Tag Archive | americani

Los Angeles. Il cadavere di Santa Monica ep.2

La seconda ipotesi riguarda un uomo di mezza età, senza fortune, senza casa.

Da quando è cominciata la brutta stagione a Venice Beach ha più spazi dove potersi muovere. Può cercare riparo sotto le vedette dei bagnini, oppure infilarsi in qualche anfratto tra i muri delle case. Tutti i suoi averi sono un cumulo di cianfrusaglie avvolto da un telo cerato azzurro che ha recuperato in un parcheggio chissà dove. La polizia è più benevola nei suoi confronti data la scarsa presenza dei turisti. Vivere vicino alla spiaggia offre molte comodità, tra cui quella di usufruire delle docce pubbliche. Non è passato troppo tempo da quando sfoggiava un fisico scolpito ed una ragazza da copertina che lo accompagnava a cavalcare onde nelle spiagge più affascinanti degli States. Aveva tutto ciò che serve per alimentare il sogno americano. Un lavoro da dirigente in una catena di supermercati, una villetta in un tranquillo quartiere di periferia di Los Angeles, una macchina, la moto e l’inseparabile tavola da surf. Il fine settimana era l’occasione per riunirsi con gli amici, bere e fare festa. Il matrimonio arrivò immancabile a suggellare una bellissima copia.  Entrambi, come detto, sembravano dei modelli di riviste. Le cose andavano benissimo fino allo scoppio della bolla finanziaria che ha coinvolto milioni di americani tra cui lui ed i suoi familiari. Il crollo della catena di supermercati, il licenziamento, l’impossibilità di pagare il mutuo della casa, investimenti sbagliati. Una caduta libera che lo portò in pochi mesi ad un declino fisico e psicologico tale che costrinse la sua giovane moglie a chiedere la separazione. Rifiutandosi all’abbandono cercò conforto nell’alcool peggiorando ancora di più la situazione. Le denunce e gli avvocati della sua ex consorte avevano definitivamente sancito la sua fine. Poi la strada. I primi giorni furono alienanti, incredibili. Dalla vergogna di poter esser riconosciuto da qualche conoscente si era messo in cammino facendo scorrere dietro a sé tramonti ed albe fino a perdere l’interesse nel misurare il tempo con l’orologio che barattò subito per racimolare qualche soldo da poter spendere in alcool. Fu l’ultima volta che consumò una bevanda alcoolica. I primi tempi per vivere utilizzava i ragionamenti imposti dalla società attuale: compra, produci, vendi, compra, produci, vendi… Ben presto si rese conto che non aveva più nessun mezzo per poterlo fare. Nonostante il suo impegno nel cercare di risalire la china giorno dopo giorno peggiorava tutto. La barba lasciava scoperte alcune rughe scavate che ben si evidenziavano sulle sue guance fino all’altezza degli occhi. La pelle era diventata a chiazze, vuoi per la scarsa igiene, vuoi per i funghi che l’avevano inevitabilmente contaminato. Si era dovuto adeguare anche ai discorsi che scambiava con altri homeless con i quali di tanto in tanto si perdeva in chiacchiere senza futuro. Un senzatetto vive solo di attimi presenti e gli apprezza come fossero lingotti d’oro. Una volta aver pensato di dover affrontare un futuro come questo sarebbe stato assurdo, pensare ora a ciò che aveva vissuto lo era ancor di più. Non si riconosceva più nella vita precedente. Non si riconosceva nemmeno nei suoi simili. Vivere in mezzo ad una strada lo stava avvicinando di più ad una specie animale che ad essere un umano al quale nemmeno si sforzava troppo di appartenere ancora. Quanti dialoghi con i piccioni, qualche cane… I gatti ricchi di Venice Beach. Non avere niente non significa dover odiare qualcuno anche se di motivi per farlo ne avrebbe avuti.

Cammina lungo la spiaggia quando un uomo in divisa gli si avvicina. Gli allunga benevolmente dieci dollari invitandolo con aria fintamente severa a comportarsi bene. L’uomo accetta e sfoggia un sorriso senza qualche dente. Li accartoccia nella tasca della camicia. Un barbone che ha assistito alla scena cerca di sfilargli i soldi dalla tasca ma lui riesce a divincolarsi e camminare dritto. Il Santa Monica Pier è a mezz’ora di cammino e lo vuole raggiungere. Là troverà riparo dal vento che soffia sempre più forte e dalle nuvole in lontananza che non promettono nulla di buono. Spinge un vecchio carrello della spesa che trasporta il suo sacco. Usa parte del telo per ripararsi dalla pioggia che intanto ha cominciato a cadere fitta. In queste condizioni non basta una mezz’ora per raggiungere il molo ma passo dopo passo ci arriverà. Senza pensare a nulla; libero.

Dopo qualche ora la sua anima era in balia di un destino migliore abbandonando un corpo martoriato dalle condizioni atmosferiche, gli stenti della fame, l’usura degli eccessi passati e la fatica di sopravvivere.

Prima che il corpo fosse messo nel sacco nero la polizia notò che in testa presentava una ferita lieve ma non volle farci caso. In fin dei conti a chi importava della vita di un homeless. Nelle tasche dei suoi indumenti non furono mai trovati nemmeno i dieci dollari che qualche ora prima gli erano stati donati da un agente. (continua)

San Francisco. Il ricercatore

San Francisco, un giorno qualsiasi, ore 19:36

Il rumore della chiave rigirata nella serratura spezza il silenzio della casa affacciata sul porticciolo.

Dopo qualche tentativo la porta d’ingresso si apre spinta da un uomo impegnato sia a posare le chiavi nella tasca destra del soprabito che a sostenere una borsa di cartone piena di provviste.

“C’è nessuno in casa?” pronuncia ad alta voce l’uomo che nel frattempo si avvia verso la cucina attraversando il vasto ingresso. “Ho comprato qualcosina… Disturbo?”

Non risponde nessuno. Continua a destreggiarsi nel salone principale. Posa quindi il soprabito e si sposta in cucina dove appoggia la borsa sul tavolo. Comincia a smistarne il contenuto.

