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Havana: La memoria è vita

L’uomo è seduto nel cortile della sua umile e decorosa abitazione.

Nonostante i suoi limitati movimenti indossa ancora un percettibile fascino dovuto ai capelli bianchi; alle sue rughe.

E’ lì, come un vecchio relitto spiaggiato, arrugginito; mosso di tanto in tanto dalle onde del mare che nella navigazione l’hanno sospinto per infinite miglia. Ora lo tormentano, lo consumano. Senza tregua.

La sedia su cui poggia stanco è essenziale. Riverniciata.

L’uomo ha scelto di vivere nella semplicità privandosi di molte comodità.

La privazione di oggetti superflui gli occidentali la percepiscono come povertà.

Per lui, che decise di rimanere a Cuba anche dopo la dipartita degli americani, la ricchezza è sempre giaciuta negli occhi neri della sua compagna; un tesoro luccicante che traspariva nel suo sorriso, nelle sue graziate movenze.

Ora è molto magro. La camicia azzurra di lino che qualche anno fa indossava orgogliosamente veste abbondante. Anche i pantaloni sono tenuti stretti in vita da una cintura a cui sono stati aggiunti dei fori.

La malattia lo sta consumando lentamente.

Il suo sguardo è puntato al grande lenzuolo bianco che sta stendendo sua figlia. Di lei si intravedono solo i polpacci color miele che spuntano nella parte inferiore della biancheria. Compaiono le mani dalle dita affusolate, di tanto in tanto, impegnate ad appendere altri indumenti.

La ragazza in braccio tiene un bambino di pochi mesi. Anche lui, come il nonno, non è consapevole  di cosa stia succedendo. Si lascia cullare dai movimenti della madre ed esplora la propria piccola bocca con la manina destra.

La scatola dei ricordi del bambino è quasi vuota ma, giorno dopo giorno, una nuova esperienza ne occupa un angolino. Anche quella del nonno è quasi completamente vuota; con un procedimento inverso però. Tutto è andato perso, un pezzettino alla volta, come se un’inafferrabile mano col passare del tempo raccogliesse ogni parte del contenuto e lo gettasse via. Nel vuoto.

Non potrà mai raccontare al bambino, come fece con sua figlia, di quando Cuba era un’isola ricca. Luminosa. L’Havana è sempre stata luminosa ad onor del vero, ma nel periodo in cui gli americani la facevano da padrone lo era artificialmente. Era un periodo di trasgressione, rum, belle e facili donne; macchine lussuose dalla carrozzeria scintillante ed abiti in lino bianchi. Lo spagnolo e lo slang si mischiavano tra le nuvole di fumo dei sigari cubani e si facevano bere nei bicchieri di cristallo a bordo dei tavoli verdi.

Ai margini di questa società, presso una fabbrica di lavorazione di zucchero di canna, conobbe la persona più importante della sua vita. La sua compagna per sempre.

Nelle due foto bicolore un pò sgualcite e segnate dal tempo esposte nella sua camera da letto è ritratta giovanissima mentre sorride. Una è stata scattata in una zona del porto dove ancora oggi i ragazzi si divertono ad ammirare l’Oceano mentre spruzza le sue onde fino alla strada. Come se il grande blu volesse porgere la mano alle nostre colate di cemento cui andiamo così orgogliosi.

Ma i ricordi più belli, se potesse ancora raccontarli, sono ambientati nelle spiagge sabbiose, tramonti dal cielo ambrato e dalle grandi palme curve. Le passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga ed i piedi bagnati dalla schiuma delle onde.

I baci segreti, le parole di amore e rivoluzione che si scambiarono i due innamorati sono destinati a rimanere tali. Nell’oblio della scomparsa di lei e la malattia di lui.

Per le vie dell’Havana, mentre il vento soffiava promesse post rivoluzionarie e prima che l’entusiasmo ideologico venisse razionato come il cibo, i due ragazzi vivevano sereni. Tutto ciò cui serviva loro per essere felici era stare assieme. Il suo lavoro era una carezza sul viso di lei, il compenso un sorriso.

