il rimedio è immergersi nel fiume di partenti dove centinaia di corpi emanano il calore necessario ad alzare un po’ la temperatura. Non per altro, ma nell’immaginario collettivo in California fa sempre caldo… Così non è specie nelle albe di marzo.

Nota negativa dell’organizzazione: se non si arriva con un certo anticipo al nastro di partenza ci si può scordare il proprio wave. Infatti, a differenza di Siviglia o Barcellona ad esempio, non ci sono ingressi laterali paralleli alla corsia di partenza così che si è costretti a fare la fila che, ovviamente, ad una certa diventa invalicabile. Partire con i più lenti (rispetto ai miei tempi) mi ha parecchio penalizzato perché ho dovuto attendere 1/2K prima di cominciare a correre decentemente. Già che ci sono: non è una gara dove cercare il personal best. A cominciare dal Dodger Stadium  e zone limitrofe non mancano le salite per quello che si rivelerà un percorso piuttosto impegnativo in tal senso. E’ sicuramente interessante correre anche tra i quartieri meno ricchi della città per poi ritrovarsi nella zona più turistica, come la Walk o Fame, il Chinese Theatre a Hollywood, per poi toccare il lusso sfrenato di Beverly Hills. Diciamo che per scoprire da cima a fondo una città la maratona è un ottimo mezzo. Un po’ faticoso certo, ma non lascia nulla di inesplorato.

Come anticipato la partecipazione del pubblico non è sensazionale ma importante ed anche questo, come sostengo sempre, è di grande aiuto. Si fa particolarmente vivace e fragorosa negli ultimi chilometri quando, come un miraggio di dune nel deserto, compaiono le ultime impegnative salite che ci dividono dal traguardo situato nella caratteristica cornice di Santa Monica. Si recuperano le ultime forze tra giovanissimi studenti intenti a distribuire bevande, gruppi rock e multicolorate cheerleaders in attesa di veder comparire l’arrivo. Per ovvi motivi di sicurezza anche la linea del traguardo è particolarmente controllata e non è facile per parenti amici avvicinarsi o raggiungere la persona che si sta aspettando.

Finita la gara ed indossata l’ennesima medaglia, che chiaramente è molto piacevole e curata nell’aspetto, non rimane che recarsi al Santa Monica Pier, famoso molo dove termina anche la Route 66 e dove ci aspettano birre e cibo per tutti i gusti e tutte le tasche.

Ulteriore demerito organizzativo il rilevamento dei tempi ufficiali che per una giornata mi ha quasi fatto credere di aver stabilito il mio personal che, tra l’altro, sarebbe stato utile per la qualifica alla maratona di Boston.  Naturalmente andava in netto contrasto con quello registrato dal mio cronometro che, per quanto possa essere approssimativa l’esattezza nel farlo scattare alla partenza e stopparlo all’arrivo non può certo sgarare di nove minuti. Ovviamente il tempo ufficiale strepitoso si è dimostrato un erroraccio quando già festeggiavo sui social la qualificazione per Boston appunto.

Morale della favola a mio avviso la maratona di Los Angeles è più orientata alla celebrazione festaiola dello sport piuttosto che all’agonismo duro e puro. Il percorso, come detto, non attrae più di tanto i top runner che preferiscono concentrarsi su altre gare ma questa non è una critica negativa, anzi. In questa maratona emerge ancora di più il lato umano delle persone più semplici con le loro svariate motivazioni che, non solo agonistiche o economiche appunto, popolano per un giorno tutte le strade di LA. Ad esempio mi viene in mente un massiccio ragazzo di colore che ho avuto a fianco per qualche centinaio di metri che ripeteva ad alta voce a se stesso ininterrottamente “You can, you can, do it, you can”. Non so se avevamo superato il 5K e chissà se avrà continuato ad automotivarsi per tutti i restanti 37K. Oppure due ragazze visibilmente fuori forma che alla mezza mi hanno superato con nonchalance ad un ritmo vertiginoso tanto da farmi sentire una completa nullità. Giuro. Dopo un po’ le ho ritrovate che camminavano sfatte; intanto fino al 21K hanno davvero corso veloci nonostante la loro stazza.

Piccole storie che Hollywood, come sempre, riesce a rendere grandi.