Apre la porta del frigo per sistemare i vasetti dello yogurt; la luce che illumina il suo viso evidenzia una persona di mezza età che ha apparentemente sostenuto una giornata piuttosto faticosa.

Una ragazza si presenta sulla porta della cucina indossando una t-shirt di almeno due taglie più grandi della sua e che le arriva quasi alle ginocchia. Sul davanti una scritta in rosso ben visibile USFCA. Oltre alla maglietta e delle calze di cotone arrotolate alla caviglia non indossa altro. Ha i capelli lunghi raccolti in modo approssimativo e rilascia qualche sbadiglio prima di rispondere stropicciandosi gli occhi

“Cavolo scusa, non ti avevo sentito… Bentornato!”

Lei è sicuramente più giovane rispetto a lui di almeno una decina di anni. I due hanno evidentemente molta confidenza ma ciò nonostante il loro saluto si limita ad essere verbale. Nessun bacio o abbraccio.

“Non ti ho proprio sentito rientrare” dice la ragazza che sembra risvegliarsi parola dopo parola. Lui è serenamente indaffarato a sistemare gli alimenti mentre l’ascolta in silenzio. Lei continua il dialogo “Scusami ma sono ancora frastornata dal jet lag. Certo che ti hanno dato una casa fantastica. Una vista incredibile!”

“La mamma sta bene? Si è ripresa?” chiede lui.

“Non troppo. Sai che era molto legata a papà. Lei e gli zii sono rimasti un po’ male che non ti sei presentato al funerale

Lui apre una lattina di una bevanda gassata e la porge alla sorella “E’ dispiaciuto anche a me. Tremendamente. Ma anche un minuto in meno di ricerca significa chissà quanti morti in più a causa della malattia che ci ha portato via papà. Il viaggio per l’Italia poi, non ne parliamo…. Altro che perdita di minuti.” Per un pò la stanza si riempie di malinconia.

“Certo che in valigia potevi metterti una t-shirt in più anziché usare la mia!” Cambia discorso ed i due tornano a sorridere.

“Allora sorellina, hai fatto un giro della città? Ti sono serviti i miei suggerimenti? Mentre ero al laboratorio ti ho pensata ed invidiata per un pochino. Vivo a San Francisco da tre anni e nemmeno ricordo com’è fatta”

“Certo che sono serviti! A dire il vero mi sono persa alla prima curva, ma forse è stato ancora più emozionante!”

“Perdersi a San Francisco in bicicletta è piuttosto rischioso con tutti i sali scendi che ci sono… Fammi vedere i polpacci”

Scostando la sedia sulla quale è seduto le si avvicina con tono scherzoso fingendosi interessato a controllare i polpacci mentre la ragazza si schiva altrettanto scherzosamente.

“Quindi questo giro? Che hai visto? Siediti, raccontami prima che me ne vada a dormire” la incalza mentre lei comincia a descrivere la sua giornata. Una giornata da turista, per la prima volta a San Francisco, ospite del fratello ricercatore all’Università.

“Dopo aver pedalato per un bel po’ di salite e quando avevo perso la speranza di arrivare al Golden Gate ho fatto una pausa qui, in questo parco guarda…” allunga lo smartphone dove compare la foto di un parco con vista panoramica della città “Beh, lo sai dove sei capitata? Ad Alamo Square… Queste case sono chiamate Painted Ladies. Uno dei posti più pittoreschi di San Francisco. Forse te l’avevo accennato il primo giorno” La ragazza pare stupita e divertita allo stesso tempo “Davvero? A saperlo… Ed io che ero infuriata convinta d’essermi persa…”

“Beh ti servirà da lezione. Franck A. Clark scrisse che se puoi trovare un percorso senza ostacoli, probabilmente non ti porta da nessuna parte. Sai quante scoperte ci sono capitate di fare quando pensavamo d’essere completamente fuori rotta! Ma continua…”

“Interessante questo Franck chi? Comunque a forza di pedalare e con i nuvoloni sopra la testa prima di vedere in lontananza il Golden Gate mi sono imbattuta in un cimitero americano. Tutte quelle croci bianche mi hanno fatto pensare a come qualsiasi distinzione terrena venga meno una volta trapassati”

Lui la interruppe nuovamente per qualche secondo “Siamo sull’Oceano Pacifico, le nuvole ci fanno compagnia quasi ogni mattina, ma poi spesso si diradano concedendoci belle giornate come quella che mi pare ci sia stata oggi…” “Ti pare?” chiede ironica lei “Mi pare perché stando chiuso in un laboratorio 10 ore al giorno con un occhio sul microscopio ad osservare vetrini non faccio molto caso a ciò che accade fuori. Insomma, il sole e la pioggia non influiscono molto nella mia giornata se non nel tratto di strada che mi separa dall’Università e viceversa. Però poi sei arrivata al benedetto Golden Gate che puoi vedere anche affacciandoti alla finestra del salone se è per quello…”

“L’avevo visto da casa ovviamente! Ma volevo vederlo da vicino!”

Lui ribatte “Mi pare di capire che tra Painted Ladies, cimiteri e dio sa solo cosa altro, ci sei arrivata… E’ lì… Bastava attraversare la strada, seguire la ciclabile in direzione sinistra e ci arrivavi in 5 minuti”

“Eh ho capito” continua la sorella “Senza saperlo ho seguito il consiglio di quel… Come si chiama?” “Franck A. Clark, è uno scrittore…” le ricorda il fratello alzando gli occhi al cielo.

“Poi la ciclabile l’ho fatta nel versante alto… Guarda che foto!”

La ragazza esibisce orgogliosamente gli scatti eseguiti la mattina della visita con lo smartphone. Il ponte ripreso da tutte le posizioni possibili ed immaginabili come fosse l’unica cosa realmente importante da vedere a San Francisco.

Continua nel suo racconto mentre lui scorre le foto amorevolmente come se non l’avesse mai visto.