Il loro amore si autoalimentava e non necessitava di un frigorifero o di una macchina nuova.

Il frivolo jazz lasciava il palcoscenico alle musiche inneggianti Il Comandante e le imprese dei suoi fedeli combattenti ma nella capitale cubana si respirava arte e poesia  in ogni angolo, un paradiso in provetta dove le vite effimere dei turisti ben presto avrebbero minato la moralità dei locali. Il consumismo, che aveva lasciato macerie culturali dietro a sé, si insinuava nuovamente sotto forme più subdole e redditizie per i leader. Ovviamente.

Prima di esaurire tutto il suo senso critico, disilluso, l’anziano signore sosteneva che le grandi ideologie sono solo delle accozzaglie di sentimenti che gonfiano le tasche di alcuni.

Adesso rimaneva seduto; fermo a scrutare chissà cosa.

Circondato da qualche gallina, la vecchia bicicletta senza copertoni ed una cassa di bottiglie vuote tappate con del sughero.

Il poco superfluo che per qualche tempo ancora l’avrebbe accompagnato verso l’essenziale sorriso della sua amata.

L’unico irrinunciabile tesoro terreno.

 

1992: La mia prima esperienza in un Paese lontano. In tutto. Un indelebile momento di vita vissuto con compagni di viaggio eccezionali con i quali condivido episodi irripetibili. A loro dedico questo post.

 

Lago di Como: l’abitudine alla ricchezza

 

 

Oltre all’azzurro del lago c’è un altro colore che riflette accecante nella mia memoria quando penso all’infanzia: il bianco.

Non è riferito a nessun luogo, bensì al colore dei pantaloni che mia madre si ostinava a farmi indossare quasi ad obbligarmi ad osservare le regole dello stare attento, del non macchiarmi. Dipendesse da me proibirei di produrre capi d’abbigliamento bianchi per bambini.

Ardua l’impresa di non macchiarli sedendosi sulle lavorate sedie di ferro, anch’esse bianche, del gazebo nel giardino della villa sul lago; sforzi vanificati durante i rari momenti di contatto con la mia sorellina che altro non poteva fare, come tutti i bambini più piccoli d’altro canto, di impiastricciarsi le mani con qualsiasi materia terrosa o liquida presente nella circonferenza delineata dalla sua larga gonna; la faceva sembrare una bambolina curiosa dalle movenze incerte. Mia madre la piazzava ferma e seduta sul prato. Giocavano con le margherite che spuntavano a centinaia nel giardino dai fili d’erba maniacalmente regolari come in tutti i migliori parchi del circondario. La piccola sorrideva ad ogni soffio di mia madre al quale corrispondeva una silenziosa esplosione di un tarassaco; il fiore chiamato volgarmente soffione per intenderci.

Non posso dire che mio padre non sia stato presente nella famiglia, anzi. Il suo apparente distacco era dovuto ai continui incontri di lavoro che spesso avvenivano proprio tra le stanze della nostra enorme dimora. Nei ricordi, sta chiacchierando con un altro uomo mentre sorseggiano una bevanda rossastra con una fetta d’arancio al bordo della piscina. Magari sarà stato un Campari, un Negroni o che so io.

Era vestito in modo sportivo, ricercato, principalmente di bianco. Pure lui come me. Forse l’adorazione di mia madre per quel uomo inconsciamente la spingeva a vestirmi seguendo il suo stile. Non so se per far felice lui o indirizzare me a seguirne le orme.

