Halong Bay Heritage Marathon. Correre in Vietnam.

L’Heritage Halong Bay Marathon è una manifestazione con pochi precedenti alle spalle e forse per questo offre il fascino della corsa dura e pura senza troppi fronzoli commerciali come avviene di consueto negli appuntamenti del Vecchio Continente, per non parlare degli Stati Uniti, regno incontrastato del marketing estremo. Al ritiro del bib si notano subito le differenze con New York, ad esempio, dove ad accoglierci non ci saranno centinaia di addetti, sicurezza e migliaia di gadget esposti negli stand dei grandi brand sportivi bensì quattro persone dietro ad un tavolo di un’enorme sala conferenze completamente fredda e spoglia.

La prima sfida è quella di assimilare il viaggio, piuttosto impegnativo, ed il fuso orario (+6) che dal punto di vista fisico non è troppo fastidioso.

Nell’immaginario di molti il Vietnam è un’apoteosi di verde, foreste, fiumi marroni, umidità ed insetti. Immagine che ci è stata inculcata in anni di film americani di guerra girati, tra l’altro, al di fuori del territorio vietnamita dove ancora oggi di queste pellicole propagandistiche ne è bandita la proiezione e la produzione. Incredibile pensare che i vietnamiti non hanno idea di chi sia Rambo, altro esempio.

Fatto sta che la Baia di Halong, almeno nel periodo in cui si corre la maratona, ossia in novembre, presenta un clima piuttosto favorevole alla corsa. Alle prime ore della mattina quando ci si presenta al via, la temperatura è addirittura gelida.

Non si scalda nemmeno al nastro di partenza, dove le poche presenze degli atleti, la scarsa affluenza di pubblico e le prime e poche luci dell’alba, rendono l’atmosfera dello start simile a quello delle ultra maratone o delle ultra trail piuttosto che alla 42K cui stiamo partecipando.

Ovviamente non ci sono wave colorate da seguire e poco male se si parte per ultimi come il sottoscritto dato che pensavo che il colpo di cannone (si fa per dire) sarebbe avvenuto mezz’ora dopo…

Sottointeso che sia necessaria una adeguata preparazione fisica per terminare decorosamente una maratona, nel caso specifico è indispensabile presentarsi all’appuntamento fisicamente e mentalmente al meglio solo per finirla (anche senza decorosamente) in quanto il percorso tecnicamente è piuttosto impegnativo. Le gambe vengono messe a dura prova nell’affrontare le due salite più ostiche (e di conseguenza le ripide discese) che ci fanno salire sul punto più alto del percorso che è lo spettacolare Bãi Cháy Bridge. Una all’andata, una al ritorno.

Mentre numerose energie vengono consumate in questo frangente, presto ci si ritroverà pressoché isolati a continuare il nostro percorso. Lì incomincia la parte più difficile dal punto di vista mentale; vuoi perché viene a mancare la componente più bella ed importante delle competizioni, ossia la spinta del pubblico che differenzia un giorno d’allenamento qualunque da quello della gara, vuoi per il mini stress nel cercare le indicazioni per il percorso giusto da seguire. Come non bastasse le strade non sono chiuse al traffico, pertanto la sensazione di correre come dei pazzi numerati tra le vie di Halong è piuttosto presente. I punti di ristoro sopperiscono alla grande alle necessità dei corridori.

Tra tratti di marciapiedi sgarrupati e cantieri aperti, aumenta la solidarietà tra i partecipanti che, arrivati al giro di boa della mezza, devono ripercorrere i loro passi incrociando così gli inseguitori. In totale mancanza di pubblico il farsi forza tra maratoneti diventa scambiarsi un cinque con i più forti o rispondendo al saluto di chi si incontra intorno al 25K (che sarebbe il loro 17mo) e che ti guardano come fossi un marziano.

Questo accade in manifestazioni poco frequentate perché i miei tempi sono ridicoli se paragonati anche a quelli di un buon amatoriale in gare più blasonate, senza scomodare i professionisti che li vedo con il binocolo.