“E’ davvero molto bello questo tratto di ciclabile. L’ho percorso tutto fino ad arrivare al molo Pier 39. A dire il vero mi sono inerpicata ancora tra le salite per poi ritrovarmi a Chinatown ed anche Little Italy credo… Almeno lì ho visto un’insegna con scritto Italian Athletic Club ed un signore si è rivolto a me in italiano…” Lui conferma: “Sì, il quartiere si chiama North Beach ed è molto vicino a quello cinese. Vicino all’Athletic Club, che è un luogo di ritrovo molto conosciuto dagli italiani, c’è una Chiesa molto importante, dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Ma immagino ci sarai andata via dritta senza vederla”

La ragazza sorride sarcasticamente mentre morde la mela che ha preso dal portafrutta.

“Ma io sono venuta a trovare te principalmente” lui la smentisce “Bugiarda! A proposito… Il tuo fidanzato? Stai sempre con quello… Come si chiamava? Quello che ho conosciuto proprio prima di partire…” La sorella inarca le sopracciglia sforzandosi di capire chi fosse quel ragazzo “Ma va! Storia vecchia. Ma poi che te frega a te delle mie vicende amorose? Tu piuttosto?” “Niente di che. Come vedi vivo da solo. Il mio lavoro mi porta via un sacco di tempo. A volte esco con qualche collega ma niente di serio. Invece il tuo giro per San Francisco? Continua a raccontarmelo che mi sembra d’esser stato lì con te”

La ragazza apre una scansia della cucina in cerca del cestino dove poter buttare il torsolo della mela. Mentre lui le indica quale porta aprire per trovarlo lei ha già fallito qualche tentativo. Curiosando tra le dispense non riesce a fare a meno di commentare “Certo che sei proprio italiano… Pasta, pasta, pasta, pomodoro, pomodoro, pomodoro… Ma che sei venuto a fare in California se con la testa sei rimasto in Italia?” Lui annuisce “Vero. Mi manca l’Italia. Ma qui ho ciò che mi serve per proseguire la ricerca. Fondi, credibilità, assistenza. Da voi in Italia i ricercatori sono considerati una sorta di perditempo. Gente che spreca denaro pubblico per non si sa bene cosa. In realtà è proprio con quel sistema che si sperpera denaro pubblico: istruire delle persone e costringerle a mettere in pratica le loro conoscenze altrove. Hai sviato la domanda di prima… ”

Lei abbandona l’espressione seriosa che ha mantenuto nel ascoltarlo.

“Vero. Come ti ho detto sono arrivata al molo Pier 39. Davvero spettacolare. Certo è una zona molto turistica ma i negozietti e locali della via…” “The Embarcadero, la via si chiama The Emabarcadero” l’istruisce lui “Ecco quella, ci siamo capiti, sono molto carini. Avrei voluto comprare qualcosina ma alla fine mi sono detta: perché non farmela regalare?” Ride e continua “Naturalmente ho visto anche le chiatte con le foche. Un altro mondo. Davvero, vivi in un altro mondo”

Lui abbassa lo sguardo verso il basso “Direi proprio di sì. Sai gli americani sono sereni, tranquilli, programmano qualunque cosa; anche le giornate libere. Tutto funziona come un orologio svizzero. Certo ci sono sempre più homeless in giro, gente schiacciata dal capitalismo sfrenato a cui è sempre più difficile resistere. Ma la mia fortuna è che sono italiano e noi proveniamo da un posto dove l’improvvisazione è nel nostro DNA. Noi siamo capaci di arrangiarci, di venire fuori da qualsiasi situazione. Loro no. Vanno in tilt se qualcosa non fa parte del programma.”

Lei ascolta mentre sfoglia altre foto sullo smartphone finché non spalanca gli occhi alla vista di un primo piano ad una foca. Gliela mostra orgogliosa.

“Eh già… Italiani. A proposito… Il mio volo di rientro è dopodomani, avremo un po’ di tempo da passare assieme noi due prima che passino altri tre anni?”

Lui sorseggia un po’ di vino dolce da un piccolo calice e le risponde “Certo. Possiamo andare a bere qualcosa qui vicino nel Fisherman’s Wharf anche se è super turistico. D’altronde tu sei turista qui… O no?”

“No” specifica seccata lei.

“Ok, vediamo come sono messo con il lavoro, magari ci spostiamo in tram. Ci sei già salita? Se tutto va come deve a breve sarà pubblicata una divulgazione scientifica piuttosto importante. Poi avrò più tempo per voi e forse anche per me. Adesso vado a dormire che domani mi devo svegliare presto. Good night sister

“Notte brother

Nessuno si impegna in una ricerca in fisica con l’intenzione di vincere un premio. È la gioia di scoprire qualcosa che nessuno conosceva prima.
(Stephen Hawking)

ANSA – Individuato il tallone di Achille dei tumori: è una proteina sosia di quella prodotta dalle cellule sane in condizioni di stress. Bloccandola si innesca l’autodistruzione delle cellule malate, come hanno indicato i test sui topi. Individuata nel tumore della prostata, potrebbe essere comune a molte forme di cancro. Pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine, la scoperta si deve al gruppo di ricerca dell’università della California a San Francisco, guidato dall’italiano Davide Ruggero.

Ogni riferimento a persone o cose realmente esistenti o esistiti è puramente casuale. Questo post è dedicato a tutti i ricercatori italiani e non che contribuiscono a rendere l’essere umano più forte e consapevole.