Tutti abbiamo delle motivazioni. La differenza tra gli individui sta nella loro capacità di farle durare a lungo nonostante ostacoli,difficoltà e problemi. La capacità di perseverare, di far durare a lungo la motivazione viene detta resilienza.

Pietro Trabucchi

Long Beach: il banditore d’aste

“Salve…”

Dalla fessura appena socchiusa della porta d’ingresso di casa di mio fratello uscì una ragazzetta che mi salutò frettolosamente a testa bassa ed intenta ad indossare un giacchino. Nel mentre si distorceva sui tacchi in cerca del giusto equilibrio. Sparì nel nulla dopo pochi istanti come il profumo che portava addosso.

Dopo averle curiosato per qualche secondo il fondo schiena, ben evidenziato da un leggero vestito semitrasparente a righe orizzontali bianco e nere, entrai in casa. Mi piaceva l’appartamento di mio fratello, era molto ampio e luminoso con la vista sul porticciolo di Long Beach. L’aveva arredato con classe; pochi pezzi ma di grande valore. D’altronde era un banditore d’aste e nonostante la sua sindrome di Peter Pan aveva un gusto raffinato ed adulto. In questo e non solo lo aiutavano le nostre origini italiane.

Vidi transitare la sua sagoma vestita da un solo paio di pantaloni in raso e delle ciabatte che parevano quelle rubate in un albergo 5 stelle. Passò le mani tra i capelli umidi scompigliandoli. Evidentemente si era docciato poco prima. Durante questo passaggio ci salutammo mentre lui si fermò pochi istanti per sorseggiare qualcosa di ambrato contenuto nel bicchiere parcheggiato su un tavolino vicino al divano. Il bicchiere e la bottiglia di cognac, ormai vuota, probabilmente erano lì dalla sera precedente.

“Cristo, ma come fai a bere quella merda già a quest’ora?” gli dissi con un tono di voce piuttosto alto. Mi rispose dal bagno urlando ancora più di quanto stessi facendo io “Perché che ore sono?”

Mio fratello prendeva la vita così come veniva. Alla giornata. Era più piccolo di me e decisamente era riuscito meglio. Nonostante non praticasse palestra aveva un fisico grosso e scolpito. Le uscite con il surf l’avevano modellato ma dai miei ricordi ho un immagine di lui sempre bella tosta e mai fuori forma già da bambino. Nostra madre aveva provveduto a fornirgli anche degli occhi azzurri, il resto l’aveva fatto nostro nonno, che fu un bellissimo uomo.

“Ma quella che è uscita da casa chi è?”

Rispose dal bagno “Quella chi?”

Mentre mi facevo gli affari suoi guardavo il panorama a Long Beach. Mi specchiavo nella vetrata e pensavo: ma siamo davvero fratelli? I miei occhi sono scuri, ho la pancetta e comincio pure a stempiarmi. Sarò anche il fratello maggiore ma di cinque anni per dio, non venti!

Continuai la conversazione.

“Come quella chi? La ragazzina che è uscita quando sono arrivato. Ma sicuro sia maggiorenne?”

Rispose prima di accendere il phon “Carina vero? Conosciuta ieri sera ad una festa qui sotto. Non ho chiesto l’età mi pareva brutto.”

Un pazzo. Uno di questi giorni l’avrei trovato dietro le sbarre.

Presi in mano il Rolex Daytona che trovai tra le intercapedini del suo pregiato divano Moroso.

“Ma lasci in giro il Rolex in questo modo? Con sconosciute che girano per casa? Cazzo ma saranno 10.000 dollari di orologio!”

La mia frase partì pochi istanti prima che spegnesse il phon e mi sentisse nuovamente. Rispose quando riprese l’orologio dalla mia mano. Lo indossò.

“Ah ecco dov’era! Vale 21.000 dollari, non 10. E’ un black dial

“Ma quando metterai la testa a posto?”