Passo dopo passo ci si avvicina al fatidico arrivo dove nonostante gli aminoacidi gentilmente offerti da Aldo Rock in occasione della maratona di NY, ho accusato un crollo totale che mai mi era capitato prima. Al 40K la mia testa ha deciso che dovevo camminare. Questa sciagurata presa di posizione della mia coscienza che non sono riuscito a contrastare ha dimostrato quanto sia importante avere una persona amica o anche degli sconosciuti che ti incitano a spingere per qualche metro ancora. Ma di pubblico nemmeno l’ombra. Uniche pillole consolatrici l’assurdo doppiaggio dei partecipanti della mezza maratona, ma soprattutto quelli della 10K. Fortunatamente dopo qualche centinaio di metri ed essere stato superato da un giapponese che pensavo d’aver lasciato abbondantemente dietro, ho ripreso a correre e mettermi in scia del nipponico ma senza la necessaria forza per ripassarlo. Traguardo raggiunto ma decisamente spaccato.

Bella la medaglia che viene riconosciuta ai finalisti ed indispensabili i bicchieri di plastica contenenti i noodles al ragù. La fame era talmente insistente che ne ho finiti tre ricolmi utilizzando le bacchette (đũa) con le quali  generalmente faccio fatica anche a tirare su pezzi di cibo più solidi e consistenti.

A proposito del cibo, fattore da non trascurare assolutamente e che nel mio caso è stato uno degli elementi più penalizzanti in assoluto: la sera prima della corsa evitate di cercare fortuna tra i locali di Halong ma optate per una cena presso un albergo che offra cucina internazionale. Poco importa se la qualità non sarà eccellente ma carboidrati, proteine, grassi e zuccheri in qualche modo vanno ingeriti. Personalmente ho corso una maratona con in corpo una zuppa di pollo della sera precedente ed una fetta di cheese cake per colazione la mattina stessa e giuro che al 30K mi sentivo la faccia consumare dalla fame.

Anche quest’ultima parte con gli anni diventerà un simpatico aneddoto da raccontare, ma sicuramente è un errore da non ripetere.

La bambina di Saigon

La bambina animava con la sua presenza la piccola abitazione al centro di Ho Chi Minh.

I suoi acuti non riuscivano comunque ad interferire con il rombo incessante del passaggio dei motorini che a milioni sfrecciano ogni secondo tra le strade. La mamma quel giorno era indaffarata ad inseguire senza successo la piccola nella speranza di farle indossare l’ultimo capo del suo abitino da ballo. Si era fermata stremata mentre sua figlia correva ininterrottamente a destra e sinistra, eccitata per la recita alla quale da lì a poco avrebbe partecipato. Rassegnata con in mano il cerchietto da metterle in testa, le antenne da coccinella, aveva cercato comprensione nello sguardo del suo anziano padre, che a dispetto del trambusto se ne stava seduto tranquillo in un angolo della stanza ad osservare sornione, forse divertito, figlia e nipote.

A lui bastò un lieve cenno di capo per tramettere che c’era ben poco da fare con quel piccolo terremoto. Gli occhi del vecchio tradivano profondo amore nei confronti della nipotina e di quella ingenua e chiassosa infantilità che nella casa e non solo, coinvolgeva tutti.

Molte delle abitazioni  di Ho Chi Minh sono molto strette e costruite su due piani. Il piano terra viene utilizzato come attività commerciale ed è frequente vedere un officina di moto allestita in uno spazio che potrebbe essere un soggiorno, oppure un bar in cui ci si parcheggia la macchina.

Questo avveniva anche a casa della nostra piccola protagonista dove il padre si stava occupando di riparare uno scooter Honda che a suon di buche e chilometri aveva cominciato a perdere olio. Abbandonò per un attimo il motore su cui stava lavorando e, dopo essersi alzato, appoggiò lo straccio sul cassone portapacchi della moto cui pubblicità prometteva consegne rapide di cibo; si affacciò quindi alla scala a chiocciola che portava al piano superiore della casa; urlò qualcosa rivolto verso la tromba delle scale in modo che potesse dare ancora più volume alle sue parole. Si sentì qualche passo e poi il silenzio.

Evidentemente il padre, che tornò a dedicarsi alla moto, aveva minacciato qualche punizione nel caso in cui sua figlia non si fosse calmata.