Sposarsi in USA

Nelle prime ore del mattino mi trovo nell’ascensore del hotel. Sto scendendo. Lo condivido con due ospiti della stessa struttura con i quali scambio due battute. Deve essere bello andare a correre a Las Vegas a quest’ora, dice un po’ sorpreso uno dei ragazzi. Il campanellino del piano suona, si aprono le porte, saluto ed esco ad allenarmi. Una piccola corsetta per tenermi in forma in vista della maratona di Los Angeles a cui parteciperò tra sei giorni. Mentre percorro la Stewart Ave. mi guardo in giro, ascolto musica, penso che tra qualche ora passerà l’autista a prendere me e M per portarci alla Valley of Fire, il luogo che abbiamo scelto per sposarci. Molte persone hanno ironizzato benevolmente sulla scelta del luogo, magari citando improbabili scene di film in cui il celebrante è un sosia di Elvis e gli sposi sono completamente sfatti; altri hanno probabilmente lasciato libero sfogo a commenti meno amichevoli alle nostre spalle. Fa parte del gioco. D’altronde basta fare una ricerca in rete per avere delle dritte sui documenti necessari per assolvere la parte burocratica in cui si possono leggere poche indicazioni utili ma tanti giudizi ironici a seguire. L’ironia se utilizzata in modo intelligente sta sempre bene ovunque. Se filtriamo con ironia un matrimonio tradizionale in Chiesa, ad esempio, fa sorridere il fatto che il celebrante sia un uomo vestito con la talare e parametri sacri che tanto ricordano il carnevale. L’usanza di prendersi manciate di riso in faccia è stata schernita anche dal regista Francesco Nuti nel film cult Caruso Pascoski di padre polacco. La fascia tricolore indossata dal sindaco non è altrettanto ridicola? Si sta varando una nave o inaugurando un auditorium forse? Queste considerazioni dovrebbero non dico far tacere, ma almeno far riflettere, i provinciali paladini delle verità assolute.

Ciò premesso non nascondo che durante la breve fila che abbiamo fatto il giorno precedente presso il Clark County Marriage License Bureau, l’ufficio di Clark ave. e che ha il compito di rilasciare le licenze matrimoniali, abbiamo notato delle coppie abbastanza singolari e non abbiamo potuto fare a meno di stereotipare sia loro che noi. Torno nella stanza, mi tolgo gli indumenti della corsa ed ho tutto il tempo di farmi una doccia rigenerante e di occuparmi del resto per presentarmi al meglio all’appuntamento. E’ un giorno importante, eppure lo viviamo entrambi abbastanza tranquillamente. Almeno all’apparenza. I nostri vestiti sono appoggiati su uno dei due letti presenti nella camera d’albergo. Arriva la prima email di conferma che l’autista sarebbe arrivato nell’orario prestabilito. Gli americani, popolo dai molti difetti, dal punto di vista organizzativo sono impeccabili.

Cominciano gli ultimi preparativi, ci vestiamo, imbustiamo le poche cose che ci serviranno a completare la serata. Il mio vestito sembra un abito di sartoria confezionato apposta per l’occasione. In effetti è stato scelto appositamente di quel colore e materiale per essere indossato nel deserto. Anche le misure sono fortunatamente perfette. Lei invece l’ha dovuto scegliere all’ultimo momento dato che quello acquistato, neanche farlo apposta in un negozio di Los Angeles, non ha fatto tempo ad arrivare (e mai arriverà). Peccato perché era un bel vestito.

Chissà se un giorno M avrà modo di opinare il fatto che non le abbia dato la possibilità d’indossare un abito da sposa tradizionale. O magari io stesso mi rinfaccerò di non averglielo concesso. Lo meriterebbe sicuramente di più rispetto a certi fenomeni da baraccone che si vedono in giro.

Nell’ascensore dell’albergo il maratoneta ha lasciato spazio a due novelli sposini ed anche gli altri occupanti non sono i due ragazzi della mattina. Incrociamo qualche sguardo, non dicono nulla.

In una provincia dove si svolgono circa trecento matrimoni al giorno l’ultima delle cose che suscita curiosità è quella di vedere due promessi sposi mentre si avviano all’appuntamento. L’autista ci sta aspettando e ci apre le porte della lucida sedan nera dai vetri oscurati.

Durante l’ora e mezza di viaggio che stiamo affrontando io e M riavvolgiamo il nastro che ci ha portato fino a lì; verifichiamo che le promesse che diremo non saranno le stesse. Spesso ci capita di pensare o dire le stesse cose senza volerlo. Ci incoraggiamo e ci togliamo le ultime ansie da prestazione. Lei scopre di aver dimenticato i trucchi in albergo ma è ovviamente troppo tardi per trovare soluzioni alternative. Certo, come ci aveva insegnato un caro amico in Giordania, servisse solo la terra rossa c’è un deserto a disposizione per procurarsela. Peccato che non ci abbia mai svelato i metodi naturali per produrre rossetto e contorno occhi. Se esistono. Il panico, perché per una donna trovarsi senza trucco il giorno del matrimonio è il peggior incubo della vita, svanisce quasi del tutto quando sdrammatizzo dicendole che avrà una storia nella storia da raccontare. Probabilmente evita di mandarmi a fanculo proprio perché è il nostro giorno. Intanto fuori dai finestrini oscurati scorrono le immagini del meraviglioso parco naturale chiamato Valley of Fire, nella provincia di Overton, nello Stato del Nevada.

Ad aspettarci non ci sono genitori, né parenti, né amici, né cerimonie pompose, né pranzi, né orchestre, balli e cene. Ci sono invece la funzionaria ed il fotografo che per l’occasione è anche il testimone. Si fermano a curiosare dei turisti, che assistono parte della cerimonia in rispettoso silenzio e debita distanza.

La giornata è meravigliosa. Il cielo è terso ed il deserto sembra accoglierci sotto la sua protezione consapevole, ne sono convinto, che un altro deserto ci ha fatti incontrare.

Le persone che nascono e vivono in luoghi estremi spesso sono dirette, sincere. Non necessitano di firme e documenti per siglare accordi. Basta una promessa, una stretta di mano. Anche sorseggiare un o un caffè assieme sono gesti che ufficializzano delle decisioni importanti.

Io e lei ci teniamo per mano, ci guardiamo, approviamo le significative parole della celebrante e poi pronunciamo gli vow. In inglese, per rispettare le regole del Nevada ed in italiano, perché è la lingua che utilizziamo per comunicare tra noi. Penso che in prima superiore avevo il tre in inglese – e mezzo d’incoraggiamento diceva la mia prof – e mi fa sorridere il fatto che adesso faccia uso della lingua anglosassone quasi quotidianamente per lavoro ed ora per siglare questo legame. Ma quel mezzo d’incoraggiamento mi fa ancora incazzare.