Spesso mi ritiravo a cogliere i luminosi fotogrammi della mia famiglia dal molo dove era ormeggiato il nostro Riva. Adoravo quel motoscafo. Il suo legno, le sue cromature, l’odore della pelle dei sedili. Mi ci sedevo e sognavo ad occhi aperti di pilotarlo attraverso le onde del lago. Fantasticavo di raggiungere Varenna, sull’altra sponda. O Bellagio. Di queste cittadine scorgevo le luci dalla mia camera che era stata ricavata nel sottotetto della villa. All’epoca non sospettavo minimamente che la metratura della mia cameretta avrebbe potuto accogliere tranquillamente un’intera famiglia di quattro persone. Non appena mia sorella diventò abbastanza grande da poter dormire da sola, la camera fu divisa in due senza che io me ne accorgessi praticamente. Ascoltavo i racconti dei domestici per i quali dimostravo ammirazione. Erano portatori di storie venute da fuori. Fuori dalla villa c’era chi viveva diversamente da me o almeno così mi raccontavano loro. Tra le labbra della servitù le storie vibravano e prendevano forma; venivano spezzate dal rombo della macchina di mio padre che si materializzava sorridente portando con sé gli ultimi raggi di luce della giornata. Si spegnevano con la chiusura dell’enorme portone in ferro battuto che si lasciava dietro. Lui era amante dei motori. Grande appassionato di barche, automobili e motociclette. Possedeva ognuno di questi mezzi. A dire il vero una coppia di ognuno. Oltre al Riva al lago di Como, ormeggiato sulle coste liguri ad aspettarci ogni estate c’era un Ferretti. Tradiva la famiglia con la sua Citroen DS con la quale amava scorrazzare con la capotta aperta principalmente in solitudine. Le domeniche mattina mi portava con sé tra i tornanti che costeggiano il lago. Guardavo fuori dal finestrino con il vento che mi spettinava e tra le mani tenevo il vassoio dei dolci che comprava ritualmente in pasticceria a Menaggio. L’altra vettura invece era un’enorme Mercedes 500 SEL. Di quella macchina ho ricordi di lunghi viaggi e di infinite dormite sui sedili posteriori. La musica di Ivan Graziani e dei Genesis ci accompagnava durante i trasferimenti che raramente mi vedevano ospite nelle sue trasferte di lavoro. Ed io guardavo il mondo fuori dalle finestre di ognuno di questi mezzi e dalle finestre della villa.

La cosa piuttosto interessante è che a casa nessuno parlava mai di soldi. Era ritenuta una forma di scortesia chiedere il costo di un oggetto o di un bene. Mio padre aveva diviso il mondo in due categorie: chi se lo può permettere e chi no. Sosteneva che se appartieni alla prima categoria non hai bisogno di sapere il prezzo perché puoi permettertelo; se la sfortuna ti ha assegnato alla seconda hai il motivo inverso per evitare di chiederlo.

In realtà non credeva nemmeno nella sfortuna: ognuno è artefice del suo destino. Diceva.

L’evidenza di vivere sommersi dal denaro era coperta da uno stile di vita sobrio e naturale anche se era evidentemente improbabile riuscire ad esternarlo essendo circondati da servitù ed oggetti lussuosi.

Negli anni avevamo acquisito l’abitudine alla ricchezza.

Il tempo passava tra lunghe giornate estive nella villa al lago all’interminabile inverno nella scuola privata di Como. Tra tuffi e spensierate avventure al mare a bordo del Ferretti ai dispetti degli amici, gelosi dei miei possedimenti. Crescevo e riflettevo: cosa avevo fatto per meritarmi tutto questo?

Ecco il ricordo della vita al lago. Seduto a bordo del motoscafo mentre mi nascondo al saluto delle centinaia di visitatori a bordo di quei lenti e goffi barconi che di buono portavano solo le risacche utili a dondolare il Riva ormeggiato in villa ed a movimentare le mie fantasie. Alle barche a vela che rubando il vento gonfiavano le vele fino a spingerle a Colico. Penso ai capelli lunghi profumati di mia madre ed alle mani piccole ed indifese di mia sorella. A mio padre che sorride mentre guida tra i tornanti.

Penso a ciò che era e ciò che rimane.

Il lago.