La bambina non volle comunque  indossare il cerchietto e si lanciò tra le braccia del nonno a cercare conforto e protezione dopo aver subito le dure parole del padre. L’anziano signore ogni volta che teneva tra le braccia la piccolina pensava sempre a quando fu lui a diventare padre per la prima volta. Sua moglie non c’era più. Era morta qualche giorno prima che nascesse la nipotina a causa di un cancro che l’aveva tormentata per qualche anno. Erano sopravvissuti ai bombardamenti degli americani rintanandosi sotto terra e vivendo come topi finché gli invasori non li lasciarono definitivamente in pace, ma la malattia invece non le aveva dato scampo. Lui più invecchiava più pensava ai giorni della fatica, dello scavare trincee e strisciare nei cunicoli tra il fischio delle bombe nemiche che nel frattempo in superficie radevano al suolo uomini, animali, piante e qualsiasi cosa dall’aspetto vivente o meno; non lasciavano molto spazio all’amore. Eppure proprio in quel periodo conobbe la donna che avrebbe sposato. Era minuta ma molto decisa e forte. Una combattente sconfitta dalla malattia che forse era la maledizione lasciata dai soldati americani morti sul suolo vietnamita.

La guerra tradizionale, per quanto crudele e spietata, paradossalmente si può fronteggiare e combattere nella speranza di sopravvivere, ma il consumismo con il proliferare di fabbriche ed industrie inquinanti, le sostanze tossiche riversate nelle falde acquifere, le polveri sottili di camion, macchine e motorini sembrano inarrestabili. Colossi di cemento che attaccano l’uomo con armi invisibili.

Una visione tragicamente realistica del mondo in cui viveva che pareva vulnerabile solo dagli affettuosi abbracci della sua nipotina. La nuova generazione difficilmente potrà far peggio di quanto fatto da quelle precedenti. Pensò.

Passò qualche minuto e la bambina scese le scale vestita di tutto punto pronta per essere portata a destinazione dove si sarebbe esibita da lì a poco. Essere tenuta per mano dalla mamma frenava la sua vivacità che però non riusciva a trattenere completamente. Scuoteva infatti la testa in modo da far dondolare le antenne da coccinella.

Le due, dopo aver salutato il resto dei familiari, si misero in cammino tra le caotiche ed inquinate vie di Saigon in direzione del teatro all’aperto dove ad attenderle avrebbero trovato la maestra di ballo e tutti i compagni di scuola che avrebbero aderito alla recita.

 

Un parere sulle Bang & Olufsen H8

Viaggiare è anche perdersi in se stessi.

Spesso però, durante i trasferimenti collettivi, gli elementi di disturbo sono molteplici e si interpongono tra noi e la nostra ricerca di intimità e riposo. Questi possono essere il rumore del vettore stesso, vuoi  l’aereo, la metropolitana o il treno, il vociare delle persone o il pianto di qualche bambino.

A sostegno protettivo delle persone introverse e no social come chi scrive, esistono delle headphone efficaci come le Bang & Olufsen H8.

CARATTERISTICHE TECNICHE Le H8 sono cuffie dal design altamente ricercato ed in linea con gli altri prodotti della B&O. In pelle di alta qualità, si riconoscono per le cuciture che conferiscono al prodotto un tocco quasi artigianale. L’arco presenta una protezione morbida per la testa che le rendono portabili per lungo tempo senza accusare la pesantezza di altre cuffie. Questo pregio è anche dovuto al morbido e comodo cuscinetto in pelle che ricopre gli auricolari, riconoscibili nel verso giusto grazie alla lettera stampata molto in grande nella parte interna.  Questi sono pieghevoli, mentre l’arco è facilmente regolabile alla testa senza interferenze o cedimenti del meccanismo.