Grazie ad una giusta intraprendenza ed un’elevata dose d’incoscienza il ragazzo raggiunse il successo in poco tempo. Raramente riscontrava delle sconfitte e quando capitavano le trasformava in opportunità. L’affare che lo introdusse nel mondo della compravendita fu qualcosa di assurdo. Andò così: una volta laureato i nostri genitori decisero di regalargli una macchina. Ci ritrovammo così nel garage di casa una vecchia Colt color beige. Non aveva il fascino di una spider ma era comunque decorosa ed utile; ma a lui a cui piace e piaceva surfare in giro per il mondo della macchina non fregava assolutamente nulla. Così che un bel giorno, chiacchierando con uno studente in cerca di un mezzo economico, venne a sapere che il ragazzino aveva ereditato dal nonno una vecchia moto impolverata e mal funzionate. Andammo assieme a San Gabriel Valley a visionare quel ferro vecchio tenuto in malo modo all’interno di una stalla adibita anche a deposito. Io ero scettico e lo sconsigliai vivamente di fare la cazzata del secolo, ossia scambiare l’auto con il rottame. Lui si scrollò dalle spalle la paglia che la gallina svolazzante gli aveva depositato addosso quando cercò di allontanarla dal motociclo e con un gran sorriso strinse la mano al giovinastro “Affare fatto. Queste sono le chiavi della macchina, è tua”

Aveva appena ceduto una Mitsubishi Colt dal valore di 1000 dollari ed aveva portato a casa quella che dopo due settimane si sarebbe rivelata una perfetta BMW R26 del 1956 dal valore di 10.000 dollari. Riuscì a piazzarla ad un produttore di Los Angeles per 12.000 dollari ancora prima di completare il restauro.

In più il produttore, incantato dalla sua dialettica, lo inserì presto nel giro; senza un minimo di esperienza, si ritrovò a vendere e comprare oggetti provenienti da tutto il mondo con persone molto più esperte e preparate di lui.

Quel giorno andai a trovarlo perché proprio a Long Beach si stava tenendo un raduno sia di auto d’epoca che tuning. Eravamo entrambi interessati a quelle d’epoca perché, riguardo alle elaborate, odio profondamente gli individui che buttano i loro soldi in particolare per potenziare a dismisura l’impianto audio delle loro vetture. Essendo loro stessi comunicatori primitivi, necessitano di mezzi che amplifichino i loro basici sentimenti. Una lieve evoluzione rispetto ai gorilla, costretti a prendersi a pugni il petto per sciorinare al mondo femminile la loro virilità. Tutto ciò che è urlato ed esageratamente evidenziato denota ignoranza. Trovo ingiusto che persone dispensatrici di scie acustiche di bassi capaci di far vibrare l’asfalto possano far parte della società moderna.

“Sei troppo silenzioso. C’è qualcosa che ti infastidisce vero?” Mio fratello sapeva leggere il mio umore come nessun altro.

“No tranquillo. Guardavo qua e là. Questa non mi dispiace…”

Avevo messo gli occhi su una curiosa Porsche d’epoca forse troppo modificata per i miei gusti.

Le vetture avevano occupato tutto lo spazio che arriva fino al faro. Preferimmo passeggiare sul lato opposto e fermarci a bere qualcosa in un pub sul molo.

Il sipario del tramonto serale di Long Beach era quasi completamente aperto alla vista del pubblico che, come noi, frequentava numeroso i locali del porticciolo; ero anche impegnato a dare ascolto alle voci che dentro di me mi invitavano a godermi lo spettacolo senza pensieri; a ripartire in fretta per evitare il cronico traffico di Los Angeles; a chiacchierare ancora con mio fratello che chissà quando avrei rivisto.

La decisione finale fu estratta dal mazzo di carte che al solito distribuiva il mio caro consanguineo, diretto in bagno e scomparso nel nulla per una mezz’ora abbondante.

“Scusa se ti ho fatto aspettare questi 10 minuti…” Disse una volta ricomparso dopo mezz’ora. Non era tornato da solo ma accompagnato da una affascinante ed acerba ragazza dai tratti orientali. In California ci sono parecchie di queste bellezze di origini asiatiche.

“Lei è…”

Nonostante gli atteggiamenti dei due fossero espressione inequivocabile di complicità, non conosceva ancora il nome della ragazza incontrata forse qualche decina di minuti prima alla cassa del bar o nella fila dei bagni “Sono K piacere” intervenne lei non curandosi minimamente dell’omissione “Cavolo siete fratelli? Non sembrate neanche cugini”

Già, pensai.