 

La Brianza è il paese più delizioso di tutta l’Italia, per la placidatezza dei suoi fiumi, per la moltitudine dei suoi laghi, ed offre il rezzo dei boschi, la verdura dei prati, il mormorio delle acque, e quella felice stravaganza che mette la natura né suoi assortimenti

(Stendhal)

La Mezza Maratona di Bonn

La Deutsche Post Marathon di Bonn in Germania si svolge ad aprile e comprende sia la maratona di 42K che la mezza di cui ci occuperemo in questo caso.

La scelta di correre una mezza maratona in questa località è fondamentalmente scaturita da due fattori, uno dovuto alla curiosità ed uno economico. La curiosità nasce dal fatto di visitare due interessanti realtà teutoniche quali Bonn, Capitale della Germania Ovest prima della riunificazione ed un anno dopo la caduta del muro di Berlino (che avvenne nel 1989) e Colonia dove vi si è quasi costretti a transitare in quanto è lì che è situato l’aeroporto di riferimento.

La distanza tra le due città è davvero breve e con efficienti collegamenti che permettono di dedicare un giorno del week end per visitare l’interessante Colonia bagnata dal fiume Reno che nel suo lunghissimo tratto navigabile scorre fino ed anche a Bonn, creando così un collegamento fluviale tra i due centri tedeschi.

Economicamente, accennavo nelle premesse, c’è la possibilità di trovare prezzi dei voli ridottissimi con le solite compagnie low cost dato che, almeno in questa occasione, l’evento sportivo non ha contribuito ad alzare le tariffe. Prenotare un biglietto aereo nel week end in cui si svolge una maratona di prestigio spesso significa sborsare un ingente quantitativo di denaro in più rispetto alla media.

La mezza maratona di Bonn, così come la maratona, non è internazionale e per di più si svolge in contemporanea con quella di Berlino che, per ovvi motivi, è la più ambita.

Non essendo internazionale la navigazione del sito ufficiale  e la conseguente iscrizione per chi non parla o legge tedesco diventa abbastanza complicata ma, con l’aiuto delle tecnologie moderne, nulla è impossibile.

Pettorale e gadget si ritirano vicino il luogo stabilito per la partenza che avviene nei pressi dell’Università di Bonn. Le gare meritano di essere corse solo per il gusto di poter ritirare la t-shirt omaggio che è una delle più brutte casacche mai viste in circolazione e per questo motivo diventa di primaria importanza riuscire ad impossessarsene ed indossarla almeno una volta nella vita.

Chiaramente modesto anche lo stand dedicato agli articoli per corridori che nelle manifestazioni internazionali siamo abituati a vivere come vere e proprie fiere.

Ciò premesso l’ambiente che si respira è quello di una competizione paesana e spensierata con non moltissimi partecipanti, circa 1000, anche se al nastro della partenza non mancano atleti professionisti di buon livello. Il rischio per un amatore con tempi appena decenti, come nel mio caso, è di ritrovarsi proprio nelle primissime file con atleti che al via partono a razzo costringendoti a fare altrettanto per non essere travolto. Personalmente è stata la prima volta che anziché cercare di guadagnare posizioni ho indietreggiato per evitare di partire in prima fila con i professionisti o presunti tali dalle velocità esorbitanti. Ciò nonostante ai primi metri avevo un ritmo di 4,18 che neanche a vent’anni avrei tenuto.

Il percorso, se si è fortunati nel viverlo in una giornata primaverile soleggiata, è davvero bello.

Usciti dal centro cittadino si attraversa immediatamente il ponte sul Reno Kennedybrücke e ci si trova a correre sulla sponda opposta di Bonn, a Beuel, tra quartieri signorili, ci si immerge in un polmone verde, si scende un pezzo di superstrada per poi risalirlo, si pratica la pedonale che costeggia il Reno per poi riattraversare il ponte che ci porterà nuovamente al centro di Bonn. Curiosi i punti di ristoro che, oltre ai soliti maledetti bicchieri di plastica d’acqua impossibili da bere in corsa, presentano la bevanda energetica per eccellenza in Germania: la sacra birra. Assurdo.

Fatto sta che i ritmi della gara sono davvero buoni per chi è in cerca del suo personale.