Intanto solo l’ampiezza del deserto può contenere il vuoto delle persone che realmente avrei voluto fossero presenti. Le sento vicine.

Nelle mie promesse uso la parola normalità. Dico ad M che molti ci vedono come anormali. Forse siamo anormali a celebrare il matrimonio in un luogo così lontano, ad incominciare dalle nove ore di fuso orario che ci separano da chi da casa non potrà assistere. Anormali perché non abbiamo messo in moto tutto l’impianto organizzativo che contraddistingue le così dette persone normali. Per me, le dico, l’unica cosa anormale è non esserci sposati prima.

Ci scambiamo gli anelli e siamo entrambi un po’ commossi.

Se qualcuno m’avesse chiesto tempo fa di descrivere un ipotetico matrimonio non avrei mai immaginato una scena simile a quella che sto vivendo. Forse per questo è passato tutto questo tempo prima che io pronunci il . Ciò che per gli altri è normale per me è limitante. Ho deciso di sposare M anche per questo motivo. Ha sempre accettato il mio stile di vita e non solo: ha deciso di salire a bordo e di intraprendere questo meraviglioso viaggio alla scoperta del mondo e della vita assieme a me.

Gli spazi infiniti del deserto e del territorio americano ci ricordano quanto inutile sia piantare paletti attorno alle nostre poche sicurezze e convinzioni. In fin dei conti cosa ci offre la normalità? Una fastidiosa percezione di vincoli e rigidità limitanti e, a vederci bene, inutili al nostro benessere. La normalità è in fondo quella cosa che nei musei ci obbliga a stare in fila ed osservare a debita distanza quelli che reputiamo capolavori eseguiti da artisti che hanno aperto le porte della loro vita alla stravaganza, alla ricerca, alla curiosità, all’anticonformismo. I normali queste persone li chiamiamo geni.

Se anche queste persone avessero seguito il vociare, la massa, la critica, oggi saremmo orfani di chissà quante opere.

Magari anche di questo matrimonio che, almeno noi, consideriamo un nostro piccolo capolavoro.

La normalità è conformità alle aspettative collettive.
Robert Maynard Pirsig

La bambina di Saigon

La bambina animava con la sua presenza la piccola abitazione al centro di Ho Chi Minh.

I suoi acuti non riuscivano comunque ad interferire con il rombo incessante del passaggio dei motorini che a milioni sfrecciano ogni secondo tra le strade. La mamma quel giorno era indaffarata ad inseguire senza successo la piccola nella speranza di farle indossare l’ultimo capo del suo abitino da ballo. Si era fermata stremata mentre sua figlia correva ininterrottamente a destra e sinistra, eccitata per la recita alla quale da lì a poco avrebbe partecipato. Rassegnata con in mano il cerchietto da metterle in testa, le antenne da coccinella, aveva cercato comprensione nello sguardo del suo anziano padre, che a dispetto del trambusto se ne stava seduto tranquillo in un angolo della stanza ad osservare sornione, forse divertito, figlia e nipote.

A lui bastò un lieve cenno di capo per tramettere che c’era ben poco da fare con quel piccolo terremoto. Gli occhi del vecchio tradivano profondo amore nei confronti della nipotina e di quella ingenua e chiassosa infantilità che nella casa e non solo, coinvolgeva tutti.

Molte delle abitazioni  di Ho Chi Minh sono molto strette e costruite su due piani. Il piano terra viene utilizzato come attività commerciale ed è frequente vedere un officina di moto allestita in uno spazio che potrebbe essere un soggiorno, oppure un bar in cui ci si parcheggia la macchina.

Questo avveniva anche a casa della nostra piccola protagonista dove il padre si stava occupando di riparare uno scooter Honda che a suon di buche e chilometri aveva cominciato a perdere olio. Abbandonò per un attimo il motore su cui stava lavorando e, dopo essersi alzato, appoggiò lo straccio sul cassone portapacchi della moto cui pubblicità prometteva consegne rapide di cibo; si affacciò quindi alla scala a chiocciola che portava al piano superiore della casa; urlò qualcosa rivolto verso la tromba delle scale in modo che potesse dare ancora più volume alle sue parole. Si sentì qualche passo e poi il silenzio.

Evidentemente il padre, che tornò a dedicarsi alla moto, aveva minacciato qualche punizione nel caso in cui sua figlia non si fosse calmata.

La bambina non volle comunque  indossare il cerchietto e si lanciò tra le braccia del nonno a cercare conforto e protezione dopo aver subito le dure parole del padre. L’anziano signore ogni volta che teneva tra le braccia la piccolina pensava sempre a quando fu lui a diventare padre per la prima volta. Sua moglie non c’era più. Era morta qualche giorno prima che nascesse la nipotina a causa di un cancro che l’aveva tormentata per qualche anno. Erano sopravvissuti ai bombardamenti degli americani rintanandosi sotto terra e vivendo come topi finché gli invasori non li lasciarono definitivamente in pace, ma la malattia invece non le aveva dato scampo. Lui più invecchiava più pensava ai giorni della fatica, dello scavare trincee e strisciare nei cunicoli tra il fischio delle bombe nemiche che nel frattempo in superficie radevano al suolo uomini, animali, piante e qualsiasi cosa dall’aspetto vivente o meno; non lasciavano molto spazio all’amore. Eppure proprio in quel periodo conobbe la donna che avrebbe sposato. Era minuta ma molto decisa e forte. Una combattente sconfitta dalla malattia che forse era la maledizione lasciata dai soldati americani morti sul suolo vietnamita.

La guerra tradizionale, per quanto crudele e spietata, paradossalmente si può fronteggiare e combattere nella speranza di sopravvivere, ma il consumismo con il proliferare di fabbriche ed industrie inquinanti, le sostanze tossiche riversate nelle falde acquifere, le polveri sottili di camion, macchine e motorini sembrano inarrestabili. Colossi di cemento che attaccano l’uomo con armi invisibili.

Una visione tragicamente realistica del mondo in cui viveva che pareva vulnerabile solo dagli affettuosi abbracci della sua nipotina. La nuova generazione difficilmente potrà far peggio di quanto fatto da quelle precedenti. Pensò.