Rimasi con loro giusto il tempo per finire la birra ed ascoltare le solite avventure d’effetto che venivano da lui gettate come esche a tutte le ragazze che avrebbero passato la notte nell’attico di Long Beach.

Salutai la nuova coppietta con un sorriso forzato che mal celava il mio disagio, offrì il giro e mi incamminai verso la macchina lasciando dietro a me passo dopo passo il rumore della festa.

La forma più fondamentale d’amore, è l’amore fraterno. Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall’assenza di esclusività.
(Erich Fromm)

San Francisco. Il ricercatore

San Francisco, un giorno qualsiasi, ore 19:36

Il rumore della chiave rigirata nella serratura spezza il silenzio della casa affacciata sul porticciolo.

Dopo qualche tentativo la porta d’ingresso si apre spinta da un uomo impegnato sia a posare le chiavi nella tasca destra del soprabito che a sostenere una borsa di cartone piena di provviste.

“C’è nessuno in casa?” pronuncia ad alta voce l’uomo che nel frattempo si avvia verso la cucina attraversando il vasto ingresso. “Ho comprato qualcosina… Disturbo?”

Non risponde nessuno. Continua a destreggiarsi nel salone principale. Posa quindi il soprabito e si sposta in cucina dove appoggia la borsa sul tavolo. Comincia a smistarne il contenuto.

Apre la porta del frigo per sistemare i vasetti dello yogurt; la luce che illumina il suo viso evidenzia una persona di mezza età che ha apparentemente sostenuto una giornata piuttosto faticosa.

Una ragazza si presenta sulla porta della cucina indossando una t-shirt di almeno due taglie più grandi della sua e che le arriva quasi alle ginocchia. Sul davanti una scritta in rosso ben visibile USFCA. Oltre alla maglietta e delle calze di cotone arrotolate alla caviglia non indossa altro. Ha i capelli lunghi raccolti in modo approssimativo e rilascia qualche sbadiglio prima di rispondere stropicciandosi gli occhi

“Cavolo scusa, non ti avevo sentito… Bentornato!”

Lei è sicuramente più giovane rispetto a lui di almeno una decina di anni. I due hanno evidentemente molta confidenza ma ciò nonostante il loro saluto si limita ad essere verbale. Nessun bacio o abbraccio.

“Non ti ho proprio sentito rientrare” dice la ragazza che sembra risvegliarsi parola dopo parola. Lui è serenamente indaffarato a sistemare gli alimenti mentre l’ascolta in silenzio. Lei continua il dialogo “Scusami ma sono ancora frastornata dal jet lag. Certo che ti hanno dato una casa fantastica. Una vista incredibile!”

“La mamma sta bene? Si è ripresa?” chiede lui.

“Non troppo. Sai che era molto legata a papà. Lei e gli zii sono rimasti un po’ male che non ti sei presentato al funerale

Lui apre una lattina di una bevanda gassata e la porge alla sorella “E’ dispiaciuto anche a me. Tremendamente. Ma anche un minuto in meno di ricerca significa chissà quanti morti in più a causa della malattia che ci ha portato via papà. Il viaggio per l’Italia poi, non ne parliamo…. Altro che perdita di minuti.” Per un pò la stanza si riempie di malinconia.

“Certo che in valigia potevi metterti una t-shirt in più anziché usare la mia!” Cambia discorso ed i due tornano a sorridere.

“Allora sorellina, hai fatto un giro della città? Ti sono serviti i miei suggerimenti? Mentre ero al laboratorio ti ho pensata ed invidiata per un pochino. Vivo a San Francisco da tre anni e nemmeno ricordo com’è fatta”

“Certo che sono serviti! A dire il vero mi sono persa alla prima curva, ma forse è stato ancora più emozionante!”

“Perdersi a San Francisco in bicicletta è piuttosto rischioso con tutti i sali scendi che ci sono… Fammi vedere i polpacci”

Scostando la sedia sulla quale è seduto le si avvicina con tono scherzoso fingendosi interessato a controllare i polpacci mentre la ragazza si schiva altrettanto scherzosamente.

“Quindi questo giro? Che hai visto? Siediti, raccontami prima che me ne vada a dormire” la incalza mentre lei comincia a descrivere la sua giornata. Una giornata da turista, per la prima volta a San Francisco, ospite del fratello ricercatore all’Università.