TECNOLOGIA Il pezzo forte delle H8 è il noise reduction che ha il potere di isolarci dai rumori molesti sopra descritti, donando così al suono la purezza necessaria per giungere piacevolmente alle nostre orecchie. Queste cuffie sono collegabili a 3 dispositivi contemporaneamente tramite bluetooth. La connessione avviene immediatamente e senza problemi mentre la distanza di recezione è di circa 10 metri. Il suono dei film si mantiene in sincro con le immagini anche utilizzando il bluetooth. Questa caratteristica non è di poco conto visto che avevo letto recensioni in cui si parlava di ritardi. In aereo il bluetooth non è consentito ma il cavo è sufficientemente lungo e di qualità per adempiere al suo dovere. Ottimo il volume quando si utilizzano collegandole al sedile dell’aereo ove si voglia usufruire del servizio intrattenimento della compagnia aerea. Nel kit è presente anche un adattatore a tal scopo, anche se ormai i fori di molti sedili sono compatibili con i cavi normalmente utilizzati dai jack mono.

Se utilizzate con bluetooth risultano comodi ed efficaci i comandi presenti all’esterno dell’auricolare destro con tecnologia touchscreen. Con il dito possiamo interagire con la cuffia e metterla in pausa, avanti, indietro, riproduzione, gestione volume.

Utile soprattutto se collegata allo smartphone dato che grazie al microfono incorporato ci permetterà di conversare tranquillamente con una qualità molto buona, specialmente all’interno dei locali e protetti da eventi atmosferici che potrebbero invece creare disturbi.

ALIMENTAZIONE Dotata di batteria intercambiabile simile a quelle dei cellulari, contenuta nell’auricolare sinistro ha un’autonomia abbastanza buona con bluetooth e noise reduction attivati (circa 6 ore), mentre se usata via cavo i tempi si dilatano di gran lunga.

QUALITA’DEL SUONO Personalmente ritengo che dispensino una purezza del suono molto elevata. C’è chi si lamenta dell’eccessiva perfezione e dei bassi troppo accentuati; dal mio punto di vista trovo che il suono sia riprodotto in modo eccellente e gradevole all’ascolto, si tratti di musica o film.

Naturalmente questo aspetto è soggettivo.

Esiste comunque una app di B&O che ci permette di equalizzare come meglio crediamo il bilanciamento dei suoni, anche se…

DIFETTI L’applicazione è pessima e non sono mai riuscito a collegarla alle cuffie. Come scritto da molti utenti, per un prodotto di questo genere ci si aspetterebbe una applicazione altrettanto professionale.

La mancanza di una custodia da viaggio inclusa nel prezzo, che di suo è assolutamente spropositato, sono le ultime note negative di un prodotto comunque da acquistare.

 

Il blog d’autore e le promesse per il 2018

Colui che ha tracciato un solco nel mio percorso di vita, ha deciso di rimettersi in viaggio.

Per lui che ne ha fatti davvero tanti, questo è senza ritorno.

I distacchi terreni sono duri da accettare per chi crede in qualcosa, figuriamoci per chi vuole per forza affrontare la realtà a muso duro, senza fantasiosi appigli cui aggrapparsi.

Mentre in aeroporto attendevo di salire sull’ennesimo volo del mese, il giorno in cui avrei di seguito appreso la brutta notizia, sono stato avvicinato da una persona che, semplifico scrivendo mandato dal caso, si guardava in giro. Sul retro della sua maglietta portava scritto Bad decisions make good stories.

L’atteggiamento di questo sconosciuto mi ricordava l’approccio delle spie quando devono recapitare dei messaggi senza farsi riconoscere. Almeno le dinamiche cinematografiche ce le descrivono così. Credessi in qualcosa di ultraterreno avrei pensato si trattasse di un angelo.

Sono convinto che l’immortalità spirituale si acquisisce riempiendo la vita di storie, esperienze vissute da raccontare. Ciò che non accade a chi preferisce la comodità del divano alla volottuosità del viaggio o ai perbenisti moralisti che condannano senza esitazioni l’irrequietezza interiore dei viveur da trincea.

Optare di percorrere il cammino della vita correndo, cosa che fanno questi ultimi, implica spesso decisioni last second; dover scegliere in pochi istanti l’uno anziché l’altro sentiero non sempre ti porta sulla strada giusta. Sbaglia chi un millesimo di quella strada la percorre a tentoni, figuriamoci gli altri. Eppure ogni errore, ogni momentanea deviazione dalla via maestra, le così dette bad decisions, sono opportunità di good stories, buone storie.