Passò qualche minuto e la bambina scese le scale vestita di tutto punto pronta per essere portata a destinazione dove si sarebbe esibita da lì a poco. Essere tenuta per mano dalla mamma frenava la sua vivacità che però non riusciva a trattenere completamente. Scuoteva infatti la testa in modo da far dondolare le antenne da coccinella.

Le due, dopo aver salutato il resto dei familiari, si misero in cammino tra le caotiche ed inquinate vie di Saigon in direzione del teatro all’aperto dove ad attenderle avrebbero trovato la maestra di ballo e tutti i compagni di scuola che avrebbero aderito alla recita.

 

Why do you fuckin run?

La domanda è posta da un ragazzo ubriaco trasportato da uno sfuggente pick up nella parte del cassone, in piedi, mentre si regge alla barra metallica posta a ridosso del cabinato: “Why do u fuckin run? Why?” Intuibile il significato, che comunque possiamo tradurre in “Perché minchia corri? Perché?”

L’involontario destinatario è un signore di 42 anni suonati che di corsa sullo stesso versante di strada sta intraprendendo la discesa che coincide con gli ultimi 4 km di percorso appena beatamente e pacificamente svolto.

Non trovano immediata risposta né uno, né l’altro.

Il primo probabilmente già dopo qualche metro avrà evaporato attraverso il suo sguardo ebete l’immagine di un distinto signore con due dita medie alzate a lui rivolte, il secondo, riacquisita la forma più consona agli sportivi che non agli ultrà, ha riflettuto a lungo sul: “Perché corro?”

Naturalmente di primo acchito i pensieri postumi si focalizzano a ripetere la scena con il finale più adeguato, come nei film riguardanti il conflitto tra yankee e viet cong in Vietnam, ad esempio, dove gli americani nella finzione si rimodellano vincitori morali o di battaglie di una guerra che nella realtà hanno sonoramente perso su tutti i fronti. Nello specifico il finale più adeguato sarebbe forse stato un bel “fatti i cazzi tuoi!”.

Anche in questo caso però sarebbe andato perso il piccolo patrimonio concesso da qualcuno che manovra i fili dall’alto e che quella mattina, forse stanco di pensare a cose più impegnative, ha deciso di mettere sulla strada del riservato e silenzioso omino un disturbatore filosofo. (L’omino ultimamente di squinternati ne incontra parecchi tra l’altro)

Se niente è per caso, lo stesso dicasi del meraviglioso libro “L’arte di correre” di Haruki Murakami, che è stato regalato al runner di mezza età da un suo caro amico, con il quale condivide anche questa piccola grande passione e che mai suggerimento di lettura migliore avrebbe potuto fare; perché tra i vari piacevoli e scorrevoli versetti dell’ebook (o libro cartaceo) c’è la chiave per trovare risposta al cerebroleso ubriaco che si è fatto inconscio interprete della domanda che si pongono migliaia di persone; siano esse appassionate di corsa, sportive o meno.

Corro perché mi va. Semplicemente.

Ci possono essere altrettante migliaia di motivazioni per spingerci a correre, ognuno avrà la sua personale.

I più giovani saranno alla ricerca di record da battere o per modellare il proprio fisico, i meno giovani per tenersi in forma, eliminare la pancetta e forse regolarizzare la propria vita, altri ancora lo faranno per avvicinare mete spirituali, chi lo fa per scaricare tensione o per respirare aria pura e via dicendo.

Motivazioni che, condivido con lo scrittore e maratoneta giapponese Haruki Murakami, devono nascere dal profondo di noi stessi.

Ecco perché d’istinto la risposta che scaturisce nei pochi secondi che seguono la domanda dell’ubriaco che te lo chiede alla sprovvista difficilmente sarà diversa da un vaffanculo. Un’autodifesa del nostro ego più profondo che è appena stato colpito e proprio durante il culmine dell’approfondimento.

Ma non è la risposta giusta. Quella corretta è: corro perché mi va.

A differenza della prima cavernicola reazione, questa risposta per se stessa infonde tranquillità, sicurezza e fa sì che appaia anche un sorriso a chi la pronuncia. Sorriso che è consigliato mantenere stampato sulla faccia proprio durante le ultime fatiche di una gara o esercizio in quanto aiuta a rilassare i muscoli del corpo ed inspirare più aria, che è la prima energia vitale del corridore.

Consapevolezza e libertà sono parole di grande intensità e significato ma non tutti colgono occasione per catturare lo stato di forma che questi elementi determinano.

Se ci pensiamo tutti gli uomini sono in eterno movimento spirituale, chi camminando o chi di corsa, tutti quanti percorriamo un percorso lungo e tortuoso dal finale ignoto.

Ognuno è libero di scegliere come arrivare al traguardo. L’esperienza accumulata suggerisce che scorciatoie ed artifizi non portano mai al raggiungimento di grandi risultati, qualcuno prima o poi lo coglie, qualcun altro no. Pazienza.

Se l’ebete ubriaco non poneva la domanda (quando scrivo ebete non si senta coinvolto Renzi), probabilmente l’omino avrebbe continuato a correre senza sapere fondamentalmente il perché, cercando risposte illuminanti che spesso e volentieri si trovano tra i versetti delle frasi a concorso pubblicate nelle riviste specializzate o in qualche aforisma dettato da filosofi della Magna Grecia.

Invece…

Perché minchia corri? Perché?”

Perché mi va

Slow Food Greco: Questo era, Questo è.

La globalizzazione che senza mezze misure sta conformando costumi, culture e tradizioni mondiali non guarda in faccia nessuno tantomeno la Grecia che, come risaputo, non sta passando di certo dei momenti spensierati all’interno della Comunità Europea e le austere leggi finanziarie che ne conseguono.