“Dopo aver pedalato per un bel po’ di salite e quando avevo perso la speranza di arrivare al Golden Gate ho fatto una pausa qui, in questo parco guarda…” allunga lo smartphone dove compare la foto di un parco con vista panoramica della città “Beh, lo sai dove sei capitata? Ad Alamo Square… Queste case sono chiamate Painted Ladies. Uno dei posti più pittoreschi di San Francisco. Forse te l’avevo accennato il primo giorno” La ragazza pare stupita e divertita allo stesso tempo “Davvero? A saperlo… Ed io che ero infuriata convinta d’essermi persa…”

“Beh ti servirà da lezione. Franck A. Clark scrisse che se puoi trovare un percorso senza ostacoli, probabilmente non ti porta da nessuna parte. Sai quante scoperte ci sono capitate di fare quando pensavamo d’essere completamente fuori rotta! Ma continua…”

“Interessante questo Franck chi? Comunque a forza di pedalare e con i nuvoloni sopra la testa prima di vedere in lontananza il Golden Gate mi sono imbattuta in un cimitero americano. Tutte quelle croci bianche mi hanno fatto pensare a come qualsiasi distinzione terrena venga meno una volta trapassati”

Lui la interruppe nuovamente per qualche secondo “Siamo sull’Oceano Pacifico, le nuvole ci fanno compagnia quasi ogni mattina, ma poi spesso si diradano concedendoci belle giornate come quella che mi pare ci sia stata oggi…” “Ti pare?” chiede ironica lei “Mi pare perché stando chiuso in un laboratorio 10 ore al giorno con un occhio sul microscopio ad osservare vetrini non faccio molto caso a ciò che accade fuori. Insomma, il sole e la pioggia non influiscono molto nella mia giornata se non nel tratto di strada che mi separa dall’Università e viceversa. Però poi sei arrivata al benedetto Golden Gate che puoi vedere anche affacciandoti alla finestra del salone se è per quello…”

“L’avevo visto da casa ovviamente! Ma volevo vederlo da vicino!”

Lui ribatte “Mi pare di capire che tra Painted Ladies, cimiteri e dio sa solo cosa altro, ci sei arrivata… E’ lì… Bastava attraversare la strada, seguire la ciclabile in direzione sinistra e ci arrivavi in 5 minuti”

“Eh ho capito” continua la sorella “Senza saperlo ho seguito il consiglio di quel… Come si chiama?” “Franck A. Clark, è uno scrittore…” le ricorda il fratello alzando gli occhi al cielo.

“Poi la ciclabile l’ho fatta nel versante alto… Guarda che foto!”

La ragazza esibisce orgogliosamente gli scatti eseguiti la mattina della visita con lo smartphone. Il ponte ripreso da tutte le posizioni possibili ed immaginabili come fosse l’unica cosa realmente importante da vedere a San Francisco.

Continua nel suo racconto mentre lui scorre le foto amorevolmente come se non l’avesse mai visto.

“E’ davvero molto bello questo tratto di ciclabile. L’ho percorso tutto fino ad arrivare al molo Pier 39. A dire il vero mi sono inerpicata ancora tra le salite per poi ritrovarmi a Chinatown ed anche Little Italy credo… Almeno lì ho visto un’insegna con scritto Italian Athletic Club ed un signore si è rivolto a me in italiano…” Lui conferma: “Sì, il quartiere si chiama North Beach ed è molto vicino a quello cinese. Vicino all’Athletic Club, che è un luogo di ritrovo molto conosciuto dagli italiani, c’è una Chiesa molto importante, dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Ma immagino ci sarai andata via dritta senza vederla”

La ragazza sorride sarcasticamente mentre morde la mela che ha preso dal portafrutta.