L’affluenza di pubblico è presso che nullo fino alla zona del Parco Hofgarten dell’Università a circa 3K dall’arrivo dove invece le strade sono stracolme di curiosi e sostenitori che indubbiamente spingono gli atleti a dare il massimo fino all’arrivo allestito a Piazza Markt.

Tagliato il traguardo e ritirata la medaglia, pure questa di scarso appeal estetico, ci si addentra nel paddock riservato agli atleti dove rifocillarsi con prodotti locali e litri di birra nei numerosi chioschi sponsorizzati che per molti dei partecipanti locali pare essere il vero scopo dell’iscrizione.

In conclusione Bonn con la sua mezza maratona diventerà un piacevole ricordo ed un’esperienza da non perdere. Consigliata.

 

Bonn. L’ex bancario

Arrivai alla stazione dei treni di Bonn nel primo pomeriggio.

Dopo pochi minuti di cammino, trascinandomi dietro un piccolo trolley, raggiunsi l’abitazione di mio zio che si trovava nell’elegante Poppelsdorfer Allee. Le promesse che prima o poi sarei stato io a fargli visita caddero nel vuoto, dato che ci incontrammo sempre e solo nelle rare occasioni in cui si presentava nella nostra dimora di famiglia ad Aylesbury, in Inghilterra.

Questa era dunque la mia prima visita nella sua casa, ma lui non se ne sarebbe mai potuto compiacere dato che era morto una settimana prima del mio arrivo. Mi trovavo a Bonn, infatti, per presenziare alla lettura del testamento. Il giorno seguente avrei avuto un appuntamento dal notaio in Piazza Markt, a pochi metri dall’edificio Altes Rathaus, il regale municipio cittadino.

Raggiunto il numero indicato nell’indirizzo che corrispondeva ad una facoltosa casa bianca di tre piani, appoggiai il trolley sul marciapiede e suonai il campanello; ad aprirmi fu il domestico che da molti anni serviva diligentemente e fedelmente lo zio.

Lui era probabilmente l’unica persona alla quale permetteva confidenza, seppur nel rispetto dei ruoli. Come tutti gli uomini in carriera arrivati, d’altronde, anche mio zio era una persona molto diffidente. Più la professione gli concedeva soddisfazioni economiche di alto livello, più si distanziava dalla società e dai rapporti con le persone evidentemente interessate. La chiusura semi totale era avvenuta con il raggiungimento della pensione che aveva deciso di vivere in solitudine e serenità. Aveva chiuso i rapporti anche con i familiari, colpevoli a dir suo, di interessarsi più ai suoi averi che al suo essere. Il motivo del perché sarei stato il solo presente alla lettura del suo testamento fu anche questo. I suoi soldi avrebbero fatto comodo a chiunque, ma a me sinceramente non interessavano né prima, né mai.

Il domestico mi fece cortesemente salire le scale ed accomodare nella stanza degli ospiti che notai essere il doppio della casa che utilizzavo durante il periodo degli studi a Londra che però condividevo con altri due studenti.

Dai quadri appesi e dagli oggetti presenti era facilmente intuibile del perché fosse stato sempre molto pressato dalle attenzioni di parenti o conoscenti, pronti a mettere le mani sul suo patrimonio.

In quella stanza non mi trovavo assolutamente a disagio, ma preferì non perdere tempo per fare una breve visita della città. Il domestico, saputo che sarei uscito a fare una passeggiata al centro, mi consigliò alcuni posti da visitare. Lo fece con una sincera commozione proponendomi gli itinerari che amava percorrere lo zio. Le sue passeggiate non trascuravano le vie del centro, tra cui la bella Martins Platz e la cattedrale Bonner Munster che con i suoi alti campanili era un punto di riferimento, ma preferiva raggiungere il tranquillo Parco Hoffgarten dove è presente la Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität Bonn. La città fiorita pareva quasi giustificare l’austera architettura teutonica abituata a climi rigidi piuttosto della giornata primaverile che favoriva la mia piacevole camminata esplorativa.