Ecco, tutte queste avventure sono la legna che alimenta la fiamma dell’immortalità, dello spirito. Vicino a certe persone ed ai loro racconti ci sentiamo al caldo, vicino a focolai ardenti di passioni, sentimento ed umanità. I guerrieri della vita durante le brevi pause amano raccontare le battaglie vissute davanti ad una tavola imbandita e del buon vino. L’intreccio delle avventure, amori, vittorie e sconfitte si aggrovigliano alle gambe di chi li ascolta come delle voraci piante rampicanti. Le senti arrivare fino in gola, stringerti forte, emozionarti. Fino a quando te ne liberi momentaneamente, ti rialzi e ti rimetti in marcia. Ti allontani dai guerrieri della vita con un semplice saluto ed il cuore che pulsa forte. Dentro la speranza di assimilare qualche antidoto per sconfiggere i veleni dell’esistenza.

L’intensità di queste emozioni si trasformano in leggende; da sfogliare una ad una come il religioso scorrere di un rosario. Da custodire gelosamente nella nostra memoria. Consapevoli che il tempo né deformerà la forma, magari esagerandola come un’opera restaurata con colori diversi dagli originali.

Gli uomini che le hanno vissute sono leggenda e la leggenda è immortale.

Ci sarebbe poco da aggiungere non fosse altro che prima di questo avvenimento avevo deciso di impostare queste promesse per il 2018 in modo completamente diverso e sicuramente meno impegnativo. Magari elencando statistiche o aneddoti da backstage.

L’ennesimo richiamo all’impotenza umana ha scritto il resto.

Tornando faticosamente a noi, la copertina raffigura lo skyline di due città che ho avuto modo di visitare solo a novembre, mese in cui ho cambiato dieci aerei e percorso migliaia di miglia.

Ho scattato altresì un migliaio di foto e parecchi minuti di girato che presto diventeranno una clip particolarmente corposa ed interessante. Dal mio punto di vista ovviamente.

Tutto questo materiale sarà spalmato nei mesi del 2018 e raccontato, come ormai di consuetudine, da personaggi di fantasia in storie cui sono sempre presenti spunti realistici e luoghi esistenti che ho personalemente visto e vissuto.

Come di consueto di tanto in tanto ci sarà spazio anche per la mia passione sportiva, con i resoconti delle maratone che ho corso qua e là.

Insomma ciò che non distrugge fortifica si dice…

Passate a trovarmi ogni tanto, vi aspetto qui…

 

Quando il mio corpo sarà cenere, il mio nome sarà leggenda.
(Jim Morrison)

Mantova. Sotto l’ombrello

La pioggia si stava intensificando.

Tutto faceva presagire che da lì a poco si sarebbe scatenato un acquazzone in stile tropicale; intanto una nuvola di goccioline piccole e penetranti inumidiva la città.

Indossavo una giacca impermeabile lunga fino alle ginocchia, i miei stivali erano alti, l’ombrello sufficientemente grande da proteggermi. Mi sentivo un po’ goffa, ma abbastanza calda e protetta.

Stavo da poco camminando in Piazza Sordello. Adoravo quello spazio racchiuso in un concentrato di arte ed architettura. Quel giorno a colorarla c’era anche un’ esibizione d’auto d’epoca ordinatamente parcheggiate davanti al Palazzo del Capitano. Forse i turisti stavano maledicendo  quella giornata grigia ed uggiosa, eppure le vetture, ai miei occhi, risultavano ancora più malinconiche ed affascinanti; dalle loro sinuose e lucide  carrozzerie le gocce d’acqua cadevano e si disperdevano tra i ciottoli della pavimentazione.

Stavo così costeggiando il Palazzo Vescovile prima e quello Bonacolsi a seguire che si trovano nella parte opposta del Palazzo del Capitano.

D’istinto camminavo a ridosso degli edifici che, generalmente, sono un’inutile tentativo di riparo quando si è presi alla sprovvista dalle intemperie. Il mio passo era sempre più rapido, volevo raggiungere il prima possibile Piazza delle Erbe. Non era la mia destinazione finale ma almeno ci sarebbero stati i portici a respingere l’autunno che quel pomeriggio si stava manifestando in tutto il suo splendore e fastidio.