Ristorante Kontiki Rodi

Per divulgare il verbo dell’eguaglianza commerciale le lobby mondiali utilizzano principalmente come megafono delle loro campagne la vecchia cara televisione che ultimamente ha uniformato i programmi televisivi più seguiti in format di successo che lasciano ben poco spazio ad ideazioni locali. Tra i vari hanno raggiunto un boom inaspettato quelli riguardanti cuochi, chef e cucina che hanno letteralmente invaso gli schermi piatti (nipoti dei tubi catodici) che fanno compagnia a milioni e milioni di spettatori, nord e sud americani, italiani, tedeschi, greci, cinesi, australiani e chi più ne ha più ne metta.

Tutta questa premessa serve a capire come in questi ultimissimi anni la cucina greca sia stata influenzata da questi format televisivi e come si presenta oggi sulle tavole di caratteristiche taverne e ristoranti ellenici.

11324183_10153478787684668_2014593499_n

Cucina greca che in quanto a varietà non regge il minimo confronto con quella italiana e francese che invece sono caratterizzate da un’infinita scelta e diversità dovute alla frammentazione regionale e provinciale che hanno contribuito ad arricchire e caratterizzare ogni singolo piatto.

Nonostante la monotonia dei menù ellenici i greci, alla stregua degli italiani in pizzeria, passano decine di minuti a consultare e sfogliare le pagine della lista per alla fine ordinare sempre le stesse cose, esattamente come chi appurata l’esistenza di 23 pizze differenti ordina le solite due varianti da 30 anni.

Prima però di parlare dell’attuale offerta culinaria greca sarà bene ricordare ciò che la storica filosofia mangereccia di questo Paese ha offerto e continua ad offrire ai suoi abitanti e visitatori: se la loro vita è scandita da tempi piuttosto lazy come d’altronde in tutta la fascia mediterranea, altrettanto dicasi dei pasti completi che sono tradizionalmente piuttosto lunghi; essendo tutto slow, ovviamente anche il food non poteva diversificarsi, trasformandosi in fast solo nell’occasione in cui ci si rifocilla con del pitagyros che in Italia viene smerciato dai nord africani come kebab; nome che i greci, visto il non proprio idilliaco rapporto con i turchi, non digeriscono proprio; tanto per stare in tema.

Foto Kontiki Rodi

Il pranzo e la cena sono posticipati rispetto agli orari di riferimento del nord Europa ed inevitabilmente sono di durata infinita. Il primo comune errore che compie lo straniero, in particolar modo l’italiano, che non conosce la metrica del pasto greco è quella di mangiare con troppa velocità le pietanze che sono servite in contemporanea e che riempiendo la tavola provocano un certo disagio iniziale e l’impressione che non si riuscirà mai a finirle per tempo. I greci dal canto loro non si curano del tempo abitualmente, figuriamoci quando mangiano.

20150617_212811

Taverna a Kalavarda

Le molteplici porzioni che sono servite a mitraglia ad inizio pasto si chiamano mezedès e sono l’antipasto di quello che sarà il piatto principale. Tanti assaggi di numerose bontà quasi sempre fresche e genuine quali la feta, le dolmades, halloumi, pitaroudia, anthothiro, koriatiki, tsatsiki, olive, patate, dakos e via di questo passo, condite da fiumi di olio extra vergine d’oliva di qualità e pane casereccio di sovente abbrustolito. Il vino della casa generalmente ha un’acidità piuttosto elevata e non sempre viene gradito dai commensali forestieri. Stessa cosa dicasi per il caratteristico vino resinato Retsina che o piace tantissimo oppure viene scartato senza appello. Rimanendo in tema bevande l’acqua minerale gassata non fa parte della tradizione greca e, nelle taverne più semplici e caratteristiche, è molto difficile trovarla se non sotto forma di lattina Tuborg Soda che però contiene tanta di quell’anidride carbonica da dover necessitare di mezza foresta amazzonica per assorbirla.

20150617_211505

Terminato il primo round che spesso decreta il k.o. di numerosi frettolosi ed ingordi avventori, ecco che arriva il piatto principale che può suddividersi in carne, pesce o sfornati di pasta quale la moussaka. Naturalmente contornati da altri ingredienti classici quali insalata, legumi, patate fritte o al forno, tsatsiki e via dicendo. L’italiano naturalmente predilige il pesce che viene pescato anche durante la stessa giornata come nel caso dei disgraziati polpi, ma anche la carne è di eccelsa qualità dato che è praticamente impossibile che provenga da allevamenti intensivi. Letta da vegetariani e vegani non è certo una bella prospettiva la mattanza culinaria appena descritta ma anche i cultori della non violenza potranno sfogare le loro umane frustrazioni su zucchine, cetrioli, pomodori, melanzane, carote, cipolle che arrivano da coltivazioni realmente biologiche, allevate e raccolte probabilmente dalla stessa persona che le ha cucinate e ve le sta servendo.

20150617_212246

Questo è lo storico della cucina greca che ancora si trova in moltissimi luoghi tradizionali come a Rodi parte est nella pratica Faliraki presso la Taverna Mousikorama a gestione familiare, molto pulita e curata nei particolari, con prezzi decisamente bassi e piatti sfiziosi.

Come anticipato all’inizio post i format televisivi e la moda della cucina ricercata hanno portato cambiamenti ed in taluni casi miglioramenti rispetto a quella che si spera rimarrà la cucina tradizionale che possiamo trovare a costi molto bassi nelle numerose taverne.

Kontiki by Night

I locali di gran moda ad Atene e Salonicco o nelle isole particolarmente glamour sullo stile di Mykonos e Santorini hanno saputo evolversi ed offrire un prodotto finalmente adatto anche alle persone più esigenti che apprezzano sì la serata in amicizia nella taverna tradizionale, ma che ricercano anche la giusta riservatezza ed atmosfera in occasioni più formali. In questo tipo di ristoranti il menù dei vini ovviamente prende una piega decisamente più adeguata ai palati istruiti che intendono godere degli abituali prodotti locali intrecciando nuove combinazioni di gusti e sapori che li rendono gradevoli, delicati ed esclusivi.

Foto Kontiki Rodos

L’accostamento che viene in mente scrivendo queste righe è sicuramente uno dei numerosi antipasti composto dalla noiosamente immancabile feta trasformata in prelibatezza dal sapore unico solo perché presentata con una dorata pané con pennellate di miele. Inutile dire che anche la presentazione del cibo è adeguata alla qualità e proporzionale all’abilità dello chef che la propone.