Poi lo scorrere dell’imponente Reno circondato da parchi, altre case, grattacieli e chiese.

Forse per questo motivo mio zio aveva scelto di trasferirsi in pianta stabile a Bonn. Era stato un corrispondente di filiale estero di banca per numerosi anni ed aveva vissuto in svariati luoghi. Durante le sue visite sono sempre rimasto affascinato dai suoi racconti che una volta profumavano di Parigi, altre di spezie di medio oriente e Cairo, altre ancora si tingevano di misteri, ambasciatori e guerre fredde a Berlino. Quando venne trasferito per il suo ultimo incarico a Bonn, questa era la capitale della Germania Ovest. La città era abitata da persone importanti; diplomatici, politici, faccendieri. Lui era uno di questi. Tra le sue mani sono passati documenti cui in pochi o forse nessuno saprà mai dell’esistenza. Transazioni finanziarie tra Stati ufficialmente nemici o tra individui apparentemente incompatibili. La sua banca gli aveva riconosciuto questa enorme capacità di inserimento in grosse commesse ed i capitali da lui investiti non avevano mai deluso le aspettative di nessuno.

Mi venne da sorridere pensando ad una delle tante storie che amava raccontare; con anche una certa ostentazione e presuntuosità, pur celata da un raffinato sarcasmo che inevitabilmente coinvolgeva tutti in sonore risate.

Tra passi e pensieri avevo raggiunto anche la Beethoven Haus in Bonngasse 20 dove nacque il compositore. La confusione creata da una scolaresca francese mi fece desistere dal trattenermi o curiosare all’interno.

Tutto era finito, come la sua lucida limousine che riposava ormai da tempo nel garage della casa di Poppelsdorfer Allee o forse in quello dell’appartamento di Parigi che aveva conservato senza apparente motivo. D’altronde, come amava ripetere, non aveva bisogno di vendere nulla.

Così, la sua vita solitaria, si era conclusa senza nessun fremito o tragedie da cronaca; aveva vissuto ed operato all’ombra, si era spento senza sussulti. Nel suo stile.

Rimanevano di lui oggetti preziosi, testimonianze di sentiti ringraziamenti da parte di persone in affari o acquisti preziosi.

E, forse, il bel ricordo che avremmo conservato io ed il suo fedele domestico, le uniche persone che forse lo apprezzarono semplicemente per quello che era e non per quello che aveva.

 

 

 

La Maratona di Siviglia

La maratona di Siviglia grazie ad un percorso particolarmente veloce ed una meravigliosa città organizzatrice dal clima mite, si pone tra le più appetibili in campo europeo.

La vicinanza dall’aeroporto e le strutture ricettive a prezzi competitivi facilitano gli spostamenti dei runners che desiderano passare un weekend fuori mura, sfruttando al meglio la vocazione al turismo e le politiche ecologiche del capoluogo andaluso.

L’unico mezzo che transita tra le soleggiate vie del centro è un moderno tram, mentre gli amanti del romanticismo per visitare la città spagnola possono usufruire delle caratteristiche carrozze trainate da cavalli; queste ultime naturalmente a scopo prettamente turistico. Anche se fortemente sconsigliato in prossimità della gara, l’atleta visitatore avrà modo di fare lunghe passeggiate e scoprire così anche parte del percorso che dovrà affrontare a breve. La costante presenza di piste ciclabili inoltre facilitano lo spostamento in bicicletta, anche se è necessario acquistare un abbonamento nel caso in cui se ne usufruisse ed il prezzo non è molto conveniente. Per i runners le suddette piste ciclabili diventano anche preziosi spazi d’allenamento di rifinitura.

Nel periodo in cui si svolge la maratona anche il clima è decisamente favorevole, con l’umidità ridotta ai minimi termini e con temperature primaverili.

Il pre-gara culinario è favorito dalle centinaia di locali per tutti i gusti e tasche ed anche le panetterie pasticcerie offrono numerose soluzioni per la corretta assunzione di tutti i valori proteici necessari senza stravolgere le proprie abitudini alimentari. Sempre che, chi legge, segua una cucina mediterranea.