Certo, non pensavo solo alla pioggia o ai palazzi che mi accompagnavano durante il cammino. La testa era piena di pensieri di lavoro, faccende da sbrigare, commesse da fare. Le solite corse contro il tempo che le donne affrontano nella quotidianità. Diversivi mentali che a volte ritornano perfino utili; ad esempio per distrarti mentre porti le pesanti borse della spesa. Ecco a cosa stavo pensando; a cosa avrei dovuto comprare prima di tornare a casa. Ma poi arrivò tutto d’improvviso: la pioggia cominciò a farsi sempre più insistente mentre le gocce d’acqua prendevano consistenza. Lo scroscio aumentava il suo rumore tanto da ricoprire e silenziare tutto ciò che toccava. Fu un attimo realizzare una presenza dietro di me. In men che non si dica mi trovai un braccio appoggiato sulle spalle. Ero sospinta dall’energica entrata di quella figura ma le gambe si stavano rifiutando di proseguire. Un repentino grazie ripetuto per tre volte e qualche scusa furono le parole che uscirono dalla bocca di quel giovane figuro che non avevo mai visto né incontrato prima. Non so perché ma non mi riuscì di urlare, mandarlo al diavolo o avere reazioni consone a quei momenti. Stavo condividendo l’ombrello con un perfetto sconosciuto. Quel ragazzo aveva palesemente violato il mio spazio ed io non avevo praticamente reagito. Finalmente ci scambiammo un primo sguardo. Era giovane, forse più di me, alto, moro. Aveva un viso gentile ed un sorriso luminoso. Nonostante la sua irruenza iniziale mi ero immediatamente tranquillizzata. Nella follia del momento pensai che forse era cresciuto con delle sorelle o in un una casa con molte donne perché sembrava a suo agio nel compiere un gesto così azzardato nei confronti di una ragazza sola. Però era un prepotente, pensai. Continuò a ringraziarmi per averlo accolto sotto l’ombrello e si scusò almeno altre dieci volte per la sua comparsata non proprio signorile. Paradossalmente più lui si scusava più alimentava la mia furia inespressa.

La nostra presentazione fu rapida e maldestra e non poteva essere diversamente visto le condizioni meteo ed il tipo di approccio. Volevo proseguire verso Piazza d’Erba e liberarmi al più presto di lui che mi accompagnava euforico.

Non furono molti i minuti che impiegammo per arrivare fino al portico di via del Broletto, anche se passarli in modo così ravvicinato a fianco di uno sconosciuto, seppur piacevole nell’aspetto e divertente nei modi, parevano un’eternità. Ebbi modo di chiudere l’ombrello e di prendere le distanze da quel ragazzo che, scrollata di dosso un po’ d’acqua, si mise finalmente in luce. Era vestito in modo casual con una giacca in tessuto ormai fradicia. Portava i capelli non troppo lunghi ma quel tanto che bastava nel farseli arricciare dalla consistente umidità. Avrei voluto salutarlo ed andarmene, ma non riuscivo a staccarmi da quella persona così irruenta e misteriosa.

Rifiutai l’invito, forse stupidamente, di bere qualcosa di caldo in sua compagnia. Me lo doveva, mi disse.

Passeggiammo avanti invece, fino ad arrivare in Piazza Mantegna e poi ancora sotto gli altri portici di vicolo San Longino. L’imponente Basilica di Sant’Andrea faceva da sfondo alle nostre chiacchiere che da lì a poco sarebbero terminate. Ci salutammo forse troppo velocemente. La fine del nostro breve incontro era stata fugace ed evanescente come l’attimo dell’incontro stesso.

Ripresi a camminare sotto un cielo grigio ma non più piovoso. Quel ragazzo aveva cavalcato i tempi della tempesta: con lei si era presentato, con lei se n’era andato.

Mentre raggiungevo Palazzo del Tè, pensavo che non ci eravamo lasciati un numero, una email. Niente.

Per la strada riaprì il mio ombrello anche se aveva smesso di piovere ed aspettai, invano, che quel giovane tornasse ad intrufolarsi nel mio spazio.

 

Oggi regala a un estraneo uno dei tuoi sorrisi. Potrebbe essere l’unico sole che vede durante il giorno.
(Anonimo)