“Ma io sono venuta a trovare te principalmente” lui la smentisce “Bugiarda! A proposito… Il tuo fidanzato? Stai sempre con quello… Come si chiamava? Quello che ho conosciuto proprio prima di partire…” La sorella inarca le sopracciglia sforzandosi di capire chi fosse quel ragazzo “Ma va! Storia vecchia. Ma poi che te frega a te delle mie vicende amorose? Tu piuttosto?” “Niente di che. Come vedi vivo da solo. Il mio lavoro mi porta via un sacco di tempo. A volte esco con qualche collega ma niente di serio. Invece il tuo giro per San Francisco? Continua a raccontarmelo che mi sembra d’esser stato lì con te”

La ragazza apre una scansia della cucina in cerca del cestino dove poter buttare il torsolo della mela. Mentre lui le indica quale porta aprire per trovarlo lei ha già fallito qualche tentativo. Curiosando tra le dispense non riesce a fare a meno di commentare “Certo che sei proprio italiano… Pasta, pasta, pasta, pomodoro, pomodoro, pomodoro… Ma che sei venuto a fare in California se con la testa sei rimasto in Italia?” Lui annuisce “Vero. Mi manca l’Italia. Ma qui ho ciò che mi serve per proseguire la ricerca. Fondi, credibilità, assistenza. Da voi in Italia i ricercatori sono considerati una sorta di perditempo. Gente che spreca denaro pubblico per non si sa bene cosa. In realtà è proprio con quel sistema che si sperpera denaro pubblico: istruire delle persone e costringerle a mettere in pratica le loro conoscenze altrove. Hai sviato la domanda di prima… ”

Lei abbandona l’espressione seriosa che ha mantenuto nel ascoltarlo.

“Vero. Come ti ho detto sono arrivata al molo Pier 39. Davvero spettacolare. Certo è una zona molto turistica ma i negozietti e locali della via…” “The Embarcadero, la via si chiama The Emabarcadero” l’istruisce lui “Ecco quella, ci siamo capiti, sono molto carini. Avrei voluto comprare qualcosina ma alla fine mi sono detta: perché non farmela regalare?” Ride e continua “Naturalmente ho visto anche le chiatte con le foche. Un altro mondo. Davvero, vivi in un altro mondo”

Lui abbassa lo sguardo verso il basso “Direi proprio di sì. Sai gli americani sono sereni, tranquilli, programmano qualunque cosa; anche le giornate libere. Tutto funziona come un orologio svizzero. Certo ci sono sempre più homeless in giro, gente schiacciata dal capitalismo sfrenato a cui è sempre più difficile resistere. Ma la mia fortuna è che sono italiano e noi proveniamo da un posto dove l’improvvisazione è nel nostro DNA. Noi siamo capaci di arrangiarci, di venire fuori da qualsiasi situazione. Loro no. Vanno in tilt se qualcosa non fa parte del programma.”

Lei ascolta mentre sfoglia altre foto sullo smartphone finché non spalanca gli occhi alla vista di un primo piano ad una foca. Gliela mostra orgogliosa.

“Eh già… Italiani. A proposito… Il mio volo di rientro è dopodomani, avremo un po’ di tempo da passare assieme noi due prima che passino altri tre anni?”

Lui sorseggia un po’ di vino dolce da un piccolo calice e le risponde “Certo. Possiamo andare a bere qualcosa qui vicino nel Fisherman’s Wharf anche se è super turistico. D’altronde tu sei turista qui… O no?”

“No” specifica seccata lei.

“Ok, vediamo come sono messo con il lavoro, magari ci spostiamo in tram. Ci sei già salita? Se tutto va come deve a breve sarà pubblicata una divulgazione scientifica piuttosto importante. Poi avrò più tempo per voi e forse anche per me. Adesso vado a dormire che domani mi devo svegliare presto. Good night sister

“Notte brother

Nessuno si impegna in una ricerca in fisica con l’intenzione di vincere un premio. È la gioia di scoprire qualcosa che nessuno conosceva prima.
(Stephen Hawking)

ANSA – Individuato il tallone di Achille dei tumori: è una proteina sosia di quella prodotta dalle cellule sane in condizioni di stress. Bloccandola si innesca l’autodistruzione delle cellule malate, come hanno indicato i test sui topi. Individuata nel tumore della prostata, potrebbe essere comune a molte forme di cancro. Pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine, la scoperta si deve al gruppo di ricerca dell’università della California a San Francisco, guidato dall’italiano Davide Ruggero.

Ogni riferimento a persone o cose realmente esistenti o esistiti è puramente casuale. Questo post è dedicato a tutti i ricercatori italiani e non che contribuiscono a rendere l’essere umano più forte e consapevole.