La partenza avviene in modo abbastanza ordinato presso la Avenida Carlos III mentre il guardaroba è situato presso lo Stadio Olimpico de La Cartuja

La Maratona di Siviglia è particolarmente spinta dagli organizzatori per la sua velocità e le percentuali di completamento molto alte ma attenzione soprattutto al primo incentivo in quanto si rischia davvero grosso. Vero è che in moltissimi corridori hanno superato la linea del traguardo ma al 35K, se non prima, parecchi hanno alzato bandiera bianca per proseguire camminando o addirittura fermandosi del tutto. La tentazione è quella di partire particolarmente veloci per poi trovarsi a metà gara con tempi molto bassi ma con un dispendio di energie che al fatidico muro rischiano di penalizzare il runner in modo significativo.

Nei punti ristoro simpatica l’iniziativa di far partecipare dei bambini nella distribuzione delle bevande e cibi vari, ma fortemente penalizzante la scelta di servire l’acqua in bicchieri di plastica e non in bottiglie. Riuscire ad ingerire una sufficiente quantità d’acqua, specie per favorire l’assunzione dei gel, è un’impresa biblica. Esperienza disastrosa.

In compenso il clima di gara è davvero piacevole specie negli ultimi 10K con il coinvolgimento di un pubblico molto numeroso, cui sostegno è costante dalla meravigliosa Plaza de Espana in poi.

Attraversando le vie centrali si sente ormai il profumo del traguardo che avviene all’interno dello stadio che offre un colpo d’occhio ragguardevole, anche in questo caso grazie alle tribune affollate che non si risparmiano certo in applausi ed incoraggiamenti rivolti ai corridori intenti a percorrere gli ultimi metri.

Con un fulmineo e banale click si ferma il nostro crono ed il nostro slancio. Il percorso che porta all’uscita è un lungo sotterraneo con numerosi punti di ristoro e l’incrementarsi di atleti ricoperti da coperte termiche rendono l’ambiente quasi surreale. La legnosità delle gambe connota inquietanti aspetti zombeschi ai maratoneti che si accingono a raggiungere i loro cari presso l’uscita.

Sfoggiando la meritata medaglia, naturalmente.

Nel complesso quindi è un’esperienza assolutamente positiva, sia per chi è alla ricerca di un significativo risultato sportivo che per chi vuole semplicemente portare a termine una maratona senza prestare particolare attenzione ai tempi.

Il percorso infatti è quasi esclusivamente pianeggiante (il più pianeggiante d’Europa) con addirittura qualche ingannevole discesa che incentiva ad aumentare i ritmi salvo poi pentirsene, come detto, alla fine.

La ragazza che progetta ponti

Quella mattina per A sarebbe stato un giorno un po’ diverso rispetto al solito.

Si era data appuntamento con le sue tre amiche alla stazione degli autobus al capolinea di Plaza de Armas.

Con la mano sinistra trascinava il suo piccolo trolley lungo la ciclabile che costeggia il Guadalquivir, fiume che bagna la città di Siviglia. Con l’altra mano reggeva un quaderno, la sua immancabile rapidograph 0,30 ed un biglietto di un volo low cost per Madrid.

disegno da web

L’orologio della stazione segnava le 18:01 ed A fu la l’unica puntuale del gruppetto. Le altre ragazze si presentarono in sequenza scandendo i tre minuti seguenti le 18:06

Quel inizio settimana avevano deciso di cambiare un po’ aria, nonostante il legame che nutrivano per la movimentata città andalusa che, studi permettendo, offriva molti svaghi ed attrazioni.

Una volta salite sulla navetta, dopo essersi divincolate dai turisti di rientro dal loro weekend ed aver occupato una fila di posti liberi, non tardarono nell’erompere la loro sfrontata indole giovanile sotto forma di urletti, battute e sciocchi sorrisi; per quanto sorridere non sia mai cosa sciocca.