Un piatto può essere rivisitato senza perdere la sua tradizione, la cucina è fantasia, ma ci vuole sempre tecnica e studio per creare una personale variante” (Alessandro Borghese)

 

 

 

 

11117658_10153478788119668_1667260604_n

Foto Kontiki Rodi

11426469_10153478787804668_1505401792_n

Foto Kontiki Rodi

11647266_10153478787874668_436652589_n

Foto Kontiki Rodi

11650487_10153478787714668_1651941684_n

Foto Kontiki Rodi

11650653_10153478787834668_1022249130_n

Foto Kontiki Rodi

11650999_10153478787704668_207835973_n

Foto Kontiki Rodi

11651304_10153478788099668_462459868_n

Foto Kontiki Rodi

11652167_10153478787869668_1534335957_n

Foto Kontiki Rodi

11652178_10153478787724668_709494284_n

Foto Kontiki Rodi

11653293_10153478787884668_172985827_n

Foto Kontiki Rodi

Cosa aspettarsi da Expo 2015

logo_expoAppurato il fatto che in Italia ogni grande opera è abbeveratoio di risorse per mafie e malaffare che costituiscono lo scheletro del Paese è piuttosto scontato preventivare conseguenze piuttosto turbolente per il dopo Expo 2015.

Per una volta evitiamo facili conclusioni ideologiche e proviamo invece ad immaginare quali effettivamente potrebbero essere i vantaggi e punti deboli della manifestazione soprattutto una volta terminata la kermesse.

La disorganizzazione ed approssimazione che caratterizzano il Bel Paese non faciliteranno di certo lo spostamento dei visitatori che, una volta giunti negli aeroporti lombardi o nelle stazioni ferroviarie, avranno il loro bel da fare per raggiungere i padiglioni senza disagi. Dallo smarrimento delle rette vie di Dante Alighieri ad oggi è cambiato ben poco con ritardi cronici, lavori in corso o semplici disattenzioni che da sempre contraddistinguono il settore trasporti italico. Se mai le opere stradali saranno terminate il giorno prima dell’inaugurazione inoltre, non lasceranno tempo a nessun collaudo o modifica dell’ultimo minuto, sospese tra le preghiere dei progettisti e le speranze, sempre mal riposte, dei cittadini. La politica saprà trarne giovamento in ogni caso: strade deserte saranno interpretate come “ingorghi evitati”, caotiche colonne di vetture come “affluenza al di sopra di ogni previsione”. Farlo comprendere a rassegnati giapponesi, incazzosi tedeschi e masticanti americani non sarà influente ai fini elettorali.

DSC_1082Al solito bisognerà fare i conti con la pessima ramificazione statale ed anacronistiche visioni burocratiche che andranno a scontrarsi con una manifestazione che dovrebbe guardare al futuro e che sarà fondamentalmente sostenuta solo da colossi multinazionali intenti a fagocitare altre fette di mercato, conditi da aziendine speranzose di entrare nel giro che conta. La cosa che preoccupa e fa riflettere i milanesi riguarda proprio il loro futuro, che sarà fulcro di discussione ad Expo 2015 e che non presenta nessuna programmazione post se stesso. I padiglioni ove si esporrà la merce con l’ulteriore singolare intento di regolare “la fame nel mondo” avranno nobile scopo solo per la durata dell’evento che una volta terminato lascerà dietro a sé strutture fantasma che tra pochi decenni saranno fonte di ispirazioni giornalistiche rivolte ai soliti sperperi italiani.

Qualcuno ha fatto inoltre un’analisi impeccabile per quanto riguarda i posti di lavoro che questo circo porterà in dote: elargendo ai cittadini i soldi spesi fin’ora, c’avrebbero guadagnato tutti i lombardi. Senza nemmeno indossare la tuta da lavoro, tra l’altro.

Per il resto ci sarà la solita confusione dove regnerà il tutto ed il niente, un luna park mediatico dove AD, marketing manager e Presidenti del Consiglio misti a chef di lustro televisivo potranno fare bella mostra di sé esaltando prodotti che non cambieranno le sorti dell’umanità ma più probabilmente le casse delle aziende che li producono.

DSC_1068Un primo assaggio lo si è avuto alla Fiera di Erba (Como) con il RistoExpo che in un programma fittissimo ha ospitato i soliti chef di gran nome (…anzi, qualcuno ha visto Davide Scabin per caso?) e le solite aziende disseminate in vari stand espositivi che di innovativo hanno esposto ben poco. Certo si può uscire istruiti da nuove esperienze come l’utilizzo del vapore del ferro da stiro per la cottura delle pietanze che però oltre alla chiacchierata al bar poco può arricchire a livello pratico e professionale.

Il life style milanese capace di elevare in pezzo glamour anche la pannocchia arrostita sicuramente avrà la capacità di illudere i partecipanti di far parte di qualcosa di unico ed inestimabile sovrastimando la merce ma, tolte paillettes e chiffon, rimane ben poco di questa enorme bolla di sapone, ad iniziare dal logo che è stato pensato talmente futuristico che odora di vecchio già adesso. Per non parlare della mascotte che è inquietante… 670_400_1_94051_20131216_120615.jpeg

Ancora una volta la scarsa lungimiranza, dopo averci illuso e promesso di allietarci con la visione di un celestiale viso sapientemente truccato avvolto in capelli perfettamente acconciati, svelerà il vero volto oscuro senza parrucca, con il mascara cadente da occhi lacrimanti ed il rossetto sbordato. Si sarà consumata l’ennesima commedia alla Totò mentre registi, sceneggiatori, truccatori e parrucchieri si staranno già occupando di aggraziare la mafiosa Italia alle Olimpiadi 2024, beffandosi del futuro e delle nostre belle speranze.

Scusate ma parlare di Expo senza cadere in facili conclusioni ideologiche è praticamente impossibile; d’altronde sarà la vetrina d’Italia nel mondo…

expo infografica