L’atteggiamento delle amiche, titubanti nell’affrontare il mondo circostante, non aveva coinvolto la taciturna A che non aveva perso tempo nel aprire il suo quaderno dalle cui pagine erano facilmente intuibili schizzi a china di opere di ingegneria civile. Progetti di ponti arredati da specifiche tecniche ben congeniate.

Distolse lo sguardo dalle sue creazioni in concomitanza della prima fermata dell’autobus che nel frattempo aveva intrapreso la sua corsa verso il non troppo lontano aeroporto. Si concentrò ad ammirare la Torre dell’Oro e poco più avanti il Palazzo Reale Alcazar. Quella è una zona particolarmente ricca di storia ed opere architettoniche d’importante valore, come il Teatro de la Maestranza, costruito in prossimità del Rio Guadalquivir. Puntò nuovamente gli occhi sul quaderno e la sua mano ricominciò a tracciare inchiostro sul foglio.

Il panorama artistico di Siviglia è particolarmente affascinante grazie ad una perfetta integrazione tra stili apparentemente incompatibili dovuti a profonde distanze temporali o parallele filosofie culturali. Il Palazzo Reale di Alcazar, ad esempio, con le sue meravigliose stanze ricamate da superbi ornamenti in stile islamico attorniato da giardini fiabeschi e risalente a metà del XIII secolo, convive con la moderna struttura ad alveare Metropol Parasol,  che ha rimpiazzato il vecchio mercato di Plaza de la Encarnazion e diventando una rappresentativa opera di rottura terminata nel 2011.

I sabati sera le quattro amiche, come centinaia di altri ragazzi e turisti, passeggiano tra le affollate vie centrali di Siviglia con il fare precipitoso che contraddistingue le ragazze di quell’età. Chiacchierano del più e del meno, scherzando a vicenda con infruttuose spedizioni commerciali nei numerosi negozi di cosmetici ed abbigliamento. Grazie all’apparentemente armonioso coordinamento tra start up, negozi tradizionali e vicoli sfacciatamente turistici è raro trovare locali in svendita come di consuetudine europea. Le quattro passano spesso davanti alla Cattedrale di Siviglia dove è inevitabile non alzare lo sguardo, anche per qualche secondo, per contemplare la Torre Giralda, in lontana origine un minareto e la simbolica statua del Girardillo. Anche in questo caso un esempio di integrazione architettonica tra il mondo islamico e quello cristiano dovuto al fatto che i governanti  che si sono succeduti a Siviglia hanno preferito semmai inglobare l’arte esistente piuttosto che distruggerla.

Fino a qualche settimana prima di questo viaggio nessuna delle amiche aveva mai posto la domanda ad A del perché avesse scelto di progettare proprio dei ponti; passione piuttosto inusuale per una ragazza.

Un tardo pomeriggio, durante una divertente navigazione con le piccole barcarole a remi presenti a Plaza de España fu C a rivolgerle il quesito. La risposta fu spontanea e sincera come i disegni che giorno dopo giorno riempivano le pagine del suo prezioso quaderno.

Il ponte, a differenza del muro, unisce, collega. Grazie ai ponti è stato ed è possibile oltrepassare il fiume Guadalquivir. Il ponte di Isabella II, altro esempio, unisce uno dei quartieri più caratteristici di Siviglia, Triana, al resto della città. Siviglia stessa senza ponti non sarebbe esistita. Il ponte rappresenta l’apertura tra le culture, scambi commerciali e conoscenze. Il ponte, per definizione, serve a superare gli ostacoli.

Una società organizzata, civile, attiva, giovanile e multiculturale difficilmente partorirà figli con attitudini diverse da quelle di costruire ponti e disinvolti nel percorrerli. Ad A, come ad altre impavide persone della sua generazione, Siviglia con il suo retaggio storico ha fornito gli strumenti per oltrepassare gli ostacoli e costruire il futuro.

Pace: ponte avente comuni estremità (Elena Nicoletta Garbujo )